La mattina del 1° aprile 1964, mentre i Beatles sono
impegnati nelle riprese di A Hard Day’s Night, un uomo entra negli
uffici della NEMS Enterprises, al quinto piano di Sutherland House, Argyll
Street, Londra. Si presenta alla reception dicendo di essere il padre di John Lennon. È Alfred “Alf” Lennon,
scomparso dalla vita del figlio da diciassette anni. Con lui c’è un
giornalista. Brian Epstein viene avvisato e manda subito un’auto a chiamare
John.
Quando Lennon arriva, la prima frase che rivolge al padre è
secca, quasi difensiva: «What do you want?». L’incontro dura appena
venti minuti. John, irritato e spiazzato, finisce per ordinare al padre di
andarsene. L’episodio non verrà riportato dai giornali: in cambio del silenzio,
ai cronisti verranno promesse storie esclusive sulla band.
Il ritorno di Alf non è un gesto affettuoso né un tentativo
di ricucire davvero. È un’apparizione improvvisa, quasi teatrale, che arriva
nel momento in cui il figlio è all’apice della fama mondiale. La loro storia
familiare è segnata da assenze, fughe, distanze: Alfred, marinaio e uomo
irrequieto, aveva visto pochissimo John durante l’infanzia, e i contatti si
erano praticamente interrotti fino all’esplosione della Beatlemania.
Il 1° aprile 1964, dunque, non è una riconciliazione ma un
incontro teso, breve, pieno di imbarazzo. John non è pronto a rivedere
quell’uomo che per anni era stato solo un’ombra. Alf, dal canto suo, sembra più
interessato a sfruttare l’occasione che a recuperare un rapporto. L’atmosfera è
così fragile che basta poco a far crollare tutto.
Quella porta che si chiude dopo venti minuti sancisce
l’ennesima frattura. Eppure, nella cronologia della vita di Lennon, questo
episodio resta un punto di svolta, un ritorno inatteso che riapre ferite
antiche proprio mentre il mondo lo acclama come simbolo di una nuova era
musicale.

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