Presentazione di
“Reveries”, di Giacomo Franco
(con Athos,Susy,
Giulia,Teresa e Roberto)
presso la Libreria
delle Paoline - 20 febbraio 2026
Un po’ di commento
Venerdì 20
febbraio 2026, alle ore 17, la Libreria delle Paoline di Savona
ha ospitato la presentazione ufficiale di Reveries,
il nuovo libro di poesie di Giacomo Franco pubblicato
da Marco Sabatelli Editore. L’incontro, condotto da Athos Enrile,
ha offerto al pubblico l’occasione di entrare nel laboratorio poetico
dell’autore, esplorando la genesi del libro, le sue ispirazioni e
l’architettura interna che ne sostiene il percorso.
La sala era gremita,
con un pubblico attento, partecipe, composto da lettori abituali, amici,
curiosi e appassionati di poesia. L’atmosfera è stata quella delle giornate
riuscite, in cui si percepisce il desiderio collettivo di ascoltare,
riflettere, condividere. A dare voce ai testi sono state Susy, Giulia,
Teresa e Roberto (con il costante pensiero ad Antonella
che, malata, non ha potuto partecipare), che hanno alternato le letture creando
un ritmo corale e armonioso, mentre Athos ha guidato il dialogo con l’autore
senza mai sovrapporsi, mantenendo il ruolo di mediatore e tessitore del
discorso.
Reveries è una raccolta che
si muove tra sogno e veglia, memoria e immaginazione, articolata in sezioni dai
titoli evocativi - Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni
brevi sui passaggi del tempo, Controra - e nutrita da una forte
componente musicale. John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho e Mike Oldfield sono
la colonna sonora ideale che accompagna la scrittura di Franco, una scrittura
che nasce spesso nel dormiveglia, nella “risacca dell’inconscio” da cui affiorano
immagini, frammenti, intuizioni.
La presentazione ha
restituito con chiarezza questo movimento interiore: il rapporto con la luce,
la memoria come trasformazione, il dialogo con il mito, la presenza degli
affetti e delle dediche, la riscrittura dei testi più antichi, il senso di un
percorso che non recupera il passato ma lo rilancia, lo rielabora, lo rimette
in circolo.
È stata una serata intensa, intelligente, serena: un incontro con la poesia e con il suo processo creativo, ma anche un augurio per un 2026 ricco di attività culturali, di ascolto e di pensiero condiviso.
SI È PARTITI DA QUI…
FRAMMENTI DI CIELO
E tu lo sai, non sono
questi i suoni
che vorrei sentire,
neanche questi i sogni
che voglio disegnare,
neppure queste le parole
adatte per domandare più luce al mondo:
non sono questi i suoni del mio cielo.
Ma tutto quello che
io avrei voluto
era una città oscura
e fiera dove vorticasse
una nuvola di fuoco,
e fosse l'ombra sulla terra,
e che nell'aria
incerta oltre il mio cancello
verdeggiassero i
prati, ma sulla casa
ardessero frammenti del cielo.
Negli ultimi tempi hai scritto e pubblicato molto, quasi come se stessi riallacciando un dialogo interrotto con la poesia. REVERIES è parte di una sorta di recupero del tempo o una cosa diversa, un passaggio ulteriore?
È sicuramente un
passaggio ulteriore, cominciando dall'immagine in copertina, un albero che si
rispecchia in una superficie d'acqua, con due universi uguali, il sopra e il sotto, l'alto e il
basso, che si confrontano.
E le poesie sono, come le “macchie di Rorschach”, un gioco complesso di
rimbalzi fra la personalità dell'autore e quella di chi ne fruisce: e l'autore
si sorprende sempre alla fine, leggendo quello che ha scritto, non perché sia
qualcosa di “bello” ma perché ora c'è qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non
c'era, e lui per farlo ha messo in comunicazione parti diverse della propria
anima.
LA PERCEZIONE DEL VUOTO
Non era più la
percezione di un momento.
C'era tutto intorno a
noi la luce di fine mese
e anche la sera non
voleva più arrivare, anche
le finestre volevano
far festa, e la lontananza già
vestiva di azzurro come sempre fa quando ritorna.
Io vedevo le ombre
fuggiasche dilagare nella piazza
e quanto più
percepivo la loro presenza, tanto più
svanivano come fanno
i ruscelli nel grande fiume
della tenebra: ed era
la loro una presenza ormai
dispersa, nel breve abbraccio di un crepuscolo.
Ma quella presenza
aveva una forma di irradiazione
quasi fosse un nuovo
modo dell'esistenza: io ero là
immerso in quella
lontananza, e un cielo perduto
nel cobalto
addormentava i cornicioni, la grande
festa si era smarrita tra le buie mani della notte.
Tu racconti che il
tuo libro nasce nel dormiveglia, da quella “risacca che immancabilmente
deposita qualcosa sulla riva”.
Come riconosci quando quella risacca contiene qualcosa da salvare?
Se “suona” bene, diciamo, soprattutto all'anima, non solo all'orecchio. Quello della poesia è un “gioco dell'anima” che si accende per emozioni e immagini e che si cerca di “disegnare” e comunicare con le parole.
La musica è una presenza costante, citi John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho, Mike Oldfield: che cosa fa la musica alla tua scrittura? È ritmo, paesaggio, detonatore emotivo?
Una vecchia canzone iniziava così: “Music was my first love...”. La musica è una colonna sonora della mia vita e la poesia che scrivo vuol essere un “paesaggio emozionale”, anche questo con una colonna sonora. A proposito, ho conosciuto John Fahey attraverso la colonna sonora di un film che era assai noioso, ma c'era questo pezzo di tre minuti, “Dance of Death” con una sua bellezza strana, incompiuta, quasi sbilenca, che pian piano mi ha preso e non mi ha più mollato! E la sua incompiutezza fa parte del suo fascino: certo, quando qualcosa è (o appare) “perfetto”, noi lo ammiriamo, ma non ci catturerà mai quanto qualcosa che perfetto non è!
Vedi, la musica si alza piano,
scivolando dalla finestra
oltre la scala del buio
e mai non si ferma
per ridiscendere
come pioggia
e come fa l’onda
risalire in silenzio
e poi spegnersi piano
scivolando sull’orizzonte
come fa una stella tra i fiordi.
Molte poesie sembrano come emergere attraverso una soglia, da “un dolce vagabondaggio della mente”: cerchi consapevolmente questo stato, oppure ti ci ritrovi?
Da bambino guardavo le nuvole e ci vedevo delle forme di animali, a volte un drago in volo... molti componimenti dell'adolescenza nascevano così, sognando a occhi aperti; ho poi scoperto che questo vagabondaggio della mente è chiamato “daydreaming” in inglese, “reverie” in francese. Non è una ricerca consapevole di uno stato mentale, è solo la mente che ha bisogno di lasciarsi andare, ma è anche qualcosa di terapeutico, senti che dopo si sta meglio...
I titoli delle varie “Sezioni” (Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni brevi sui passaggi del tempo, Ritorno alla Controra) sembrano le tappe di un viaggio: come hai costruito questa architettura? È nata prima la struttura o prima i testi?
Inizialmente il titolo del libro doveva essere RIVERBERI, che è il titolo dell'ultima poesia della raccolta, poi a titolo del libro ho scelto REVERIES, che suona abbastanza simile a Riverberi: con il titolo nuovo ho esplicitato il rimando a quel dolce vagabondaggio della mente, appunto... “Rapsodie” e “Risonanze” ci rinviano al linguaggio della musica, mentre “Riverberi” a quello dei fenomeni ottici e acustici; sempre utilizzando la lettera R ho trovato RELAZIONI BREVI SUI PASSAGGI DEL TEMPO. RITORNO ALLA CONTRORA era già pronto e rimanda al mio terzo libro, in cui c'era una Sezione intitolata “Poesie della Controra”. Infine, i testi erano in larga parte già esistenti, i titoli delle Sezioni hanno fatto da “guida”, in un certo senso ne sono le cornici.
PRESTO SOMIGLIER0' AL DIRUPO (per Paul Klee)
Io attenderò a lungo
su un divano di seta
contemplando la morte
l'acqua il fuoco
come se fossi
indifferente al pensiero
che nei tuoi occhi io sprofondavo.
E presto somiglierò
al dirupo
sarò dove i fiori
scottano
una landa di resina
addormentata
e magica.
Sarò anch'io come
sogno verde fra gli alberi
come l'orco fuggiasco
nei campi assolati
userò marmo fresco
per crear foreste
disegnerò il tuo corpo con la luce.
La luce attraversa tutto il libro: un fantasma di luce, luce meridiana, l'oro che abbaglia: che cosa rappresenta la luce per te? Un simbolo, un linguaggio, una memoria?
La luce ci permette di vivere ma può abbacinarci, il buio può attrarre ma anche far paura, è una metafora dell'ignoto; la nostra vita si svolge in una infinita varietà di universi che stanno fra la luce e il buio, a volte più vicini all'uno, a volte più vicini all'altra. In una sua canzone Leonard Cohen dice “C'è una crepa in ogni cosa ed è così che entra la luce” (There is a crack in everything, that's how the light gets in), un invito ad accettare la imperfezione del mondo e a coltivare la resilienza, la speranza. (“Suonate le campane ancora in grado di suonare e dimenticate le vostre offerte perfette”).
In molte tue poesie la memoria non è nostalgia, ma è trasformazione (“l'ombra che dà vita”). Che rapporto hai con il passato quando scrivi?
Sta all'origine della
mia “poesia di risacca”: nella mia poesia (e anche nella mia vita) ogni tanto
compare qualcosa che ritorna, che ricorre, che magari mi rincorre... (nel bene
e nel male, sono i meandri dell'alba).
I MEANDRI DELL'ALBA
E mi soffermo in
questi tuoi meandri
fra i marciapiedi
arsi della malinconia
e i camminamenti
liquidi del Tempo
fra i momenti magici
della memoria
e l'inevitabile
rimozione della marea
fra le antiche
muraglie del tramonto
e questo meraviglioso
mistero mosso
che ancora oggi mi sommerge e freme.
(24.1.2024)
“frammento
dell'orizzonte”
l'abbraccio liquido
dell'onda
acquamarina luce e
sale
perduto nella notte
per incontrare
il cielo
Gli Dèi, Eolo, la Controra, altrove citi Ulisse e Orfeo: come convivono
nella tua scrittura il Mito, il quotidiano, l'immaginazione?
I Miti sono “quelle
cose che non avvennero mai, ma sono sempre”.
Da ragazzo ero affascinato dalla Mitologia Greca, le “favole” del mondo antico, che davano le coordinate per capire il mondo e indicavano i limiti da non superare; poi da adulto ho approfondito la materia e sono rimasto allibito da “quanta roba” ci si trova dentro... citando Giorgio Ieranò: “Le favole antiche ci permettono di avvicinarci al cuore oscuro della sofferenza umana, noi soltanto attraverso le maschere degli Antichi Dèi possiamo sfiorare verità così tremende e incandescenti”.
Nei tuoi libri convivono componimenti recentissimi e altri di 40 anni fa: come dialogano tra loro? hai sentito la necessità di riscriverli?
Sì, quasi sempre ho
sentito la necessità di riscriverli; se oggi affronto un vecchio componimento,
vedo se c'è qualcosa da salvare, qualcosa che mi “suona” ancora attuale, e nel
caso lo salvo, magari con una cancellata nuova a protezione.
A volte salvo solo poche parole da una pagina intera, è sempre utile avere un
“giardiniere” all'opera, soprattutto se è passato un po' di tempo!
Questo libro è dedicato a tua moglie Susy, ai tuoi figli Paola e Davide, a un'amica che non c'è più (Stefania Ponteprimo), come anche ad artisti quali Wallace Stevens, John Fahey e Mike Oldfield. Quale ruolo rivestono gli affetti (familiari, artistici, spirituali) nella tua poesia?
Sono una parte della
“risacca”, la parte migliore, per così dire, quella che aiuta ad andare avanti,
tutte le cose belle che abbiamo conosciuto e ci forniscono una riserva di
ossigeno per i tempi difficili. Poi dal nostro passato emerge anche la parte
peggiore, simile ai “mastini infernali” che non davano tregua a Robert Johnson.
STASERA LE STELLE SONO USCITE PER CERCARE LA LUNA
stasera le stelle
sono uscite per cercare la luna
e più nulla e nessuno
saprà portarle indietro
è il saliscendi dei
sogni che le ha incantate
perché stasera le
stelle sono scese dal cielo
e adesso stanno
scivolando sui nostri sentieri
riscoprendo una felicità profonda come il mare
(17.10.2024)
“haiku della luce”
passeggeremo
su strade parallele
di luce e mare
Nella nota a NOW/HERE scrivi “un attimo di bellezza che è adesso e qui, poi sparisce”. È una dichiarazione poetica o una filosofia di vita?
Sostanzialmente è una presa d'atto della realtà, dovuta all'esperienza, spesso le cose belle della vita durano poco e quando restano cambiano di segno, comunque: il mondo è in continuo divenire e nulla è per sempre, è il concetto di “impermanenza” appreso attraverso la poesia “haiku”.
A chi pensi quando scrivi? Immagini un lettore o un destinatario?
Scrivo come mi viene. Sovente c'è un destinatario, a volte sono io stesso, mentre altre volte è un “tu” generico; comunque, dopo che ho scritto rileggo e vedo le modifiche da apportare, anche rispetto al destinatario. Nei libri precedenti ci sono molte poesie “dedicate”, ispirate a quello che molti artisti mi hanno lasciato dentro (da Laurel & Hardy a David Bowie, da Jacques Brel a Domenico Modugno, da Giacomo Leopardi a Donovan).
RIVERBERI (per Wallace Stevens)
Non era stata una
processione degli alberi
a risvegliare i sensi, e neanche i labirinti
disegnati dal volo
degli uccelli in cielo,
ma il silenzioso
cammino delle stelle
viandanti sotto la
luna, quanto più ora
il giorno muoveva verso il suo splendore.
E fino dove lo
sguardo poteva perdersi
si stendeva un
paradiso bagnato dal sole,
un continente d'erba,
una forma spettrale
densa dell'immobilità
donata dalla nebbia,
mille voci graffianti
che uscivano dal velo
bianco, per poi
sparire. E io andavo piano
a schiudere la porta
di un mondo dorato,
l'erba bianca
incorniciata dai ranuncoli
nel saluto luminoso
del nuovo giorno:
e come tutto adesso
dormiva nella luce
in un piccolo lampo
che attraversava
i giardini distesi della mia infanzia.
Io capivo che non era
quello un tempo
anarchico della
mente, era riverbero
dell'anima, rosso
come un vulcano,
stratificato e scuro
come la notte,
era dolce magia di
ondeggianti figure
apparse in gioventù a uno sguardo cieco.
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