West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

giovedì 12 febbraio 2026

Il rigore della velocità tra Nora Orlandi e Caterina Valente


Analisi tecnica di un virtuosismo d'archivio sulle note del 

Moto perpetuo


L'immagine storica di Nora Orlandi è indissolubilmente legata alla direzione dei 4+4, una funzione che l'ha consegnata alla memoria collettiva come la coordinatrice infallibile delle armonie vocali per il cinema e la televisione. Tuttavia, il recupero di alcuni filmati d'archivio rivela una realtà solistica sorprendente, capace di folgorare lo spettatore moderno: Orlandi che affronta il Moto perpetuo a una velocità d'esecuzione estrema, accompagnata da un pianoforte altrettanto rapido. Questa performance non rappresenta solo un esercizio di stile, ma una dichiarazione di competenza tecnica che la pone sullo stesso piano dei grandi virtuosi dello strumento voce.

Il confronto più naturale, analizzando una simile agilità nell'articolazione, è quello con Caterina Valente, figura che ha elevato lo scat e il vocalizzo tecnico a vette internazionali insuperate. Entrambe le artiste condividono un approccio alla musica che privilegia la precisione assoluta rispetto all'enfasi emotiva. Se la Valente era capace di competere con le orchestre americane grazie a una duttilità ritmica prodigiosa, Nora Orlandi risponde con una matrice tecnica altrettanto solida, dove la velocità diventa il terreno su cui testare la nitidezza di ogni singola nota. Nel Moto perpetuo, questa affinità emerge con chiarezza: non c'è spazio per le sbavature e ogni sillaba deve essere incastrata con precisione millimetrica nel flusso sonoro.

Mentre Caterina Valente spesso utilizzava il virtuosismo per creare un dialogo giocoso con gli strumenti, l'approccio della Orlandi appare più asciutto, quasi ingegneristico. La sua capacità di mantenere l'intonazione cristallina mentre il cronometro corre è la prova di un controllo del fiato e di una muscolatura vocale fuori dal comune. In questo senso, la Orlandi solista è una scoperta che ribalta il paradigma della "corista": la sua funzione di guida per i 4+4 non era un limite espressivo, ma l'estensione naturale di una padronanza tecnica che le permetteva di dominare qualsiasi complessità ritmica in totale autonomia.

Rivedere oggi queste esecuzioni significa restituire a Nora Orlandi il ruolo di fuoriclasse che le spetta. Il parallelo con la Valente non è dunque un accostamento azzardato, ma la constatazione di una comune eccellenza nel trattamento della voce come puro strumento melodico. Entrambe hanno dimostrato che il talento, quando supportato da una disciplina ferrea, può trasformare una sequenza di note velocissime in una narrazione coerente e affascinante, dove la bravura non è mai fine a sé stessa ma è il risultato di una preparazione tecnica impeccabile.

 

mercoledì 11 febbraio 2026

Il “glissando” che ha cambiato la storia del jazz sinfonico

 


L'evoluzione cromatica e l'urgenza creativa dietro il capolavoro di Gershwin

 

L'idea che Rapsodia in blu sia nata da un errore è una semplificazione affascinante, ma la realtà dei fatti racconta una storia di intuizione e di un'urgenza creativa quasi febbrile. Il celebre inizio del brano, quel lamento del clarinetto che sembra arrampicarsi verso il cielo, non era previsto nella partitura originale. George Gershwin aveva scritto una semplice scala di diciassette note, ma durante le prove del 1924 il clarinettista Ross Gorman decise, quasi per scherzo, di legarle tutte insieme in un unico, fluido glissando "urlato". Invece di restare sorpreso o infastidito, Gershwin ne rimase folgorato e chiese al musicista di rendere quel passaggio ancora più graffiante e viscerale, trasformando un dettaglio tecnico in un simbolo della musica del Novecento.

Questo episodio riflette perfettamente lo spirito con cui l'opera venne alla luce. La composizione non fu il frutto di una lunga meditazione, ma di una corsa contro il tempo iniziata quando Gershwin scoprì da un trafiletto di giornale che il direttore d'orchestra Paul Whiteman aveva già annunciato il concerto per il 12 febbraio. In sole cinque settimane, il compositore dovette tradurre in musica il caos e l'energia di New York. Per farlo, utilizzò una struttura che ricorda molto i brani classici ma la riempì di colori nuovi: i ritmi spezzati del jazz e le melodie malinconiche del blues che si sentivano nei club di Harlem.

Il segreto della Rapsodia in blu risiede proprio in questo equilibrio tra rigore e libertà. Gershwin non si limitò a inserire elementi jazz in una cornice classica, ma cercò di far parlare i due mondi la stessa lingua. Se da un lato il pianoforte segue uno sviluppo quasi virtuosistico, dall'altro l'uso degli ottoni e delle percussioni richiama la vitalità delle strade americane. Questa fusione fu così efficace perché non risultava forzata; la musica fluiva con naturalezza, passando da momenti di grande eleganza a esplosioni sonore quasi selvagge, proprio come accadde con l'intuizione del clarinetto di Gorman.

L'opera divenne così il manifesto di un'epoca, dimostrando che la musica colta poteva nutrirsi della cultura popolare senza perdere la sua dignità. Quel glissando iniziale, nato quasi per caso, divenne il ponte ideale tra la tradizione delle sale da concerto e la modernità dei club notturni, segnando un punto di non ritorno nella storia della musica moderna.








martedì 10 febbraio 2026

Gary Thain, il bassista ombra che teneva in piedi un gigante

 

Gary Thain nasce in Nuova Zelanda nel 1948, lontano da tutto, e forse per questo porta sempre con sé un senso di estraneità. È un ragazzo silenzioso, riservato, con un talento naturale per il basso; non è un virtuoso esibizionista, ma uno che costruisce fondamenta solide e melodiche sotto i piedi degli altri.

Quando entra negli Uriah Heep nel 1972, la band sta vivendo il suo momento d’oro. E lui diventa subito il cuore pulsante del gruppo: linee di basso eleganti, creative, mai banali. È il motore nascosto di album come Demons and Wizards, The Magician’s Birthday, Sweet Freedom. La sua presenza è magnetica ma discreta: non cerca la luce, la sostiene.

Ma dietro quella calma apparente c’è un ragazzo fragile, che non regge bene la pressione, le tournée infinite, l’ambiente tossico del rock anni ’70. Inizia a usare eroina per “reggere”, per anestetizzare l’ansia, per non sentire il peso del mondo. E lentamente scivola in una spirale che non riesce più a controllare.

È il 15 settembre 1974. Gli Uriah Heep stanno suonando a Dallas, uno dei tanti concerti di un tour massacrante. Gary Thain è stanco, pallido, consumato dalle droghe e dalla pressione, ma quando sale sul palco sembra trasformarsi: il basso diventa la sua armatura, il suo rifugio.

A metà concerto succede qualcosa che nessuno dimenticherà mai. Gary tocca un microfono difettoso mentre è collegato al suo basso. Una scarica elettrica violentissima attraversa il suo corpo. Cade a terra, immobile. La band si ferma, il pubblico trattiene il fiato. Per un attimo sembra morto.

Lo portano via, lo rianimano. Sopravvive. Ma quella scossa non è solo fisica… è simbolica. Da quel giorno Gary non è più lo stesso. Ha paura del palco, paura degli strumenti, paura di sé stesso. La sua dipendenza peggiora, la sua salute crolla, la band perde la pazienza.

Quando gli Uriah Heep lo licenziano, Gary vive quel gesto come un tradimento irreparabile. Era la sua famiglia, il suo mondo, l’unico posto dove si sentiva qualcuno. Senza la band, senza un ruolo, senza un futuro, si lascia andare. Muore pochi mesi dopo, in silenzio, lontano dai riflettori.

La scossa di Dallas non lo ha ucciso sul momento, ma ha acceso una crepa che non si è mai più richiusa.







lunedì 9 febbraio 2026

David Bowie, 10 febbraio 1972

 


La prima apparizione di Ziggy Stardust al 

Toby Jug di Tolworth


Esattamente cinquantaquattro anni fa, sul modesto palco del pub Toby Jug a Tolworth, David Bowie diede inizio a una delle trasformazioni più significative della cultura pop del Novecento. Non si trattò di un debutto in grande stile nei teatri del West End, ma di una performance davanti a un pubblico numericamente ridotto, circa sessanta persone, che assistettero alla nascita del personaggio di Ziggy Stardust. Quella sera il musicista londinese abbandonò definitivamente l’immagine del cantautore folk per abbracciare un’estetica aliena, caratterizzata da stivali rossi, capelli tinti e un trucco che annullava i confini di genere allora prestabiliti.

L’importanza di quella data risiede nel superamento del modello tradizionale di rockstar intesa come figura autentica e terrena. Bowie scelse invece la via della teatralità totale, trasformando il concerto in una messa in scena narrativa dove il confine tra interprete e maschera diventava volutamente ambiguo. L'impatto di questa operazione non fu immediato a livello di vendite, ma innescò un processo di decostruzione dell'immagine maschile che avrebbe influenzato la moda e il costume dei decenni successivi.

La scaletta della serata includeva già brani che sarebbero diventati classici, come Starman e Suffragette City, eseguiti con una formazione, gli Spiders from Mars, capace di unire l'irruenza del rock chitarristico a una precisione tecnica quasi meccanica.

Quella performance a Tolworth segnò il passaggio dal glamour ingenuo degli anni Sessanta a una forma di spettacolo più consapevole e critica. Bowie non si limitava a cantare canzoni, ma utilizzava il corpo come uno strumento di comunicazione visiva, anticipando tendenze che oggi consideriamo standard nell'industria dell'intrattenimento.

Analizzando l'evento con distacco tecnico, si percepisce come la gestione dell'immagine coordinata - dai costumi di Freddie Burretti alle pose ispirate al mimo - fosse parte di un progetto artistico integrato, volto a scardinare la staticità del rock britannico dell'epoca.


IMMAGINI DI REPERTORIO...





domenica 8 febbraio 2026

Bill Haley: la fine di un'era il 9 febbraio 1981

 


La scomparsa dell'uomo che ha dato un ritmo nuovo al dopoguerra


Il 9 febbraio 1981, la notizia della morte di Bill Haley giunta dal Texas segnava la chiusura definitiva di una stagione musicale irripetibile. Haley si è spento a 55 anni, lasciando un vuoto che non riguarda solo la cronaca del mondo dello spettacolo, ma che tocca le radici stesse della cultura popolare contemporanea. Sebbene negli ultimi anni la sua figura fosse stata parzialmente offuscata dall'esplosione di icone più giovani e provocatorie, il suo contributo tecnico e stilistico rimane la pietra angolare su cui è stato costruito l'edificio del rock 'n' roll.

Il merito principale di Haley è stato quello di aver intuito, con una precisione quasi scientifica, la possibilità di fondere generi apparentemente distanti. Prima dell'avvento dei Comets, la distinzione tra il country e il rhythm and blues era netta, spesso tracciata da barriere non solo musicali ma anche sociali. Haley, partendo da una formazione legata al western swing, ha saputo accelerare i tempi e accentuare il "backbeat", creando una formula sonora che trovò la sua massima espressione in Rock Around the Clock. Il brano, inciso nel 1954, non fu un successo immediato, ma la sua inclusione nella colonna sonora del film Il seme della violenza lo trasformò nel primo inno di una generazione in cerca di una propria identità.

Dal punto di vista della scrittura e dell'arrangiamento, la musica di Haley non cercava la complessità armonica, puntando tutto su una sezione ritmica implacabile e sull'uso distintivo del sax tenore e della chitarra elettrica, strumenti che dialogavano in modo serrato per mantenere alta la tensione del brano. Questa struttura ha permesso di sdoganare un linguaggio sonoro che fino a quel momento era rimasto confinato in circuiti regionali o di nicchia, portandolo nelle classifiche internazionali e nelle case della classe media.

Con la sua scomparsa si concluse il ciclo dei pionieri che avevano agito da catalizzatori. Se figure come Elvis Presley hanno incarnato l'immagine ribelle del genere, Bill Haley ne è stato il motore metodico e l'ambasciatore globale. La sua estetica, fatta di giacche sgargianti e del celebre ricciolo sulla fronte, appartiene forse a un passato che appare oggi lontano, ma la solidità tecnica dei suoi brani continua a rappresentare il manuale base per chiunque decida di imbracciare una chitarra elettrica.






sabato 7 febbraio 2026

8 febbraio 1969: l'annuncio dei Blind Faith e l'illusione del supergruppo

 


L'unione tra Clapton, Winwood e Baker nel contesto della crisi creativa post Cream

 

L'8 febbraio 1969 la cronaca musicale venne scossa da una notizia che sembrava destinata a spostare l'asse del rock internazionale: l'annuncio ufficiale della nascita dei Blind Faith. Il progetto si presentava come una soluzione tecnica e artistica alle tensioni accumulate nei mesi precedenti, riunendo Eric Clapton e Ginger Baker, orfani della potenza sonora dei Cream, con Steve Winwood, che aveva appena abbandonato i Traffic, e Ric Grech. La critica coniò per loro il termine "supergruppo", una definizione che portava con sé un carico di aspettative sproporzionato rispetto alla reale stabilità della nuova formazione.

Clapton vedeva in questa collaborazione la possibilità di rifugiarsi in un sound più asciutto e strutturato, lontano dalle lunghe improvvisazioni solistiche che lo avevano reso un'icona mondiale ma che lo avevano anche profondamente logorato. L'ingresso di Winwood garantiva una versatilità compositiva che spaziava dal rhythm and blues a suggestioni più marcatamente melodiche, offrendo al chitarrista quella spalla creativa necessaria per esplorare territori meno saturi. Tuttavia, l'annuncio della band non faceva i conti con la pressione mediatica: il pubblico non cercava un'evoluzione, ma una replica aumentata del passato, trasformando ogni concerto in una celebrazione nostalgica delle carriere precedenti.

La gestione tecnica dei Blind Faith fu segnata da una fretta eccessiva. Nonostante la qualità dell'unico album omonimo, le sessioni di registrazione e i successivi tour negli Stati Uniti evidenziarono una mancanza di amalgama strutturale, schiacciata tra la necessità di promuovere il nuovo materiale e l'obbligo contrattuale di riproporre brani dei Cream. Questa instabilità portò alla fine del gruppo già nell'autunno dello stesso anno, dimostrando come la data del loro esordio avesse segnato l'inizio di un esperimento tanto ambizioso quanto fragile.






venerdì 6 febbraio 2026

Steve Bronski e il coraggio dell'elettronica militante

 


L'identità sintetica dei Bronski Beat e il peso di una rivoluzione sonora


Il 7 febbraio del 1960 nasceva a Glasgow Steven Forrest, l'uomo che, sotto lo pseudonimo di Steve Bronski, avrebbe trasformato il sintetizzatore in uno strumento di affermazione politica e sociale. Fondatore dei Bronski Beat, l'artista scozzese ha rappresentato una figura atipica nel panorama pop degli anni Ottanta: un metodico artigiano del suono capace di coniugare il rigore delle macchine con l'urgenza di una narrazione civile esplicita, in un’epoca in cui l’industria discografica tendeva spesso a edulcorare i temi più scomodi.

La sua visione tecnica si concretizzò nel 1984 con la pubblicazione di The Age of Consent, un titolo che già di per sé costituiva una sfida alle leggi britanniche dell'epoca. Bronski non si limitava a programmare basi per la voce iconica di Jimmy Somerville; egli stratificava sequenze elettroniche pulite e minimaliste, creando un'intelaiatura sonora che sosteneva messaggi di resistenza. In brani come Smalltown Boy, la sua gestione dei sintetizzatori analogici riusciva a trasmettere un senso di isolamento e speranza, elevando il synth-pop da semplice musica di consumo a colonna sonora di un cambiamento culturale necessario.

A differenza di molti contemporanei, Bronski mantenne un approccio asciutto alla produzione, evitando eccessi barocchi per concentrarsi sulla forza del ritmo e sulla nitidezza delle armonie. Dopo l'uscita di Somerville dalla formazione, Steve continuò a guidare il progetto attraverso diverse evoluzioni, esplorando le sonorità della Hi-NRG e della dance europea, mantenendo però sempre fede a quell'estetica sintetica che lo aveva reso un punto di riferimento per i produttori di musica elettronica dei decenni successivi.

La traiettoria di Steve Bronski si è interrotta tragicamente nel dicembre del 2021, all'età di 61 anni. L'artista è rimasto vittima di un incendio divampato nel suo appartamento di Soho, a Londra, una fine solitaria che contrasta dolorosamente con l'energia collettiva che la sua musica ha saputo sprigionare nelle arene e nei club di tutto il mondo. Nonostante l'epilogo silenzioso, la sua eredità rimane custodita nei circuiti di quei brani che hanno dato voce a chi, fino a quel momento, era rimasto ai margini della cronaca e delle classifiche.