4 luglio 1987 – Genesis a Wembley: quando una band al suo
apice si specchia nella propria leggenda
Il 4 luglio 1987 non è solo una data del Invisible
Touch Tour, ma uno di quei momenti in cui una band capisce di aver
raggiunto una vetta che non era nemmeno immaginabile agli inizi, quando i Genesis erano un gruppo di ragazzi inglesi che
cercavano di reinventare il rock con fiabe, maschere e suite da venti minuti. A
Wembley, quella sera, tutto è diverso: il pubblico è immenso, la produzione è gigantesca,
la band è in uno stato di forma che rasenta la perfezione. È il punto in cui la
storia del prog incontra la potenza del pop-rock da stadio.
Nel 1987 i Genesis sono una creatura completamente evoluta.
Lontani anni luce dalle atmosfere gotiche di Foxtrot e Selling
England by the Pound, hanno attraversato una trasformazione lenta ma
inesorabile: prima la svolta più diretta di Duke, poi l’equilibrio
perfetto di Genesis (1983), infine l’esplosione planetaria di Invisible
Touch.
Il tour che segue l’album è una macchina da guerra. Phil
Collins è un frontman totale, capace di passare dalla teatralità ironica di
Invisible Touch alla tensione emotiva di In the Air Tonight. Tony
Banks è il pilastro sonoro, elegante e imperturbabile. Mike Rutherford
alterna chitarra e basso con una naturalezza che pochi altri possiedono.
Il 26 luglio, Wembley è già stato conquistato per diverse
serate consecutive, ma questa è quella che rimane nella memoria collettiva, la
più intensa, la più celebrata, la più “Genesis” di tutte.
Wembley è un mare di luci. La band entra con Mama, un brano che dal vivo diventa un rituale oscuro, quasi ipnotico. Collins gioca con il pubblico, lo provoca, lo trascina. È un attore, un cantante, un direttore d’orchestra.
Il momento più alto è Domino. Sul palco, le luci e le
proiezioni trasformano Wembley in un teatro di ombre e colori. Collins
scandisce le parti con una precisione quasi chirurgica, mentre Banks costruisce
muri sonori che sembrano uscire da un’opera sinfonica. È il brano che meglio rappresenta
la fusione tra il passato prog e il presente pop-rock.
Perché i Genesis, quella sera, dimostrano qualcosa che poche
band hanno saputo mostrare… che si può cambiare, evolvere, trasformarsi
radicalmente senza perdere la propria anima.
In quel momento della loro storia, vivono una condizione
quasi unica: hanno un successo planetario, ma non hanno mai rinunciato alla
loro complessità. Riempiono gli stadi come le grandi band pop, eppure non
diventano mai “facili”, non scivolano nella semplificazione che spesso
accompagna la fama. Anche quando abbracciano il linguaggio più diretto degli
anni Ottanta, restano profondamente loro stessi. Sono pop, sì, ma sono pop alla
maniera dei Genesis, con strutture ricercate, con arrangiamenti che non cedono
alla banalità, con quella identità sonora che li accompagna fin dagli esordi e
che continua a emergere, anche sotto le luci abbaglianti di Wembley. Il
pubblico lo percepisce, ogni brano è un’esplosione, ogni transizione è
calibrata, ogni gesto di Collins è una scintilla che accende la folla. È la
celebrazione di una carriera che ha attraversato epoche, stili, rivoluzioni
sonore.
Il concerto di Wembley diventerà un riferimento assoluto per
le produzioni live degli anni successivi. Molti artisti, da Peter Gabriel agli
U2, riconosceranno l’impatto visivo e narrativo di quel tour. E per i fan dei
Genesis, il 4 luglio 1987 rimane una data scolpita: il giorno in cui la band
ha dimostrato di essere non solo un pezzo di storia del prog, ma una delle
formazioni più influenti del rock moderno.








