West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

domenica 9 agosto 2026

10 agosto 1943 nascita di Ronnie Spector voce luminosa delle Ronettes

Il 10 agosto 1943 segna l’arrivo di una voce destinata a diventare un simbolo del pop americano e quando si immagina Ronnie Spector che cresce tra Harlem e Washington Heights si percepisce subito quella miscela di energia e dolcezza che la accompagnerà per tutta la vita e che la renderà unica nel panorama musicale degli anni Sessanta.

Ronnie entra nella scena con le Ronettes e il trio prende forma come un fulmine che attraversa la cultura pop con un’immagine che non assomiglia a nulla di ciò che il pubblico aveva visto prima e lei sta al centro con una naturalezza che non ha bisogno di artifici perché basta il modo in cui inclina la testa o sorride per creare un mondo e basta il suo timbro caldo e leggermente graffiato per trasformare una canzone in un racconto che parla di desiderio e di libertà.

Quando nasce Be My Baby il mondo cambia senza accorgersene e Ronnie diventa la voce che accompagna un’intera generazione e quel canto che sembra semplice diventa invece un gesto di emancipazione femminile e un modo nuovo di interpretare l’amore e mentre il Wall of Sound costruisce intorno a lei una cattedrale sonora lei rimane sempre al centro con una presenza che nessuna produzione può imitare

La sua vita attraversa anche zone d’ombra e Ronnie affronta anni complessi in cui la sua forza interiore diventa l’unico appiglio e quando finalmente si libera da un matrimonio che aveva trasformato il talento in prigionia ritrova la propria identità e la propria voce e ricomincia a cantare con una maturità che non cancella la ragazza degli anni Sessanta ma la completa e la rende ancora più vera.

Negli anni successivi Ronnie diventa un punto di riferimento per artisti che vedono in lei una pioniera e una sorella maggiore, e la sua voce continua a scorrere dentro collaborazioni che mostrano quanto fosse capace di attraversare epoche diverse, senza perdere autenticità e quando Joey Ramone o Bruce Springsteen parlano di lei lo fanno con un rispetto che nasce dalla consapevolezza di trovarsi davanti a una figura che ha aperto strade.

Ronnie Spector rimane così nella memoria collettiva come una donna che ha trasformato la fragilità in forza e la dolcezza in carattere e quando si pensa a lei si sente ancora quel modo unico di stare sul palco come se ogni nota fosse un frammento di vita e ogni sorriso un invito a credere che la musica possa davvero cambiare le persone.

Ronnie Spector è morta nel 2022 all'età di 78 anni a causa di un male incurabile.






"Tutta la luce che c'è": l'intreccio lirico e visivo nell'opera multimediale di Roberto Storace e Giacomo Franco

 


L'intreccio lirico e visivo nell'opera multimediale di 

 Roberto Storace e Giacomo Franco 

Un'analisi della struttura, della presenza iconografica e delle suggestioni di “Tutta la luce che c'è”

 

Il volume multimediale intitolato Tutta la luce che c'è raccoglie l'esito della collaborazione artistica tra Giacomo Franco - poeta - e il musicista, scrittore e fotografo Roberto Storace, avviata nella primavera del 2024. L'opera si configura come un percorso interdisciplinare in cui la poesia in versi liberi, la composizione per chitarra acustica e la fotografia convivono all'interno di una struttura organica, concepita sia per la lettura sia per la rappresentazione dal vivo.

La genesi del lavoro risiede in un contatto maturato nella loro città, Savona, grazie all'intermediazione dell'editore Marco Sabatelli, il quale ha favorito l'incontro tra i due autori, residenti a breve distanza senza essersi mai frequentati in precedenza. Da questa convergenza è nata la scelta di accostare la produzione poetica di Franco, caratterizzata da diverse sillogi già edite, alle strutture armoniche di stampo celtico e atmosferico create negli anni da Storace. All'interno del testo, la componente sonora è resa fruibile direttamente attraverso l'inserimento di codici QR che permettono l'ascolto di brani quali The storm, King's jig, Like words in the wind e Flying over the wilderness.

Dal punto di vista dei contenuti e del linguaggio, la poetica di Franco si definisce come “poesia di risacca”, un registro espressivo che impiega il verso libero per esplorare la dimensione del ricordo, del dormiveglia e del paesaggio naturale.

Come evidenziato nel commento introduttivo di Roberto Morando, i testi muovono da spunti quotidiani per articolarsi attorno a due nuclei principali: il tema del tempo, osservato nella sua ciclicità o nel suo sviluppo lineare, e la presenza trasformativa dell'elemento liquido. In questo contesto, la parola si misura con la concretezza delle cose e con lo scorrere degli eventi, trovando espressione in passaggi in cui l'atmosfera si fa metafora del mutamento:

Si fa buio

i cani dell’inverno

mordono il cuore

e nelle bianche città del silenzio

discendono i ricordi

come neve.

Nel cono di luce dei lampioni

la mia ombra si stacca

e come una barca

andrà in solitaria deriva

sul fiume della notte.

(Imbrunire)

In Tutta la luce che c'è, l'impianto visivo curato da Storace risponde a una precisa scelta strutturale: la fotografia non interviene mai come un elemento decorativo a margine, né viene confinata a un ruolo subordinato di pura illustrazione. Al contrario, l'immagine possiede un valore fondamentale e paritetico rispetto alla parola scritta, agendo come una seconda linea narrativa che esplora il reale attraverso la grammatica della luce e della materia. Le fotografie - che immortalano scorci costieri liguri, mari in tempesta ed elementi paesaggistici raccolti durante viaggi in Patagonia o in Irlanda - offrono un contrappunto visivo continuo alle suggestioni del testo, traducendo in campiture di luce e forme plastiche ciò che la poesia esprime in forma di verso.

La fotografia di Storace fissa i dettagli fisici del paesaggio - la grana scabra delle rocce, il movimento delle onde, i riflessi su superfici umide -, offrendo una concretezza che ancora l'astrazione del ricordo a una realtà tangibile. La tensione tra l'instabilità del tempo e il tentativo dell'arte di fermarne l'istante emerge nitidamente nel dialogo tra versi e scatti. L'immagine fotografica si fa così spazio fisico della memoria, trovando un parallelismo diretto nella dimensione lirica:

Acqua dal cielo, acqua dalla terra: oggi scavalca anche le nuvole il respiro del mare

(La mareggiata d’inverno)

Qui l'istantanea visiva e il testo poetico arrivano a coincidere: l'inquadratura cristallizza la violenza del mare e la resistenza della costa, trasformando il paesaggio in un correlativo oggettivo dell'esistenza.

La parte conclusiva del volume delinea i profili biografici dei due autori, ripercorrendo la formazione in ingegneria elettronica e i riconoscimenti chitarristici di Storace, unitamente ai premi letterari e alla produzione editoriale di Franco. L'impianto complessivo documenta anche il ciclo di presentazioni svolte sul territorio ligure presso la Libreria Paoline, il Centro Sociale Mezzalunga di Celle Ligure e la Società Dante Alighieri con il contributo critico di Franco Bonfanti.

L'opera si distingue per l'essenzialità del formato e per la scelta di evitare sovrapposizioni invasive tra le arti, affidando l'efficacia del progetto al semplice e misurato affiancamento di testo, suono e immagine visiva.

In definitiva, Tutta la luce che c'è supera la semplice sommaria unione di linguaggi differenti per approdare a una sintesi espressiva profonda, misurata e autenticamente luminosa. La sinergia tra la parola di Franco e l'obiettivo fotografico e le note di Storace non si limita a registrare la fragilità del tempo o lo scorrere della memoria, ma riesce a rintracciare, dentro ogni piega del paesaggio e della quotidianità, una sostanziale chiarezza di senso. Il percorso disegnato dai due autori lascia così un segno nitido e vitale, dimostrando come dall'equilibrio rigoroso tra versi, immagini e trame sonore possa scaturire una visione aperta, capace di restituire allo sguardo e all'ascolto una discreta, preziosa e persistente speranza.







venerdì 7 agosto 2026

Marcinelle, una ferita che non si rimargina: 136 italiani tra le vittime

 


8 agosto, Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo

 

L'8 agosto 1956, la storia si tinse di nero carbone. Nelle profondità della miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, in Belgio, un incendio divampato a quasi mille metri di profondità causò un'immane tragedia. Morirono 262 minatori, travolti dal fumo, dal fuoco e dai gas tossici. Di queste vittime, ben 136 erano italiani, emigrati in cerca di una vita migliore, pronti a sacrificare tutto per un futuro dignitoso.

Questo tragico evento, noto come il disastro di Marcinelle, ha segnato profondamente la storia dell'emigrazione italiana. In un'Europa ancora segnata dalla guerra, molti italiani, soprattutto dal sud e dal centro del Paese, partivano per il Belgio con la speranza di un lavoro sicuro nelle miniere di carbone, in virtù di un accordo tra i due governi. Marcinelle rappresenta il sacrificio di questi uomini e il simbolo di un'epoca in cui la sicurezza sul lavoro era una chimera.

Le operazioni di soccorso furono estenuanti e durarono più di due settimane. Quando, il 22 agosto, uno dei soccorritori emerse dal pozzo e pronunciò la frase "tutti cadaveri", ogni speranza si spense. Quello che emerse fu un quadro agghiacciante di condizioni di lavoro precarie e mancati standard di sicurezza, che contribuirono a trasformare un incidente in una strage.

Per onorare la memoria di questi lavoratori e di tutti gli italiani che hanno perso la vita lontano dalla loro patria, in cerca di lavoro e dignità, l'Italia ha istituito l'8 agosto come la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo. È una giornata di riflessione, in cui si commemora un passato doloroso per non dimenticare mai l'importanza della tutela dei diritti e della sicurezza dei lavoratori, un monito che, purtroppo, rimane ancora oggi di drammatica attualità.

La miniera di Bois du Cazier, chiusa definitivamente nel 1967, è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità e trasformata in un museo. Un luogo di memoria che tiene viva la storia di quegli uomini e delle loro famiglie, e ci ricorda il prezzo altissimo pagato per il pane e la speranza.






giovedì 6 agosto 2026

69 anni fa ci lasciava Oliver Hardy: il ricordo di un'icona immortale

 

Omaggio a un'icona del cinema: L'eredità comica di Oliver Hardy a 69 anni dalla sua scomparsa

La figura di Oliver Hardy, noto al mondo come la metà "grassottella" del celebre duo comico Stanlio & Ollio, ci ha lasciati il 7 agosto del 1957. A 62 anni, il suo cuore cessò di battere, ma la sua risata contagiosa, le sue espressioni iconiche e il suo inconfondibile "Well, here's another nice mess you've gotten me into!" ("Ecco un altro bel pasticcio in cui mi hai cacciato!") sono ancora vivi e vegeti nell'immaginario collettivo.

Oliver Hardy non era solo un attore, ma un vero e proprio genio della comicità. La sua bravura stava nel rappresentare un tipo di personaggio ben specifico: un uomo pomposo e auto-importante che, nonostante i suoi tentativi di mantenere un'aria di dignità, finiva sempre per essere trascinato in situazioni assurde dal suo inseparabile amico Stan Laurel. Era la sua abilità nel comunicare con un solo sguardo, un sospiro o un gesto disperato che rendeva i suoi personaggi così amati e irresistibili.

La chimica tra lui e Stan Laurel era qualcosa di magico. I loro film, che spaziavano dal muto al sonoro, hanno creato un linguaggio comico universale, fatto di gag visive, slapstick e dialoghi geniali. Il loro successo non è stato un caso, ma il risultato di un'arte che combinava perfettamente il tempismo comico di Hardy con l'ingenuità di Laurel.

A 69 anni dalla sua scomparsa, il 7 agosto 1957, il ricordo di Oliver Hardy non svanisce. La sua eredità continua a vivere nelle repliche dei suoi film, nei sorrisi che ancora oggi sanno strappare e nel cuore di chi li guarda. Oliver Hardy non è stato solo un comico, ma un maestro che ci ha insegnato che, anche nei momenti più difficili, una buona risata può essere la cura migliore. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto nel mondo del cinema, ma il suo spirito e la sua arte continuano a farci compagnia, rendendo il mondo un posto un po' più felice.






mercoledì 5 agosto 2026

Domenico Modugno, l’ultimo volo. Il 6 agosto 1994 si spegne a 66 anni il padre della canzone moderna

 


Domenico Modugno, l’ultimo volo. Il 6 agosto 1994 si spegne a 66 anni il padre della canzone moderna


Il 6 agosto 1994 l’Italia perde una delle sue voci più riconoscibili e una delle figure che hanno cambiato per sempre il modo di intendere la musica leggera. Domenico Modugno muore a 66 anni nella sua casa di Lampedusa, lasciando un’eredità che continua a vivere nelle canzoni, nel teatro, nel cinema e nella memoria collettiva di un Paese che con lui ha imparato a guardare oltre i confini della tradizione.

La notizia della sua scomparsa attraversa l’Italia in poche ore e diventa subito un fatto nazionale. Modugno non era soltanto l’autore di Nel blu dipinto di blu, il brano che nel 1958 aveva portato la musica italiana nel mondo con una forza mai vista prima, ma era un artista completo, capace di unire radici popolari e modernità, teatro e canzone, dialetto e innovazione. La sua figura aveva accompagnato decenni di storia italiana, diventando un punto di riferimento per generazioni diverse.

Negli anni Cinquanta Modugno aveva rotto gli schemi con una presenza scenica nuova, quasi teatrale, che trasformava la canzone in racconto. Il suo modo di stare sul palco, di usare il corpo e la voce, di portare emozioni e immagini dentro la musica, aveva aperto la strada ai cantautori. Dopo di lui nulla era più come prima: la canzone italiana entrava in una fase nuova, più libera, più personale, più vicina alla vita reale.

La sua carriera era stata ricca di successi, ma anche di scelte coraggiose. Attore, autore, interprete, uomo di spettacolo, Modugno aveva attraversato cinema, televisione, teatro e politica con la stessa naturalezza con cui aveva attraversato i generi musicali. Negli ultimi anni aveva ridotto le apparizioni pubbliche, ma la sua presenza restava forte, quasi simbolica, come se bastasse il suo nome per evocare un pezzo di storia nazionale.

La morte del 6 agosto 1994 chiude una stagione irripetibile, ma non chiude il suo racconto. Modugno continua a vivere nelle reinterpretazioni, nelle citazioni, nei festival, nei programmi televisivi, nelle playlist dei giovani che scoprono la sua voce senza sapere quanto abbia influenzato ciò che ascoltano oggi. La sua figura resta centrale perché ha saputo unire popolarità e profondità, immediatezza e ricerca, tradizione e futuro.

A distanza di trent’anni la sua eredità è ancora evidente. Ogni volta che un artista porta sul palco un pezzo di sé, ogni volta che una canzone diventa racconto, ogni volta che la musica italiana prova a uscire dai confini, c’è un frammento di Modugno che torna a farsi sentire. Il 6 agosto 1994 non segna soltanto la fine di una vita, ma il passaggio di testimone verso una nuova idea di canzone che continua a camminare sulle sue tracce.








5 agosto 1985 – Nasce la Rock and Roll Hall of Fame, il tempio della memoria del rock

 


5 agosto 1985 – Nasce la Rock and Roll Hall of Fame, il tempio della memoria del rock

 

Il 5 agosto 1985 è una data che segna un confine nella storia della musica. Quel giorno, a New York, viene annunciata ufficialmente la fondazione della Rock and Roll Hall of Fame, un’istituzione pensata per celebrare, proteggere e tramandare l’eredità del rock e delle sue infinite diramazioni. Non un museo qualunque, ma un luogo simbolico: la casa della memoria di un genere che aveva rivoluzionato il Novecento, cambiando linguaggi, comportamenti, estetiche e culture.

A metà degli anni Ottanta il rock non è più soltanto una musica, è una storia lunga trent’anni, con protagonisti, svolte, cadute, rinascite. Molti dei pionieri sono ancora in attività, altri sono scomparsi, altri ancora rischiano di essere dimenticati da un’industria che corre veloce. Da qui l’intuizione, creare un’istituzione che riconosca ufficialmente chi ha contribuito a costruire il linguaggio del rock, dalle radici blues e rhythm & blues fino alle evoluzioni più moderne.

L’annuncio del 5 agosto 1985 arriva come un segnale forte: il rock merita la stessa dignità storica delle arti “maggiori”.

L’idea nasce da un gruppo di critici e professionisti guidati da Ahmet Ertegun, leggendario fondatore della Atlantic Records. Accanto a lui ci sono giornalisti come Dave Marsh e Jann Wenner, figure che hanno raccontato il rock fin dai suoi primi passi. La loro missione è chiara: definire criteri, costruire un comitato, selezionare i primi nomi da inserire nella Hall of Fame.

Il progetto è ambizioso, non solo un archivio, ma un luogo fisico, un museo, un centro culturale.

L’annuncio del 1985 prepara il terreno per la prima cerimonia, che si terrà l’anno successivo. La lista dei primi artisti introdotti è un manifesto:

 

Elvis Presley

Chuck Berry

Little Richard

James Brown

Ray Charles

Buddy Holly

Fats Domino

Sam Cooke

Jerry Lee Lewis

Everly Brothers

 

Una dichiarazione d’intenti: il rock nasce dal blues, dal gospel, dal soul, dal country, e da una generazione di innovatori che ha trasformato tutto.

Nel 1985 non è ancora deciso dove sorgerà il museo. La scelta arriverà poco dopo: Cleveland, Ohio, città che aveva sostenuto il rock fin dagli anni Cinquanta e che si era candidata con forza. La struttura, progettata da I. M. Pei, verrà inaugurata nel 1995, diventando uno dei luoghi più visitati dagli appassionati di musica.

La fondazione della Rock and Roll Hall of Fame non è solo un atto celebrativo. È il momento in cui il rock entra ufficialmente nella storia culturale del mondo occidentale. Da ribellione giovanile diventa patrimonio, da controcultura diventa memoria condivisa. Il 5 agosto 1985 segna l’inizio di un racconto che continua ancora oggi, con nuove generazioni di artisti che entrano nella Hall e con un museo che si rinnova continuamente.






domenica 2 agosto 2026

Louis Armstrong – 4 agosto 1901


Il 4 agosto 1901, a New Orleans, nasceva Louis Armstrong, una delle figure che più di ogni altra ha trasformato il jazz da linguaggio di comunità a patrimonio universale. La sua storia è quella di un ragazzo cresciuto in un quartiere povero, circondato da musica, improvvisazione, rituali, parate, spirituals: un mondo che diventerà la matrice del suo stile inconfondibile.

La sua tromba diventa un’estensione della voce, capace di frasi che sembrano dialoghi, risate, sospiri. È qui che nasce la rivoluzione… il jazz non è più solo collettivo, ma anche individuale, centrato sulla personalità del solista. Armstrong porta il fraseggio in avanti, inventa un modo di “dire” la musica che influenzerà generazioni di trombettisti, cantanti, band.

La sua presenza scenica è magnetica. Armstrong sorride, gioca, improvvisa, parla con il pubblico. È un artista che non teme di mescolare virtuosismo e intrattenimento, profondità e leggerezza. Con lui il jazz esce dai locali di New Orleans e diventa spettacolo, cultura popolare, linguaggio globale.

Negli anni Venti Armstrong incide con i Hot Five e i Hot Seven, gruppi che cambiano la storia del jazz. Le sue registrazioni diventano un manuale di stile: swing, fraseggio, improvvisazione, interplay. Negli anni Trenta e Quaranta conquista il mondo con tournée, big band, collaborazioni. Negli anni Cinquanta e Sessanta diventa un’icona planetaria: What a Wonderful World è la sua firma definitiva, un ponte tra jazz, pop e cultura di massa.

Armstrong è il punto di partenza di tutto, senza di lui non ci sarebbero stati Dizzy Gillespie, Miles Davis, Chet Baker, né il jazz come lo conosciamo oggi. La sua musica continua a essere studiata, suonata, reinterpretata.

Il 4 agosto non è solo la data della sua nascita, ma è l’inizio di una storia che ha cambiato il modo di ascoltare, suonare e vivere la musica.