West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

venerdì 3 aprile 2026

Muddy Waters – nato il 4 aprile 1913



C’è un punto, nella storia del blues, in cui la terra del Delta smette di essere soltanto un luogo e diventa una corrente elettrica. Quel punto ha un nome: McKinley Morganfield, per tutti Muddy Waters. Nato il 4 aprile del 1913 vicino a Rolling Fork, cresciuto tra i campi di Stovall Plantation, porta con sé la voce ruvida della terra e la trasforma in qualcosa che non esisteva ancora. Non un semplice passaggio dal rurale all’urbano, ma un salto di tensione: la chitarra che vibra, l’amplificatore che amplifica l’urgenza.

Quando Alan Lomax lo registra nel 1941 per la Library of Congress, Muddy è ancora un giovane uomo che canta per necessità più che per destino. Eppure, in quelle incisioni primitive, c’è già tutto… la pulsazione, la frase che si piega e si rialza, la voce che non chiede permesso. Chicago lo aspetta, e lui ci arriva come si arriva in una città che promette lavoro e restituisce identità. Nei club di South Side, Muddy costruisce un suono che diventerà matrice: chitarra elettrica, armonica tagliente, una sezione ritmica che non accompagna ma spinge.

Il blues elettrico nasce così, senza proclami, da un uomo che non ha mai smesso di suonare come se ogni nota fosse un pezzo di vita. Hoochie Coochie Man, I’m Ready, Mannish Boy non sono solo brani, ma dichiarazioni di presenza. La sua voce non racconta, afferma. E in quella affermazione si riconosceranno generazioni intere, dal rock britannico degli anni Sessanta fino al revival americano che lo riporterà sul palco con Johnny Winter.

Muddy Waters non è un padre fondatore per investitura critica, lo è perché senza di lui il blues elettrico non avrebbe trovato forma. Perché la sua chitarra ha insegnato a migliaia di musicisti che il volume non è un ornamento, ma un’estensione dell’anima. Perché la sua figura, imponente e insieme familiare, ha incarnato l’idea stessa di autorevolezza musicale.

Il 4 aprile rappresenta l’inizio di una traiettoria che ha cambiato la musica del Novecento. Ogni volta che una chitarra elettrica entra in un riff di blues, Muddy è lì, non come fantasma, ma come radice viva.

Gli ultimi anni di Muddy hanno il passo lento di chi ha già consegnato tutto. Vive tra tournée selezionate, riconoscimenti tardivi, la consapevolezza di essere diventato un riferimento più che un protagonista. La voce si fa più scura, la chitarra meno impetuosa, ma resta intatta quella presenza che non ha mai avuto bisogno di spiegarsi.

Muore il 30 aprile 1983, nella sua casa di Westmont, Illinois. Una fine quieta, domestica, lontana dal clamore. Non lascia un testamento artistico, perché il testamento è l’intera storia del blues elettrico: ogni riff che discende da lui, ogni band che ha trovato in quel suono una direzione.

La sua assenza non chiude nulla. Resta come restano le radici, invisibili, ma decisive. Ogni volta che una chitarra entra con un attacco sporco, ogni volta che una voce si appoggia sul tempo con quella sicurezza antica, Muddy è ancora lì, in un punto preciso tra la terra del Delta e la corrente che l’ha trasformata.




giovedì 2 aprile 2026

3 aprile 1971 – Quando “Brown Sugar” cambiò il passo dei Rolling Stones

 

Ci sono date che non sembrano destinate a diventare storiche, e invece lo diventano per la forza di una canzone. Il 3 aprile 1971, nel Regno Unito, i Rolling Stones pubblicano Brown Sugar, il singolo che apre la strada a Sticky Fingers e inaugura, di fatto, la stagione più libera, sfrontata e creativa della loro storia.

Il brano diventa un manifesto. È il momento in cui gli Stones smettono di inseguire i Beatles e diventano definitivamente “la più grande rock’n’roll band del mondo”.

Mick Jagger lo scrive nel 1969, durante le riprese del film Ned Kelly in Australia. È un periodo complicato: Brian Jones è appena morto, la band è in transizione, e Jagger vive una stagione di eccessi e inquietudini. La prima versione del brano viene registrata a Muscle Shoals, in Alabama, nel dicembre dello stesso anno. È una sessione febbrile, quasi clandestina, perché la band è ancora sotto contratto con la Decca e non dovrebbe registrare altrove.

Keith Richards, anni dopo, dirà che Brown Sugar è “una di quelle canzoni che escono fuori già finite”, come se fossero sempre esistite.

L’attacco di chitarra è uno dei più riconoscibili della storia del rock. È sporco, tagliente, immediato. Charlie Watts entra con un tempo che non ha bisogno di dimostrare nulla. Il sax di Bobby Keys aggiunge quella nota sudista, carnale, che rende il pezzo irresistibile.

È un brano che non chiede permesso: entra, travolge, resta.

Brown Sugar è sempre stato un terreno scivoloso. Parla di schiavitù, desiderio, violenza, sesso, potere. Jagger stesso, negli anni, ha ammesso che oggi non lo scriverebbe più così. Eppure, nel 1971, quella miscela di groove e provocazione diventa un simbolo della libertà creativa del rock.

Non è un brano “comodo”, e forse proprio per questo funziona.

Il 3 aprile 1971 il singolo esce nel Regno Unito. È il primo pubblicato dalla neonata Rolling Stones Records, l’etichetta con il celebre logo della lingua disegnato da John Pasche. È anche il primo tassello di Sticky Fingers, l’album con la copertina di Andy Warhol e la zip vera, un oggetto che diventerà iconico.

Il singolo vola subito in cima alle classifiche. Negli Stati Uniti raggiunge il numero 1. In Europa diventa uno dei brani più suonati dell’anno.

Da allora Brown Sugar è rimasta una presenza costante nei concerti degli Stones, anche se negli ultimi anni è stata eseguita meno spesso per via delle polemiche sul testo. Ma il suo peso storico non cambia, è il brano che segna il passaggio dagli Stones “giovani” agli Stones “adulti”, quelli che costruiranno Exile on Main St., Goats Head Soup, It’s Only Rock ’n Roll.

È il suono di una band che ha trovato la propria identità definitiva.

Quel giorno nacque un modo nuovo di intendere il rock, più crudo, più libero, più fisico, un modo che avrebbe influenzato generazioni di musicisti, dal punk al garage, dal rock alternativo al soul bianco.

E, soprattutto, uscì una canzone che ancora oggi, al primo accordo, fa capire perché gli Stones sono diventati ciò che sono.






mercoledì 1 aprile 2026

Gianfranco Caliendo, la voce che ha insegnato alla melodia a restare giovane

 

La notizia è arrivata il 31 marzo: Gianfranco Caliendo è morto a 70 anni, a Napoli, la città che aveva scelto come casa artistica e sentimentale. Per molti, non era soltanto il frontman del Giardino dei Semplici. Era una voce che aveva accompagnato un’epoca, un modo di cantare che teneva insieme melodia, romanticismo e quella naturalezza mediterranea che non ha mai avuto bisogno di spiegarsi.

A dare l’annuncio è stato il figlio Tiziano, con un messaggio semplice e struggente: «Ciao papà, ti aspetta il concerto più bello… Tu, per me, rivivrai ogni volta che ascolteremo la tua voce e la tua musica».

Nato a Firenze nel 1956, ma napoletano d’adozione, Caliendo aveva fondato il Giardino dei Semplici nel 1974 insieme a Gianni Averardi, Andrea Arcella e Luciano Liguori. Il gruppo, sostenuto da produttori come Giancarlo Bigazzi e Totò Savio, divenne in pochi anni una delle realtà più amate della musica leggera italiana. Brani come “M’innamorai”, “Tu, ca nun chiagne”, “Miele”, “Vai”, “Concerto in La Minore” sono entrati nel repertorio collettivo, riconoscibili al primo ascolto.

Con il Giardino dei Semplici, Caliendo ha inciso 14 album, venduto 4 milioni di copie e tenuto oltre 2.000 concerti. Numeri che raccontano una storia lunga, ma non dicono tutto: la sua voce era un marchio, un modo di stare sul palco che univa mestiere e spontaneità.

C’è un episodio che molti ricordano: Sanremo 1977. Pochi giorni prima dell’esibizione con “Miele”, Caliendo ebbe un grave incidente stradale. Salì comunque sul palco, con il braccio ingessato nascosto sotto un costume medievale. Un gesto che racconta bene il suo carattere: non si fermava davanti a nulla, perché la musica veniva prima di tutto.

Dopo l’uscita dal gruppo nel 2012, Caliendo non si era ritirato. Aveva fondato la Miele Band, pubblicato nuovi dischi, scritto l’autobiografia “Memorie di un Capellone” e continuato a insegnare attraverso l’Accademia Caliendo, fondata nel 1998 con la sorella Rossella. Nel 2025 aveva celebrato i 50 anni di carriera con un tour culminato al Teatro Troisi di Napoli.

Era un artista ancora pienamente attivo, presente, curioso. Non una figura nostalgica, ma un musicista che continuava a reinventarsi.

La sua morte arriva a pochi giorni da quella di Gino Paoli, e sembra chiudere un’altra pagina della musica italiana. Ma Caliendo lascia molto più di un repertorio, lascia un modo di intendere la canzone come gesto popolare e artigianale, capace di attraversare generazioni senza perdere freschezza.

Le sue melodie restano lì, intatte, come se non avessero mai smesso di parlare a chi le ascolta.

E forse è vero ciò che ha scritto suo figlio: «Ci sarà un pubblico infinito ad applauderti». Perché certe voci non si spengono: continuano a risuonare, ogni volta che qualcuno le ricorda.






martedì 31 marzo 2026

John Lennon, 1° aprile 1964: il ritorno del padre dopo diciassette anni

 

La mattina del 1° aprile 1964, mentre i Beatles sono impegnati nelle riprese di A Hard Day’s Night, un uomo entra negli uffici della NEMS Enterprises, al quinto piano di Sutherland House, Argyll Street, Londra. Si presenta alla reception dicendo di essere il padre di John Lennon. È Alfred “Alf” Lennon, scomparso dalla vita del figlio da diciassette anni. Con lui c’è un giornalista. Brian Epstein viene avvisato e manda subito un’auto a chiamare John.

Quando Lennon arriva, la prima frase che rivolge al padre è secca, quasi difensiva: «What do you want?». L’incontro dura appena venti minuti. John, irritato e spiazzato, finisce per ordinare al padre di andarsene. L’episodio non verrà riportato dai giornali: in cambio del silenzio, ai cronisti verranno promesse storie esclusive sulla band.

Il ritorno di Alf non è un gesto affettuoso né un tentativo di ricucire davvero. È un’apparizione improvvisa, quasi teatrale, che arriva nel momento in cui il figlio è all’apice della fama mondiale. La loro storia familiare è segnata da assenze, fughe, distanze: Alfred, marinaio e uomo irrequieto, aveva visto pochissimo John durante l’infanzia, e i contatti si erano praticamente interrotti fino all’esplosione della Beatlemania.

Il 1° aprile 1964, dunque, non è una riconciliazione ma un incontro teso, breve, pieno di imbarazzo. John non è pronto a rivedere quell’uomo che per anni era stato solo un’ombra. Alf, dal canto suo, sembra più interessato a sfruttare l’occasione che a recuperare un rapporto. L’atmosfera è così fragile che basta poco a far crollare tutto.

Quella porta che si chiude dopo venti minuti sancisce l’ennesima frattura. Eppure, nella cronologia della vita di Lennon, questo episodio resta un punto di svolta, un ritorno inatteso che riapre ferite antiche proprio mentre il mondo lo acclama come simbolo di una nuova era musicale.




lunedì 30 marzo 2026

O’Kelly Isley Jr.: la voce calma al centro della tempesta soul

 

Quando si parla degli Isley Brothers, l’immaginario corre subito alle vampate funk di “That Lady”, alla sensualità di “Between the Sheets”, alla longevità quasi miracolosa di un gruppo capace di attraversare cinque decenni senza perdere identità. Eppure, al cuore di quella storia c’è una figura meno appariscente, più raccolta, quasi un baricentro silenzioso: O’Kelly Isley Jr., scomparso il 31 marzo 1986.

La sua presenza non era mai urlata. Aveva il passo di chi conosce il proprio ruolo e lo esercita con naturalezza; la voce baritonale che teneva insieme gli impasti vocali, il fratello maggiore che proteggeva e guidava, l’uomo che sapeva quando spingere e quando lasciare spazio. In un gruppo spesso percepito come un organismo in continua mutazione, O’Kelly era la linea di continuità.

Nato nel 1937 a Cincinnati, cresce in una famiglia dove il gospel non è solo un linguaggio musicale, ma un modo di stare al mondo. Le prime armonizzazioni con Ronald e Rudolph nascono lì, tra chiese e concorsi locali, molto prima che “Shout” esploda come un rito collettivo. O’Kelly porta con sé quella formazione anche quando la band si apre al rhythm & blues, poi al funk, poi ancora al rock psichedelico degli anni Settanta. È lui a mantenere un filo, una memoria, una disciplina.

La sua figura scenica è rimasta impressa nelle fotografie dei tour: alta, elegante, spesso avvolta in abiti bianchi o argentati, come se il suo ruolo fosse quello di un officiatore laico. Non aveva l’esuberanza di Ronald né la spinta compositiva di Ernie, ma senza di lui gli Isley Brothers non avrebbero avuto quella compattezza vocale che li rende immediatamente riconoscibili. La sua voce, più scura e profonda, era la terra su cui le altre potevano costruire.

Negli anni Ottanta, mentre il gruppo attraversa trasformazioni interne e un mercato sempre più competitivo, O’Kelly resta un punto fermo. Lavora dietro le quinte, cura arrangiamenti, sostiene i fratelli nei momenti di tensione. La sua morte, improvvisa, arriva in un periodo in cui gli Isley stanno cercando un nuovo equilibrio. È una ferita che non fa rumore, ma lascia un vuoto evidente: da quel momento la storia della band cambia ritmo, come se mancasse un metronomo invisibile.

Oggi il suo nome non è tra i più citati quando si racconta la grande soul music americana. Eppure, chi conosce davvero gli Isley Brothers sa che molte delle loro armonie più raffinate, molti dei loro equilibri interni, devono qualcosa a lui. O’Kelly Isley Jr. non è stato un frontman, né un virtuoso, né un personaggio da copertina. È stato un custode: della famiglia, del suono, della continuità.

Ricordarlo significa restituire dignità a quella parte della musica che non vive di clamore, ma di presenza. Una presenza che, nel suo caso, ha tenuto insieme una delle storie più longeve e influenti della musica afroamericana.






domenica 29 marzo 2026

Ci ha lasciato David Riondino, l’ultimo dei trovatori moderni



La notizia è arrivata ieri, nelle prime ore del mattino: David Riondino è morto a 73 anni, lasciando un vuoto difficile da colmare nel mondo della canzone d’autore, del teatro, della satira e di quella forma di narrazione che lui aveva trasformato in un’arte personale. A darne l’annuncio è stata l’amica Chiara Rapaccini, con un messaggio semplice e affettuoso, com’era nel suo stile. 

Riondino era nato a Firenze nel 1952, figlio di un maestro vicino alle avanguardie educative e amico di Giorgio La Pira. La sua formazione non è quella canonica del cantautore: prima di salire sui palchi, ha trascorso dieci anni tra gli scaffali della Biblioteca Nazionale di Firenze, catalogando libri e, forse, imparando a catalogare anche il mondo. È lì che si forma la sua voce, ironica, colta, capace di trasformare un dettaglio in racconto.

Negli anni Settanta fonda con altri compagni il collettivo Victor Jara, esperienza musicale e politica che lo porta nelle case del popolo, alle feste dell’Unità, nei luoghi dove la musica era ancora un gesto comunitario. Il 1979 è l’anno della svolta: apre i concerti del tour di Fabrizio De André con la PFM, un’occasione che lo proietta in un’altra dimensione. Da lì in avanti, la sua carriera diventa un percorso trasversale: canzoni, teatro, satira, televisione, libri. Una “girandola di immagini”, come l’ha definita chi lo conosceva bene.

Molti lo ricordano per la sua attività di verseggiatore satirico negli anni Ottanta, sulle pagine di Tango e Cuore, e poi su Comix, Linus, Il Male, l’Unità. Altri per il teatro, dove ha lavorato con Paolo Rossi, Sabina Guzzanti e soprattutto con Dario Vergassola, con cui ha condiviso un sodalizio lungo e fertile.

E poi c’è la canzone: Maracaibo, scritta da lui e portata al successo da Lu Colombo nel 1981, è diventata un classico popolare, spesso citato senza che molti sapessero chi ne fosse l’autore.

Riondino era un artista difficile da incasellare. Cantautore, attore, regista, scrittore, narratore orale, inventore di format teatrali e televisivi, promotore di festival come Il giardino della poesia a San Mauro Pascoli. Ogni volta che cambiava linguaggio, sembrava farlo con naturalezza, come se fosse la cosa più semplice del mondo.

Negli ultimi anni aveva lavorato alla Scuola dei Giullari, un progetto dedicato alla composizione di canzoni e alla tradizione della poesia orale. È rimasto incompiuto, ma racconta bene la sua idea di arte: un luogo aperto, condiviso, dove la creatività non è mai un gesto solitario.

I funerali si terranno martedì, alle 11, nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, a Roma. Un luogo simbolico, che accoglie spesso figure che hanno attraversato più mondi, come lui.

David Riondino lascia un’eredità vasta e sfaccettata. Non solo opere, ma un modo di guardare le cose: con ironia, con leggerezza, con quella capacità di trasformare la cultura in racconto, e il racconto in un gesto che appartiene a tutti.

Un trovatore moderno, davvero. E i trovatori, si sa, non muoiono mai del tutto, ma restano nelle storie che hanno saputo raccontare.








sabato 28 marzo 2026

Quel giorno in cui Jannacci torna - 29 marzo

 


Il 29 marzo torna sempre con un passo particolare. Non è un anniversario che chiede celebrazioni solenni, né un rito da calendario… è un punto di memoria che si riapre da sé, come certe porte dei cortili milanesi che non hanno bisogno di essere spinte. Quel giorno del 2013 se n’andava Enzo Jannacci, e da allora la città - e chiunque abbia incrociato la sua voce - continua a sentirne l’eco.

Jannacci non appartiene alla nostalgia, ma è rimasto in quella zona franca dove convivono comicità e malinconia, improvvisazione jazz e teatro di strada, la Milano delle periferie e quella dei bar di notte. La sua forza sta proprio lì, nella capacità di raccontare l’umanità senza giudicarla, di far emergere la poesia dove nessuno la cercava, di dare dignità agli ultimi senza trasformarli in simboli.

Ogni 29 marzo riaffiorano frammenti, come un verso storto che diventa rivelazione, un gesto sul palco, un sorriso che anticipa la battuta, la leggerezza che si apre all’improvviso su un abisso. Jannacci aveva il dono raro di far ridere e commuovere nello stesso respiro, come se le due cose fossero inseparabili. E forse lo erano davvero.

La sua eredità è un modo di guardare il mondo… laterale, affettuoso, un po’ sghembo, sempre pronto a cogliere la verità dove non te l’aspetti. Per questo la sua assenza continua a essere una presenza. Non c’è bisogno di grandi parole, basta una canzone che parte alla radio, un ricordo condiviso tra amici, un accenno di voce che torna a farsi sentire.

Il 29 marzo è il giorno in cui ci si accorge che Jannacci continua a camminare accanto a noi, con quella sua ironia che non ferisce e quella sua malinconia che consola. Milano lo porta ancora nelle pieghe, e chi lo ha amato sa che certe figure non se ne vanno davvero, cambiano posto, si spostano un po’ più in là, ma restano.