22 marzo 1994
Ci sono artisti che sembrano vivere in una zona di confine,
sempre un passo avanti rispetto al loro tempo, eppure mai davvero al centro
della scena. Dan Hartman apparteneva a questa categoria: un talento
naturale, polistrumentista, autore, produttore, capace di muoversi con una
disinvoltura quasi imbarazzante tra rock, soul, disco, pop, funk. Uno di quei
musicisti che non hanno bisogno di presentazioni tra gli addetti ai lavori, ma
che il grande pubblico ricorda per una manciata di brani che hanno attraversato
le epoche come lampi improvvisi.
La sua storia comincia a York, Pennsylvania, dove cresce in
una famiglia in cui la musica è un linguaggio quotidiano. Da ragazzo entra
nella Edgar Winter Band, e lì lascia subito un’impronta: Free Ride porta
la sua firma, e già in quel brano si sente la sua capacità di unire energia
rock e senso melodico. È un primo indizio di ciò che diventerà: un artigiano
del suono, uno che sa costruire canzoni che funzionano, che restano, che si
muovono con naturalezza tra generi diversi.
Gli anni Ottanta lo trasformano in un autore pop di livello
internazionale. I Can Dream About You è il suo biglietto da visita
planetario: una ballata moderna, elegante, con quella voce morbida e luminosa
che sembra scivolare senza sforzo. È il momento in cui Hartman diventa un nome
riconoscibile, anche se lui continua a preferire il lavoro dietro le quinte,
dove può modellare arrangiamenti, armonie, timbri, senza la pressione del
personaggio pubblico.
La sua versatilità lo porta a collaborare con artisti
diversissimi. Con James Brown firma Living in America, un brano che
restituisce al “Godfather of Soul” una nuova stagione di visibilità. È un
incontro tra due mondi: l’energia primordiale di Brown e la precisione
produttiva di Hartman, che riesce a incanalare quella forza in un suono
contemporaneo, potente, immediato. Un equilibrio che pochi avrebbero saputo
trovare.
Negli ultimi anni si era dedicato soprattutto alla
produzione, al lavoro in studio, a quel tipo di artigianato sonoro che gli
riusciva naturale. Era un periodo più raccolto, quasi appartato, segnato anche
da una malattia che aveva scelto di vivere con grande riservatezza.
La sua morte, il 22 marzo 1994, a soli quarantatré
anni, arriva come un taglio netto: un tumore cerebrale legato alle complicanze
dell’AIDS, affrontato lontano dai riflettori, con la stessa discrezione che
aveva caratterizzato tutta la sua vita privata.
Resta la sensazione di un talento che non ha fatto in tempo a mostrare tutto ciò che avrebbe potuto dare. Ma restano anche le canzoni, i riff, le produzioni, le intuizioni. Resta quella voce che sapeva essere dolce senza essere fragile, luminosa senza essere superficiale. Resta l’idea di un musicista che ha attraversato la musica americana con passo leggero, lasciando impronte profonde.








