West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

lunedì 30 marzo 2026

O’Kelly Isley Jr.: la voce calma al centro della tempesta soul

 

Quando si parla degli Isley Brothers, l’immaginario corre subito alle vampate funk di “That Lady”, alla sensualità di “Between the Sheets”, alla longevità quasi miracolosa di un gruppo capace di attraversare cinque decenni senza perdere identità. Eppure, al cuore di quella storia c’è una figura meno appariscente, più raccolta, quasi un baricentro silenzioso: O’Kelly Isley Jr., scomparso il 31 marzo 1986.

La sua presenza non era mai urlata. Aveva il passo di chi conosce il proprio ruolo e lo esercita con naturalezza; la voce baritonale che teneva insieme gli impasti vocali, il fratello maggiore che proteggeva e guidava, l’uomo che sapeva quando spingere e quando lasciare spazio. In un gruppo spesso percepito come un organismo in continua mutazione, O’Kelly era la linea di continuità.

Nato nel 1937 a Cincinnati, cresce in una famiglia dove il gospel non è solo un linguaggio musicale, ma un modo di stare al mondo. Le prime armonizzazioni con Ronald e Rudolph nascono lì, tra chiese e concorsi locali, molto prima che “Shout” esploda come un rito collettivo. O’Kelly porta con sé quella formazione anche quando la band si apre al rhythm & blues, poi al funk, poi ancora al rock psichedelico degli anni Settanta. È lui a mantenere un filo, una memoria, una disciplina.

La sua figura scenica è rimasta impressa nelle fotografie dei tour: alta, elegante, spesso avvolta in abiti bianchi o argentati, come se il suo ruolo fosse quello di un officiatore laico. Non aveva l’esuberanza di Ronald né la spinta compositiva di Ernie, ma senza di lui gli Isley Brothers non avrebbero avuto quella compattezza vocale che li rende immediatamente riconoscibili. La sua voce, più scura e profonda, era la terra su cui le altre potevano costruire.

Negli anni Ottanta, mentre il gruppo attraversa trasformazioni interne e un mercato sempre più competitivo, O’Kelly resta un punto fermo. Lavora dietro le quinte, cura arrangiamenti, sostiene i fratelli nei momenti di tensione. La sua morte, improvvisa, arriva in un periodo in cui gli Isley stanno cercando un nuovo equilibrio. È una ferita che non fa rumore, ma lascia un vuoto evidente: da quel momento la storia della band cambia ritmo, come se mancasse un metronomo invisibile.

Oggi il suo nome non è tra i più citati quando si racconta la grande soul music americana. Eppure, chi conosce davvero gli Isley Brothers sa che molte delle loro armonie più raffinate, molti dei loro equilibri interni, devono qualcosa a lui. O’Kelly Isley Jr. non è stato un frontman, né un virtuoso, né un personaggio da copertina. È stato un custode: della famiglia, del suono, della continuità.

Ricordarlo significa restituire dignità a quella parte della musica che non vive di clamore, ma di presenza. Una presenza che, nel suo caso, ha tenuto insieme una delle storie più longeve e influenti della musica afroamericana.






domenica 29 marzo 2026

Ci ha lasciato David Riondino, l’ultimo dei trovatori moderni



La notizia è arrivata ieri, nelle prime ore del mattino: David Riondino è morto a 73 anni, lasciando un vuoto difficile da colmare nel mondo della canzone d’autore, del teatro, della satira e di quella forma di narrazione che lui aveva trasformato in un’arte personale. A darne l’annuncio è stata l’amica Chiara Rapaccini, con un messaggio semplice e affettuoso, com’era nel suo stile. 

Riondino era nato a Firenze nel 1952, figlio di un maestro vicino alle avanguardie educative e amico di Giorgio La Pira. La sua formazione non è quella canonica del cantautore: prima di salire sui palchi, ha trascorso dieci anni tra gli scaffali della Biblioteca Nazionale di Firenze, catalogando libri e, forse, imparando a catalogare anche il mondo. È lì che si forma la sua voce, ironica, colta, capace di trasformare un dettaglio in racconto.

Negli anni Settanta fonda con altri compagni il collettivo Victor Jara, esperienza musicale e politica che lo porta nelle case del popolo, alle feste dell’Unità, nei luoghi dove la musica era ancora un gesto comunitario. Il 1979 è l’anno della svolta: apre i concerti del tour di Fabrizio De André con la PFM, un’occasione che lo proietta in un’altra dimensione. Da lì in avanti, la sua carriera diventa un percorso trasversale: canzoni, teatro, satira, televisione, libri. Una “girandola di immagini”, come l’ha definita chi lo conosceva bene.

Molti lo ricordano per la sua attività di verseggiatore satirico negli anni Ottanta, sulle pagine di Tango e Cuore, e poi su Comix, Linus, Il Male, l’Unità. Altri per il teatro, dove ha lavorato con Paolo Rossi, Sabina Guzzanti e soprattutto con Dario Vergassola, con cui ha condiviso un sodalizio lungo e fertile.

E poi c’è la canzone: Maracaibo, scritta da lui e portata al successo da Lu Colombo nel 1981, è diventata un classico popolare, spesso citato senza che molti sapessero chi ne fosse l’autore.

Riondino era un artista difficile da incasellare. Cantautore, attore, regista, scrittore, narratore orale, inventore di format teatrali e televisivi, promotore di festival come Il giardino della poesia a San Mauro Pascoli. Ogni volta che cambiava linguaggio, sembrava farlo con naturalezza, come se fosse la cosa più semplice del mondo.

Negli ultimi anni aveva lavorato alla Scuola dei Giullari, un progetto dedicato alla composizione di canzoni e alla tradizione della poesia orale. È rimasto incompiuto, ma racconta bene la sua idea di arte: un luogo aperto, condiviso, dove la creatività non è mai un gesto solitario.

I funerali si terranno martedì, alle 11, nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, a Roma. Un luogo simbolico, che accoglie spesso figure che hanno attraversato più mondi, come lui.

David Riondino lascia un’eredità vasta e sfaccettata. Non solo opere, ma un modo di guardare le cose: con ironia, con leggerezza, con quella capacità di trasformare la cultura in racconto, e il racconto in un gesto che appartiene a tutti.

Un trovatore moderno, davvero. E i trovatori, si sa, non muoiono mai del tutto, ma restano nelle storie che hanno saputo raccontare.








sabato 28 marzo 2026

Quel giorno in cui Jannacci torna - 29 marzo

 


Il 29 marzo torna sempre con un passo particolare. Non è un anniversario che chiede celebrazioni solenni, né un rito da calendario… è un punto di memoria che si riapre da sé, come certe porte dei cortili milanesi che non hanno bisogno di essere spinte. Quel giorno del 2013 se n’andava Enzo Jannacci, e da allora la città - e chiunque abbia incrociato la sua voce - continua a sentirne l’eco.

Jannacci non appartiene alla nostalgia, ma è rimasto in quella zona franca dove convivono comicità e malinconia, improvvisazione jazz e teatro di strada, la Milano delle periferie e quella dei bar di notte. La sua forza sta proprio lì, nella capacità di raccontare l’umanità senza giudicarla, di far emergere la poesia dove nessuno la cercava, di dare dignità agli ultimi senza trasformarli in simboli.

Ogni 29 marzo riaffiorano frammenti, come un verso storto che diventa rivelazione, un gesto sul palco, un sorriso che anticipa la battuta, la leggerezza che si apre all’improvviso su un abisso. Jannacci aveva il dono raro di far ridere e commuovere nello stesso respiro, come se le due cose fossero inseparabili. E forse lo erano davvero.

La sua eredità è un modo di guardare il mondo… laterale, affettuoso, un po’ sghembo, sempre pronto a cogliere la verità dove non te l’aspetti. Per questo la sua assenza continua a essere una presenza. Non c’è bisogno di grandi parole, basta una canzone che parte alla radio, un ricordo condiviso tra amici, un accenno di voce che torna a farsi sentire.

Il 29 marzo è il giorno in cui ci si accorge che Jannacci continua a camminare accanto a noi, con quella sua ironia che non ferisce e quella sua malinconia che consola. Milano lo porta ancora nelle pieghe, e chi lo ha amato sa che certe figure non se ne vanno davvero, cambiano posto, si spostano un po’ più in là, ma restano.





venerdì 27 marzo 2026

7 marzo 1983 – “Blue Monday”: quando i New Order cambiarono il corso della musica elettronica

 

Ci sono date che restano incise nella storia della musica più per un suono che per un evento. Il 7 marzo 1983 è una di queste: il giorno in cui i New Order pubblicano Blue Monday, un singolo che non assomiglia a nulla di ciò che lo aveva preceduto e che, allo stesso tempo, diventerà un modello per tutto ciò che verrà dopo.

Il brano nasce in un momento particolare della band: ancora attraversata dall’ombra dei Joy Division, ma ormai decisa a trovare una propria identità. Blue Monday è il punto di rottura. Un ponte tra ciò che restava del post‑punk e una nuova idea di elettronica, più fisica, più pulsante, più vicina alla pista da ballo che ai club fumosi di Manchester.

Il cuore del pezzo è quel pattern ritmico che sembra una macchina che prende vita: una sequenza di colpi secchi, geometrici, che diventerà un codice per generazioni di produttori. È un ritmo che non imita nulla ma inaugura un modo di pensare la cassa, il rullante, il tempo. Intorno, i synth disegnano linee fredde e ipnotiche, mentre la voce di Bernard Sumner resta distante, quasi impassibile, come se osservasse tutto da un’altra stanza.

Il singolo esce solo in formato 12 pollici, scelta insolita per l’epoca, e diventa il 12" più venduto di sempre. Un paradosso: un brano lungo, senza ritornello tradizionale, costruito come un flusso continuo, che conquista sia i club che le classifiche. È la dimostrazione che l’elettronica può essere pop senza perdere complessità, e che il pop può diventare sperimentale senza smarrire il corpo.

Riascoltato oggi, Blue Monday non suona come un reperto. È ancora un organismo vivo, un pezzo che continua a influenzare DJ, produttori, band indie, artisti elettronici. È uno di quei rari momenti in cui un gruppo, forse senza rendersene conto, sposta l’asse della musica contemporanea.

Nel 1983 i New Order non stavano cercando un successo. Stavano cercando un linguaggio. E lo hanno trovato.








giovedì 26 marzo 2026

Tucson, 27 marzo 1979 – Il giorno in cui Eric Clapton sposò Pattie Harrison

 

Il deserto dell’Arizona aveva quella luce chiara che anticipa l’estate. A Tucson, lontano dai riflettori londinesi e dalle tensioni che avevano attraversato un decennio intero, Eric Clapton e Pattie Boyd decisero di sposarsi il 27 marzo 1979, alla vigilia del tour americano che avrebbe riportato Clapton stabilmente sulla strada.

La loro storia non era una favola lineare. Pattie era stata la musa silenziosa dei Beatles, la donna per cui George Harrison aveva scritto Something, e la stessa donna che Clapton aveva amato in segreto per anni, fino a trasformare quell’amore impossibile in un blues febbrile: Layla. Il matrimonio di Tucson arrivava dopo tempeste personali, dipendenze, riavvicinamenti, fughe e ritorni. Era, in qualche modo, un tentativo di ricominciare.

La cerimonia fu semplice, quasi dimessa. Nessuna parata di star, nessun clamore mediatico. Solo un piccolo gruppo di amici, un clima sospeso, e la sensazione che Clapton stesse cercando un equilibrio nuovo. Il tour che sarebbe partito il giorno dopo lo obbligava a rimettersi in carreggiata: nuove date, una band solida, un repertorio che stava cambiando pelle. La sua musica, in quel periodo, si stava spostando verso un suono più morbido, più adulto, meno incendiario rispetto agli anni di Layla and Other Assorted Love Songs. Quel matrimonio sembrava allinearsi a questa nuova fase, meno dramma, più misura.

Eppure, dietro la quiete apparente, restava l’eco di una storia che aveva attraversato tre vite: quella di George, quella di Pattie, quella di Eric. Un triangolo che la stampa aveva consumato per anni, ma che quel giorno, nel silenzio di Tucson, sembrò trovare una tregua. Harrison stesso, negli anni, avrebbe mantenuto con Clapton un rapporto sorprendentemente sereno, quasi a confermare che la musica, alla fine, sapeva assorbire anche le fratture più intime.

Il 27 marzo 1979 non fu un evento epocale per il rock, ma fu un momento chiave nella biografia di Clapton, un punto di equilibrio fragile, un tentativo di normalità prima di tornare sul palco. Il giorno dopo, con la fede al dito e una nuova tournée davanti, Clapton avrebbe ripreso la sua vita nomade, portando con sé l’idea - forse illusoria, forse necessaria - che l’amore potesse davvero diventare una casa.









mercoledì 25 marzo 2026

Diana Ross, nascita di un’icona

 

26 marzo 1944. A Detroit viene alla luce Diana Ernestine Earle Ross, destinata a diventare una delle voci che più hanno inciso sulla musica pop e soul del Novecento. La sua storia attraversa epoche, mode, rivoluzioni culturali, ma resta sempre legata a un’idea di eleganza scenica e di presenza magnetica che pochi altri artisti hanno saputo incarnare con la stessa continuità.

Cresce nel quartiere di Brewster-Douglass, in una città che sta cambiando pelle: l’industria automobilistica attira lavoratori da tutto il Paese, la comunità afroamericana si espande, la musica diventa un linguaggio di emancipazione. È in questo clima che la giovane Diana incontra Mary Wilson e Florence Ballard. Nascono prima le Primettes, poi le Supremes, e con loro un nuovo modo di intendere il pop: melodie immediate, armonie levigate, un’immagine curata nei minimi dettagli.

La voce di Diana, sottile e luminosa, si impone gradualmente al centro del gruppo. Non è solo una questione timbrica: è la capacità di tenere la scena, di trasformare ogni brano in un piccolo teatro emotivo. Con lei alla guida, le Supremes diventano la punta di diamante della Motown, la risposta femminile al sogno di Berry Gordy di portare la musica nera nel mainstream globale. “Where Did Our Love Go”, “Baby Love”, “Stop! In the Name of Love”: una sequenza di successi che definisce un’epoca.

Quando intraprende la carriera solista, all’inizio degli anni Settanta, Diana Ross non perde nulla della sua forza. Anzi, la amplifica. Il debutto con “Ain’t No Mountain High Enough” è un manifesto: orchestrazioni ampie, interpretazione teatrale, un senso di libertà che supera i confini del pop. Seguono incursioni nel cinema, tra cui Lady Sings the Blues, dove veste i panni di Billie Holiday con una dedizione sorprendente.

La sua figura diventa un simbolo di stile, autodeterminazione, glamour. Non è solo una cantante di successo, ma un modello culturale, una presenza che attraversa generazioni e continua a influenzare artisti di ogni provenienza, dal soul all’R&B contemporaneo.

Oggi, guardando alla sua nascita nel 1944, si ha la sensazione che la sua traiettoria fosse già inscritta in quel giorno di marzo. Diana Ross non ha semplicemente interpretato canzoni: ha dato forma a un immaginario, ha reso visibile un’idea di femminilità forte e luminosa, ha portato la musica pop verso un territorio dove eleganza e ambizione convivono senza sforzo.





martedì 24 marzo 2026

Gino Paoli, l’ultimo saluto a una voce che ha attraversato generazioni

 


La notizia è arrivata nella notte del 24 marzo 2026, con la sobrietà che ha sempre accompagnato la sua figura. La famiglia ha comunicato che Gino Paoli si è spento a 91 anni, in serenità, circondato dai suoi cari. Nessun dettaglio superfluo, nessuna spettacolarizzazione, solo il silenzio rispettoso che si deve a chi ha trasformato la canzone italiana in un luogo dell’anima.

Paoli era uno dei pilastri della scuola genovese, quella stagione irripetibile in cui la canzone d’autore trovò una lingua nuova, capace di tenere insieme malinconia, ironia, disincanto. Accanto a Tenco, De André, Lauzi e Bindi, ha contribuito a definire un modo di scrivere che ancora oggi riconosciamo come nostro.

Negli ultimi anni aveva rallentato, complice una salute fragile: un intervento per aneurisma nel 2017, una labirintite che lo aveva costretto a cancellare concerti, la stanchezza lasciata dal Covid. Nulla che avesse mai intaccato la sua lucidità, ma abbastanza per spingerlo verso una vita più appartata.

La sua storia personale è sempre stata intrecciata alla sua musica. Gli amori, le fratture, le rinascite: tutto finiva, prima o poi, in una canzone. Da La gatta a Il cielo in una stanza, da Sapore di sale a Una lunga storia d’amore, ogni brano sembrava un frammento di vita restituito con una semplicità che non era mai semplice davvero.

Il mondo della musica ha reagito con un affetto immediato. Mogol ha parlato di un amico vero, fragile negli ultimi tempi, ma sempre capace di toccare il cuore con una sola immagine. È stato ricordato come un poeta che dipingeva con le parole, un artista libero, irripetibile.

C’era anche un legame profondo con la Toscana, con quella tenuta di Campiglia Marittima dove amava lavorare tra gli ulivi, quasi a cercare un equilibrio diverso, lontano dal clamore. Un ritorno alle origini, alla terra della sua famiglia.

La sua eredità resta intatta. Non solo nelle canzoni, ma nel modo in cui ha insegnato a guardare la realtà: senza retorica, senza maschere, con quella voce roca che sembrava sempre sul punto di spezzarsi e invece reggeva tutto.

Se ne va un autore che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Bastava un sussurro.