West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

lunedì 11 maggio 2026

Il compleanno di Gian Pieretti

 


Gian Pieretti appartiene a quella generazione di artisti che hanno attraversato gli anni Sessanta con una naturalezza quasi istintiva, come se la musica fosse un modo di stare al mondo più che una professione. Nato il 12 maggio 1940 a Ponte Buggianese, arriva a Milano quando la città sta diventando un laboratorio sonoro: locali, etichette, gruppi che nascono e si sciolgono, un’energia che si muove veloce e che lui intercetta subito. Entra nei Satelliti, il gruppo che accompagna Ricky Gianco, e da lì comincia una collaborazione che segnerà tutta la sua prima stagione artistica. Sono anni di viaggi, di serate, di ascolti condivisi, di canzoni che nascono quasi per necessità.

Il primo 45 giri arriva nel 1963, con lo pseudonimo Perry, dopo aver scoperto in Belgio Amour perdu di Adamo. È un episodio che racconta bene il suo modo di procedere, curioso, aperto, pronto a lasciarsi attraversare da ciò che incontra. Poco dopo sceglie il nome d’arte con cui lo conosciamo e costruisce una sua identità precisa, affiancato da una band che cambierà pelle più volte. I Grifoni, che diventeranno I Quelli e poi la Premiata Forneria Marconi, lo accompagnano in un periodo in cui il beat italiano sta prendendo forma e Milano è uno dei suoi centri vitali.

Il successo vero arriva nel 1966 con Il vento dell’Est, scritta con Ricky Gianco. La canzone porta dentro l’eco di Donovan, che Pieretti conoscerà di persona, e diventa uno dei brani simbolo di quella stagione. È un beat che guarda oltre, che non si accontenta della superficie. Non stupisce che Jack Kerouac, ascoltandolo, lo inviti a partecipare a una serie di incontri-performance tra Milano, Roma e Napoli. È un dettaglio che colloca Pieretti in un’area particolare, non solo cantante, non solo autore, ma figura di passaggio tra musica, poesia e controcultura.

L’anno successivo arriva Sanremo. Pietre, presentata in coppia con Antoine, è un brano diretto, costruito su un ritmo che non concede pause. Diventa un classico immediato, uno di quei pezzi che restano anche quando la stagione beat si spegne e il panorama musicale cambia direzione. Pieretti, però, non si ferma. Continua a scrivere, per sé e per altri, attraversando gli anni Settanta con una produzione che alterna dischi più intimi, incursioni psichedeliche, canzoni che oggi sono ricercate dai collezionisti e che mostrano un autore libero, non allineato, capace di seguire la propria traiettoria senza inseguire mode.

La sua discografia è ampia e variegata. Se vuoi un consiglio racconta ancora il clima del beat, Il viaggio celeste apre a un immaginario più visionario, Il vestito rosa del mio amico Piero mostra una scrittura più matura, mentre Cianfrusaglie raccoglie frammenti, intuizioni, piccoli oggetti sonori che rivelano un gusto personale e riconoscibile. Negli anni Novanta arriva Caro Bob Dylan, un omaggio affettuoso e consapevole, e nel 2013 Cinquant’anni da poeta, che celebra una carriera lunga e coerente.

Pieretti resta una figura laterale solo in apparenza. In realtà è stato un autore prolifico, con centinaia di crediti, e un punto di riferimento per molti colleghi. Nel 2013, all’Auditorium di Mortara, festeggia i cinquant’anni di attività insieme a Ricky Gianco, Viola Valentino, Ivan Cattaneo e altri artisti che hanno condiviso con lui un pezzo di strada. È un’immagine che restituisce bene il suo percorso: un artista che ha attraversato epoche diverse mantenendo sempre una sua verità, una sua misura, un suo modo di stare nella musica senza mai forzarla.

La sua storia non è quella del divo, né quella dell’icona. È la storia di un musicista che ha saputo ascoltare, cambiare, rischiare, e che ha lasciato un segno discreto ma profondo nella canzone italiana. Un artista che merita di essere ricordato per la sua libertà, per la sua curiosità e per quella capacità rara di trasformare ogni incontro in una possibilità creativa.








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