Il 18 febbraio 1947, a Novellara, nasceva Augusto Daolio, e con lui un modo diverso di
stare sulla scena… non come star, non come profeta, ma come uomo che canta con
la stessa naturalezza con cui respira. La sua voce, inconfondibile, non era
solo timbro, ma un gesto, un modo di guardare il mondo, un invito a rallentare
e a sentire.
Daolio non è stato semplicemente il frontman dei Nomadi,
ma il loro baricentro emotivo, la figura che teneva insieme inquietudine e
dolcezza, protesta e tenerezza. In un’Italia che cambiava in fretta, lui
rimaneva lì, con quella presenza scenica che non aveva bisogno di artifici,
bastavano un sorriso obliquo, un movimento delle mani, un modo tutto suo di
piegare le parole per farle diventare esperienza condivisa.
La sua voce portava dentro qualcosa di antico e qualcosa di
nuovo. Antico, perché sapeva di terra, di piazze, di feste popolari, di
racconti tramandati. Nuovo, perché riusciva a dare forma a un’idea di musica
come comunità, come luogo dove riconoscersi senza bisogno di spiegazioni.
Augusto cantava per chi si sentiva fuori posto, per chi cercava un altrove
possibile, per chi aveva bisogno di una bussola emotiva.
E poi c’era l’uomo, ironico, schivo, profondamente curioso.
Disegnatore, pittore, osservatore instancabile. La sua creatività non si
esauriva sul palco, era piuttosto un modo di stare al mondo, trasformando ogni
incontro in un frammento di racconto. Chi lo ha conosciuto ricorda la sua
capacità di ascoltare, di accogliere, di rendere semplice ciò che semplice non
era.
La sua morte, nel 1992, ha lasciato un vuoto che non si è mai
davvero colmato. Ma il 18 febbraio continua a essere una data che non passa
inosservata, un piccolo faro nel calendario, un promemoria di ciò che la musica
può essere quando nasce da un’urgenza autentica. Augusto Daolio non ha mai
cercato di essere un simbolo, e proprio per questo lo è diventato.
Oggi, ricordarlo significa tornare a un’idea di arte che non
urla, non sgomita, non si traveste. Un’arte che parla piano, ma arriva lontano.
Un’arte che, come lui, continua a camminare accanto a chi non ha smesso di
credere che la musica possa ancora essere un luogo dove sentirsi a casa.






