West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

venerdì 6 marzo 2026

7 marzo 1970 — "Bridge Over Troubled Water", un addio in cima al mondo

 


1970 — Bridge Over Troubled Water: un addio in cima al mondo

 

Ci sono album che non chiudono soltanto una storia, la sublimano. Bridge Over Troubled Water, pubblicato nel gennaio del 1970, è uno di quei rari casi in cui un duo al culmine della propria forza creativa decide di separarsi proprio mentre tocca l’apice. Il 7 marzo di quell’anno, il disco di Simon & Garfunkel inizia dieci settimane consecutive al numero uno negli Stati Uniti, un dominio che sembra quasi voler trattenere l’ultimo respiro di una collaborazione irripetibile.

È un successo che arriva in un momento di tensione crescente tra Paul e Art, due personalità complementari e inconciliabili: l’uno artigiano maniacale della scrittura, l’altro voce angelica e inquieta, sempre più attratta da percorsi autonomi. Eppure, proprio in quella frattura, nasce un capolavoro.

L’album è un mosaico di ambizioni: il gospel intimo della title track, la malinconia urbana di The Boxer, la leggerezza quasi cinematografica di Cecilia, il folk che si apre a orchestrazioni ampie, quasi sinfoniche. È come se Simon & Garfunkel avessero voluto condensare in un solo disco tutto ciò che erano stati e tutto ciò che non sarebbero più riusciti a essere insieme.

Il pubblico lo percepisce immediatamente. Bridge Over Troubled Water, oltre ad essere un successo commerciale, è un disco che parla a un’America in transizione, sospesa tra la fine degli anni Sessanta e un decennio nuovo, più incerto. La voce di Garfunkel nella title track - limpida, quasi sacrale - diventa un balsamo collettivo, un invito alla fiducia in un’epoca che ne aveva disperatamente bisogno.

Il paradosso è che, mentre il mondo si innamora del loro canto, Simon & Garfunkel si stanno già allontanando. Il trionfo in classifica del 7 marzo 1970 è dunque un momento doppiamente simbolico: celebra un’opera perfetta e, allo stesso tempo, sancisce la fine di una delle collaborazioni più raffinate della musica pop.

Riascoltato oggi, Bridge Over Troubled Water conserva intatta la sua aura, un disco che non appartiene solo al suo tempo, ma a ogni tempo in cui qualcuno ha bisogno di una voce che dica “ti porto io dall’altra parte”. Un addio, sì. Ma anche una promessa di bellezza che continua a risuonare.






giovedì 5 marzo 2026

Tra suono e silenzio: la seduzione secondo Romano e Fabbri

 


Terzo capitolo della trilogia dedicata alla ricerca umana, RELIGIO continua a interrogare il cammino dell’essere attraverso le sue soglie più essenziali: nascita, spirito, materia, rinuncia, paura, amore, morte.

 

Un percorso che Edmondo Romano affronta con la libertà di chi non cerca un genere, ma un linguaggio.

Il termine religio - riunire, raccogliere, legare - diventa qui un gesto musicale: unire radici e visioni, strumenti arcaici e elettronica, voci e silenzi, culture e timbri lontani. Ogni brano è un mondo autonomo, scritto come un atto di esplorazione, tra minimalismo, contemporanea, progressive, ambient, world music, jazz e scrittura orchestrale.

Il video che accompagna questo post nasce da un’improvvisazione dal vivo tra Edmondo Romano e Cristiano Fabbri sul brano “La seduzione”, registrata al Teatro Gustavo Modena di Genova all’interno della rassegna Jazz’n’Breakfast il 24 ottobre 2024. Un dialogo libero, essenziale, che restituisce l’anima più intima del progetto: la musica come spazio di ascolto, come gesto che unisce.

RELIGIO è prodotto, composto e arrangiato da Edmondo Romano (Eden Studio, Genova), pubblicato da Visage Records e distribuito da Egea Music. L’immagine di copertina, “New Crowd #43”, è del fotografo lettone Misha Gordin.





mercoledì 4 marzo 2026

John Hammond: l’uomo che ha attraversato il blues come una strada di campagna

 

John Hammond se n’è andato in silenzio, a 83 anni, così come aveva vissuto: senza clamore, senza sovrastrutture, con quella discrezione da artigiano della musica che non ha mai cercato il centro della scena. La notizia della sua morte è arrivata attraverso un amico fraterno, Paul James, e ha fatto il giro del mondo in poche ore. Non perché Hammond fosse una star da copertina, ma perché era uno di quei musicisti che tengono insieme la memoria di un genere. Una presenza necessaria.

Essere figlio di John Henry Hammond - il talent scout che ha cambiato la storia della musica americana - avrebbe potuto schiacciarlo. Invece, paradossalmente, lo ha liberato. Hammond Jr. ha scelto la via più impervia: non l’industria, non la produzione, non il potere. Ha scelto la strada, i club, la chitarra acustica, l’armonica. Ha scelto il blues.

E lo ha fatto con una coerenza quasi ostinata. Non ha mai inseguito mode, non ha mai cercato di “aggiornare” il blues per renderlo più appetibile. Era un interprete puro, uno che si metteva al servizio delle canzoni come si fa con qualcosa di sacro.

La sua carriera è costellata di episodi che oggi sembrano inventati tanto sono perfetti. Hendrix che suona con lui al Gaslight. Clapton che si unisce alla band per qualche concerto. Mike Bloomfield che entra in studio per registrare So Many Roads. Dr. John che diventa complice musicale e amico.

Hammond non cercava queste collaborazioni… accadevano. Perché chiunque avesse un rapporto autentico con il blues riconosceva in lui un fratello, un custode, uno che non stava “interpretando” un genere ma lo stava abitando.

Più di trenta album, un Grammy, una Blues Hall of Fame. Ma i numeri, nel suo caso, dicono poco. I suoi dischi sono tappe di un percorso personale, un uomo che torna sempre alle radici, che rilegge Robert Johnson come se fosse un contemporaneo, che affronta Tom Waits con la naturalezza di chi sa che il blues non è un museo ma un linguaggio vivo.

Wicked Grin, il disco dedicato a Waits, resta un esempio perfetto: Hammond non imita, non addolcisce, non “traduce”. Porta quelle canzoni nel suo mondo, e il risultato è sorprendentemente naturale.

Vederlo dal vivo era un’esperienza quasi rituale. Lui, la chitarra, l’armonica, la voce ruvida. Nessuna scenografia, nessun artificio. Solo un uomo che racconta storie antiche come se fossero successe ieri.

C’era qualcosa di profondamente onesto in quel modo di stare sul palco. Una forma di rispetto per la musica, per il pubblico, per i maestri.

La morte di John Hammond è la fine di una certa idea di blues, quello tramandato di mano in mano, senza clamore, senza marketing, senza nostalgia. Un blues che vive nella voce di chi lo ama e lo custodisce.

Hammond era questo, un custode. E ora che se n’è andato, resta la sensazione che un pezzo di quella tradizione - quella vera, quella fragile, quella che non fa rumore - sia diventato un po’ più difficile da trovare.







martedì 3 marzo 2026

Lucio Dalla, nato il 4 marzo 1943

 


Lucio Dalla, nato il 4 marzo 1943

Il 4 marzo è diventato, quasi suo malgrado, una data che in Italia porta con sé un riflesso musicale preciso. Non tanto per un rito celebrativo, quanto per la coincidenza tra un compleanno e una canzone che ha finito per superare il proprio autore. Lucio Dalla nasce a Bologna nel 1943, in un Paese ancora immerso nella guerra, e cresce in un ambiente dove la musica non è un ornamento ma un linguaggio quotidiano. Prima ancora di essere cantautore, è clarinettista: un dettaglio che spesso si dimentica, ma che spiega la sua naturalezza nel muoversi tra jazz, improvvisazione e forme più libere.

La sua traiettoria artistica non è lineare. Dalla attraversa stagioni diverse, a volte persino contraddittorie, senza preoccuparsi troppo di mantenere un’identità coerente. Negli anni Sessanta si muove tra beat e sperimentazioni, poi approda al cantautorato in una forma tutta sua, dove la narrazione non è mai confessione diretta ma costruzione di personaggi, atmosfere, piccoli mondi. Negli anni Settanta, con l’incontro con Roberto Roversi, esplora un linguaggio più politico e poetico, spesso spiazzante. Negli Ottanta e Novanta, invece, si avvicina a un pop colto, capace di parlare a un pubblico vasto senza perdere complessità.

Questa capacità di cambiare pelle senza perdere riconoscibilità è forse il tratto che più lo distingue. Dalla non è un “cantautore” nel senso tradizionale del termine: è un autore che usa la canzone come spazio di libertà, un musicista che non rinuncia mai alla curiosità. Il clarinetto, la voce, la scrittura, la produzione: ogni elemento è un modo diverso di stare dentro la musica.

Col tempo, il suo compleanno è diventato un punto di riferimento culturale. Non per un culto della personalità, ma perché la sua figura ha finito per incarnare un’idea di musica italiana capace di essere popolare e allo stesso tempo inquieta, aperta, in movimento. Il 4 marzo non è una ricorrenza da calendario: è un promemoria di quanto la musica possa attraversare epoche e generi senza smettere di interrogare chi l’ascolta.

Dalla resta così: un artista che non si lascia chiudere in una definizione, e che continua a parlare proprio grazie a questa sua irregolarità. Un autore che ha saputo trasformare la propria storia personale in un luogo condiviso, senza mai smettere di cercare.







lunedì 2 marzo 2026

Ronan Keating: un compleanno che profuma di pop adulto e di resilienza

 

Il 3 marzo porta con sé il compleanno di un artista che, più di molti altri della sua generazione, ha saputo attraversare le stagioni del pop mantenendo una cifra personale riconoscibile: Ronan Keating. Nato a Dublino nel 1977, cresciuto nel quartiere di Bayside, è il più giovane di cinque figli e arriva alla musica quasi per istinto, dopo un’adolescenza segnata dallo sport e da una certa timidezza di fondo.

La sua storia è quella di un ragazzo che, a soli sedici anni, si presenta a un provino insieme ad altre trecento persone. Da lì nasceranno i Boyzone, una delle boyband più iconiche degli anni ’90, capaci di vendere oltre 25 milioni di dischi e di definire un’estetica pop fatta di armonie morbide, romanticismo dichiarato e una certa eleganza irlandese che non è mai diventata caricatura. Keating, con quella voce pulita e immediatamente riconoscibile, diventa presto il volto del gruppo.

Il suo vero salto però arriva nel 1999, quando la sua versione di When You Say Nothing at All - nata quasi come un episodio collaterale, per la colonna sonora di Notting Hill - diventa un successo mondiale e lo consacra come interprete adulto, capace di unire pop e cantautorato con una naturalezza disarmante.

Da allora Keating ha costruito una carriera solista solida, fatta di album che hanno venduto milioni di copie, collaborazioni importanti, incursioni nella televisione e nella radio, e un impegno costante nel sociale attraverso la Marie Keating Foundation, nata in memoria della madre scomparsa prematuramente.

Il suo compleanno, oggi, è l’occasione per ricordare un percorso che non ha mai ceduto alla nostalgia né all’autocompiacimento: Keating è uno di quegli artisti che hanno saputo crescere insieme al proprio pubblico, trasformando la sensibilità pop degli esordi in una forma di maturità musicale che non rinnega nulla, ma aggiunge strati, sfumature, vita vissuta.

Un compleanno che non chiede celebrazioni rumorose: basta riascoltare Life Is a Rollercoaster o The Long Goodbye per ritrovare quella miscela di immediatezza e sincerità che lo ha reso, negli anni, una presenza familiare e rassicurante nel panorama pop internazionale.





domenica 1 marzo 2026

Neil Sedaka, addio a una leggenda del pop americano


 

È morto il 27 febbraio a Los Angeles. Aveva 86 anni...

 

Neil Sedaka se n’è andato venerdì 27 febbraio, a Los Angeles, all’età di 86 anni. Con lui scompare uno degli ultimi grandi protagonisti della stagione d’oro del pop americano, un autore capace di attraversare decenni di trasformazioni musicali senza mai perdere la sua cifra melodica, luminosa, immediatamente riconoscibile.

Nato a Brooklyn nel 1939, in una famiglia ebraica, Sedaka mostrò un talento precoce: a nove anni la madre gli regalò il primo pianoforte, e poco dopo sarebbe arrivata la borsa di studio alla Juilliard School, dove ricevette una formazione classica rigorosa. L’incontro con il vicino di casa Howard Greenfield segnò l’inizio di uno dei sodalizi più fertili del Brill Building: insieme firmarono una sequenza impressionante di successi tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta.

Tra il 1959 e il 1963 Sedaka vendette oltre 25 milioni di dischi, imponendosi come una delle prime pop star adolescenti. Brani come Breaking Up Is Hard to Do, Oh! Carol, Calendar Girl, Happy Birthday, Sweet Sixteen e Laughter in the Rain sono entrati stabilmente nel canone della musica leggera internazionale, attraversando generazioni e continenti.

Sedaka ebbe un rapporto speciale con il pubblico italiano. Non solo molte sue hit americane dominarono i juke-box della penisola, ma incise anche quattordici 45 giri e tre album in italiano, includendo brani originali scritti da autori del nostro Paese. I tuoi capricci, La terza luna e Adesso no - firmate rispettivamente da Luis Bacalov, Franco Migliacci e Gianni Meccia - furono tra i titoli che più contribuirono a radicare la sua popolarità in Italia nei primi anni Sessanta.

Arrivarono anche incursioni nel repertorio napoletano, con interpretazioni di I’ te vurria vasà, ’Na sera ’e maggio e Scapricciatello: un gesto di affetto verso una tradizione che Sedaka sentiva vicina, forse anche per le sue origini familiari composite - turche, russe e polacche.

L’arrivo dei Beatles sul mercato americano rallentò la sua corsa, ma Sedaka seppe reinventarsi negli anni Settanta, trasferendosi in Inghilterra e pubblicando due album di successo per la Rocket Records di Elton John. Negli anni successivi continuò a scrivere per sé e per altri artisti, mantenendo una presenza costante nello show business e collezionando riconoscimenti: dalla Songwriters Hall of Fame alla stella sulla Hollywood Walk of Fame.

La famiglia, annunciandone la scomparsa, lo ha definito «una vera leggenda del rock and roll, un’ispirazione per milioni di persone e, soprattutto, un marito, padre e nonno straordinario». Parole semplici, che restituiscono l’immagine di un artista che ha saputo unire professionalità, disciplina e una gentilezza che molti colleghi hanno ricordato nel corso degli anni.

Con Neil Sedaka si chiude un capitolo fondamentale della musica pop: quello in cui la melodia era ancora un’arte artigianale, costruita al pianoforte, nota dopo nota, con la cura di chi sapeva che una canzone ben scritta può attraversare il tempo più di qualsiasi moda.






sabato 28 febbraio 2026

1° marzo '68: il giorno in cui Johnny Cash sposò June Carter e debuttò il talento di Elton John

 


Il 1° marzo 1968 come spartiacque tra la consacrazione di un amore e l'esordio di una stella

 

Il 1° marzo 1968 si configura nella cronologia musicale come un punto di congiunzione tra la maturità emotiva di un’icona consolidata e l'incerto vagito artistico di un futuro protagonista del pop mondiale. In quella giornata, a Franklin, nel Kentucky, Johnny Cash e June Carter celebravano il loro matrimonio, un evento che superava la cronaca rosa per diventare un elemento strutturale della musica country statunitense. Dopo anni di tormenti personali e dipendenze che avevano rischiato di compromettere la carriera dell'Uomo in Nero, l'unione formale con June Carter non rappresentò solo una stabilità affettiva, ma impressero una direzione nuova alla produzione di Cash. La loro collaborazione artistica, già rodata in tour, si trasformò in una simbiosi creativa capace di umanizzare il genere country, portando nei testi e nelle performance un'autenticità che avrebbe influenzato intere generazioni di musicisti.

Mentre oltreoceano si sanciva un legame storico, nel Regno Unito la Philips Records pubblicava I've Been Loving You, il singolo di debutto di un giovane pianista ancora noto come Reg Dwight, ma pronto a presentarsi al mondo con lo pseudonimo di Elton John. Scritto insieme a Bernie Taupin, il brano non ottenne il successo commerciale sperato e non riuscì nemmeno a entrare nelle classifiche dell'epoca, mostrando un sound ancora acerbo e lontano dalle architetture barocche e glam che avrebbero caratterizzato i suoi lavori successivi.

Nonostante l'accoglienza tiepida, quel 1° marzo segnò l'inizio ufficiale di una delle partnership di scrittura più prolifiche della storia della musica moderna. La distanza stilistica tra la solennità rurale del matrimonio di Cash e il primo tentativo discografico di Elton John evidenzia la frammentazione e la ricchezza di un anno, il 1968, capace di accogliere nello stesso giorno la ridefinizione di un mito americano e la genesi, seppur silenziosa, di un fenomeno globale.