Gian Pieretti appartiene a quella generazione di artisti che hanno
attraversato gli anni Sessanta con una naturalezza quasi istintiva, come se la
musica fosse un modo di stare al mondo più che una professione. Nato il 12
maggio 1940 a Ponte Buggianese, arriva a Milano quando la città sta
diventando un laboratorio sonoro: locali, etichette, gruppi che nascono e si
sciolgono, un’energia che si muove veloce e che lui intercetta subito. Entra
nei Satelliti, il gruppo che accompagna Ricky Gianco, e da lì comincia una
collaborazione che segnerà tutta la sua prima stagione artistica. Sono anni di
viaggi, di serate, di ascolti condivisi, di canzoni che nascono quasi per
necessità.
Il primo 45 giri arriva nel 1963, con lo pseudonimo Perry,
dopo aver scoperto in Belgio Amour perdu di Adamo. È un episodio che
racconta bene il suo modo di procedere, curioso, aperto, pronto a lasciarsi
attraversare da ciò che incontra. Poco dopo sceglie il nome d’arte con cui lo
conosciamo e costruisce una sua identità precisa, affiancato da una band che
cambierà pelle più volte. I Grifoni, che diventeranno I Quelli e poi la
Premiata Forneria Marconi, lo accompagnano in un periodo in cui il beat
italiano sta prendendo forma e Milano è uno dei suoi centri vitali.
Il successo vero arriva nel 1966 con Il vento dell’Est,
scritta con Ricky Gianco. La canzone porta dentro l’eco di Donovan, che
Pieretti conoscerà di persona, e diventa uno dei brani simbolo di quella
stagione. È un beat che guarda oltre, che non si accontenta della superficie.
Non stupisce che Jack Kerouac, ascoltandolo, lo inviti a partecipare a una
serie di incontri-performance tra Milano, Roma e Napoli. È un dettaglio che
colloca Pieretti in un’area particolare, non solo cantante, non solo autore, ma
figura di passaggio tra musica, poesia e controcultura.
L’anno successivo arriva Sanremo. Pietre, presentata
in coppia con Antoine, è un brano diretto, costruito su un ritmo che non
concede pause. Diventa un classico immediato, uno di quei pezzi che restano
anche quando la stagione beat si spegne e il panorama musicale cambia
direzione. Pieretti, però, non si ferma. Continua a scrivere, per sé e per
altri, attraversando gli anni Settanta con una produzione che alterna dischi
più intimi, incursioni psichedeliche, canzoni che oggi sono ricercate dai
collezionisti e che mostrano un autore libero, non allineato, capace di seguire
la propria traiettoria senza inseguire mode.
La sua discografia è ampia e variegata. Se vuoi un
consiglio racconta ancora il clima del beat, Il viaggio celeste apre
a un immaginario più visionario, Il vestito rosa del mio amico Piero
mostra una scrittura più matura, mentre Cianfrusaglie raccoglie
frammenti, intuizioni, piccoli oggetti sonori che rivelano un gusto personale e
riconoscibile. Negli anni Novanta arriva Caro Bob Dylan, un omaggio
affettuoso e consapevole, e nel 2013 Cinquant’anni da poeta, che celebra
una carriera lunga e coerente.
Pieretti resta una figura laterale solo in apparenza. In
realtà è stato un autore prolifico, con centinaia di crediti, e un punto di
riferimento per molti colleghi. Nel 2013, all’Auditorium di Mortara, festeggia
i cinquant’anni di attività insieme a Ricky Gianco, Viola Valentino, Ivan
Cattaneo e altri artisti che hanno condiviso con lui un pezzo di strada. È
un’immagine che restituisce bene il suo percorso: un artista che ha
attraversato epoche diverse mantenendo sempre una sua verità, una sua misura, un
suo modo di stare nella musica senza mai forzarla.
La sua storia non è quella del divo, né quella dell’icona. È la storia di un musicista che ha saputo ascoltare, cambiare, rischiare, e che ha lasciato un segno discreto ma profondo nella canzone italiana. Un artista che merita di essere ricordato per la sua libertà, per la sua curiosità e per quella capacità rara di trasformare ogni incontro in una possibilità creativa.

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