Il 19 marzo 1962 la Columbia pubblica Bob Dylan, un disco che, a guardarlo oggi,
sembra quasi un paradosso: l’album d’esordio di uno dei più influenti
cantautori del Novecento, eppure un lavoro che all’epoca passò quasi
inosservato, composto in gran parte da brani tradizionali e contenente soltanto
due canzoni originali. Un inizio in sordina per un artista che, nel giro di un
anno, avrebbe rivoluzionato la musica popolare.
Quando Bob Dylan entra negli studi della Columbia, ha
vent’anni e porta con sé un bagaglio di storie inventate, miti personali e
un’energia febbrile. È arrivato a New York pochi mesi prima, attratto dalla
figura di Woody Guthrie, che in quel periodo è ricoverato in ospedale. Dylan lo
va a trovare, lo omaggia, lo studia: Guthrie diventa il suo faro, il suo
modello, la sua ragione d’essere.
Nel Village, Dylan assorbe tutto: folk, blues rurale,
spiritual, ballate dei monti Appalachi, canti dei lavoratori, repertori
tramandati oralmente e fissati su disco dai Lomax. È un mondo che lo affascina
perché è antico, fragile, pieno di voci dimenticate. E lui vuole farle
rivivere.
Il colpo di fortuna arriva quasi per caso. Dylan è stato
invitato a suonare l’armonica a una sessione della cantante Carolyn Hester. Lì
lo nota John Hammond, talent scout leggendario della Columbia, che decide di
metterlo sotto contratto praticamente “su due piedi”. Una scelta che molti,
dentro la casa discografica, giudicano avventata: Dylan è acerbo, non ha un
repertorio suo, non ha ancora dimostrato nulla.
Eppure, Hammond vede qualcosa. Forse la fame, forse la voce
ruvida, forse quella presenza scenica da menestrello urbano che sembra uscita
da un’altra epoca.
Le sessioni di registrazione si svolgono nel novembre 1961.
Dylan porta con sé un repertorio che conosce a memoria: folk standard, blues,
gospel, murder ballads, tutto ciò che suona ogni sera nei locali del Village.
Il risultato è un album asciutto, diretto, quasi
documentaristico. La Columbia lo pubblica con il titolo Bob Dylan,
come se bastasse il nome a raccontare tutto.
Tra i brani, spiccano:
- “Talkin’ New York”, uno
dei due originali, ironico e autobiografico;
- “Song to Woody”,
l’altro originale, un omaggio commosso al suo maestro;
- una
versione intensa di “House of the Risin’ Sun”, registrata prima che
gli Animals la trasformassero in un successo mondiale.
Il disco vende pochissimo. Per molti è un fallimento
commerciale. Per Dylan, però, è un rito di passaggio, la prova che può stare in
studio, che può incidere, che può iniziare a costruire la sua voce.
Se Bob Dylan non scuote il mondo nel 1962, è perché la
rivoluzione è ancora in incubazione. Ma è già lì, nelle pieghe del disco, nella
scelta dei brani, nella voce che sembra più vecchia della sua età, nella
capacità di far suonare nuove canzoni antiche.
Un anno dopo, con The Freewheelin’ Bob Dylan, tutto
cambierà: arriveranno le canzoni originali, la protesta, la poesia, l’impatto
culturale. Ma senza questo primo passo, senza questo disco quasi timido, non ci
sarebbe stato il resto.
Bob Dylan è un documento prezioso, la fotografia di un artista nel momento esatto
in cui sta diventando sé stesso. Non è un capolavoro, non è un manifesto, non è
ancora la voce di una generazione. È qualcosa di più intimo… l’origine di un
mito, il punto in cui un ragazzo del Minnesota comincia a trasformarsi in Bob
Dylan.










