Un divieto locale che racconta molto
del rapporto tra istituzioni e cultura pop negli anni Sessanta
Nel gennaio del 1962, negli Stati Uniti, un fatto
apparentemente marginale riuscì a fotografare con precisione il clima culturale
dell’epoca. Il vescovo Joseph A. Burke, alla guida della diocesi di Buffalo,
decise di dichiarare “impuro” il ballo The Twist e di vietarlo
nelle scuole cattoliche della sua giurisdizione. Non fu un fulmine a ciel
sereno: da mesi, in diversi ambienti religiosi e istituzionali, quel nuovo modo
di muoversi aveva sollevato perplessità.
The Twist, portato al successo da Chubby Checker, era un ballo semplice,
ripetitivo, quasi infantile nella sua struttura. Ma proprio la sua immediatezza
lo aveva reso popolarissimo tra i giovani, che lo praticavano ovunque: feste
scolastiche, locali, programmi televisivi. Per molti adulti, invece,
rappresentava un segnale di cambiamento troppo rapido. Il corpo si muoveva in
modo libero, senza contatto tra i partner ma con una mobilità considerata
eccessiva per gli standard morali del tempo.
La decisione del vescovo Burke non ebbe conseguenze
clamorose, né generò proteste di massa. Fu piuttosto un gesto simbolico, un
tentativo di riaffermare un certo controllo educativo in un momento in cui la
cultura giovanile stava iniziando a emanciparsi dalle regole tradizionali. Il
divieto nelle scuole cattoliche di Buffalo non impedì certo al ballo di
diffondersi: anzi, The Twist continuò a crescere in popolarità,
diventando uno dei fenomeni musicali più riconoscibili degli anni Sessanta.
Rileggere oggi quell’episodio permette di cogliere la distanza tra due mondi: da una parte un’istituzione che cercava di preservare un modello di comportamento considerato corretto; dall’altra una generazione che iniziava a sperimentare linguaggi nuovi, spesso innocui ma percepiti come minacciosi. Il caso di Buffalo non fu un conflitto epocale, ma un piccolo segnale di un cambiamento più ampio, destinato a diventare evidente nel giro di pochi anni.

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