John Hammond se n’è andato in silenzio, a 83 anni, così come aveva
vissuto: senza clamore, senza sovrastrutture, con quella discrezione da
artigiano della musica che non ha mai cercato il centro della scena. La notizia
della sua morte è arrivata attraverso un amico fraterno, Paul James, e ha fatto
il giro del mondo in poche ore. Non perché Hammond fosse una star da copertina,
ma perché era uno di quei musicisti che tengono insieme la memoria di un
genere. Una presenza necessaria.
Essere figlio di John Henry Hammond - il talent scout che ha
cambiato la storia della musica americana - avrebbe potuto schiacciarlo.
Invece, paradossalmente, lo ha liberato. Hammond Jr. ha scelto la via più
impervia: non l’industria, non la produzione, non il potere. Ha scelto la
strada, i club, la chitarra acustica, l’armonica. Ha scelto il blues.
E lo ha fatto con una coerenza quasi ostinata. Non ha mai inseguito mode, non ha mai cercato di “aggiornare” il blues per renderlo più appetibile. Era un interprete puro, uno che si metteva al servizio delle canzoni come si fa con qualcosa di sacro.
La sua carriera è costellata di episodi che oggi sembrano
inventati tanto sono perfetti. Hendrix che suona con lui al Gaslight. Clapton
che si unisce alla band per qualche concerto. Mike Bloomfield che entra in
studio per registrare So Many Roads. Dr. John che diventa complice
musicale e amico.
Hammond non cercava queste collaborazioni… accadevano. Perché chiunque avesse un rapporto autentico con il blues riconosceva in lui un fratello, un custode, uno che non stava “interpretando” un genere ma lo stava abitando.
Più di trenta album, un Grammy, una Blues Hall of Fame. Ma i
numeri, nel suo caso, dicono poco. I suoi dischi sono tappe di un percorso
personale, un uomo che torna sempre alle radici, che rilegge Robert Johnson
come se fosse un contemporaneo, che affronta Tom Waits con la naturalezza di
chi sa che il blues non è un museo ma un linguaggio vivo.
Wicked Grin, il disco dedicato a Waits, resta un esempio perfetto: Hammond non imita, non addolcisce, non “traduce”. Porta quelle canzoni nel suo mondo, e il risultato è sorprendentemente naturale.
Vederlo dal vivo era un’esperienza quasi rituale. Lui, la
chitarra, l’armonica, la voce ruvida. Nessuna scenografia, nessun artificio.
Solo un uomo che racconta storie antiche come se fossero successe ieri.
C’era qualcosa di profondamente onesto in quel modo di stare
sul palco. Una forma di rispetto per la musica, per il pubblico, per i maestri.
La morte di John Hammond è la fine di una certa idea di blues,
quello tramandato di mano in mano, senza clamore, senza marketing, senza
nostalgia. Un blues che vive nella voce di chi lo ama e lo custodisce.
Hammond era questo, un custode. E ora che se n’è andato,
resta la sensazione che un pezzo di quella tradizione - quella vera, quella
fragile, quella che non fa rumore - sia diventato un po’ più difficile da
trovare.
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