Ci sono artisti che non cercano il centro della scena, ma la
attraversano di lato, con passo sicuro, lasciando tracce profonde nei luoghi
che toccano. Ritchie Pickett,
cantautore country neozelandese scomparso il 13 marzo 2011, apparteneva
a questa geografia laterale: un musicista che ha costruito la propria identità
lontano dai riflettori globali, ma vicino alla verità delle cose.
Nato a Morrinsville, Pickett cresce in un ambiente dove il
country non è un genere importato, ma un linguaggio naturale: storie di
provincia, strade lunghe, ironia, malinconia, e quella capacità tutta oceanica
di trasformare la vita quotidiana in racconto. Prima con i Ritchie Pickett
& the Inlaws, poi come solista, ha incarnato una forma di country “di
frontiera”, più vicino alla tradizione narrativa americana che alle sue derive
commerciali.
La sua voce, ruvida e diretta, aveva il pregio raro di non
cercare mai l’effetto. Pickett cantava come si parla, senza filtri, senza
sovrastrutture, con una sincerità che oggi sembra quasi un atto di resistenza.
Le sue canzoni erano piene di personaggi minori, di bar di provincia, di amori
imperfetti, di quella umanità che non finisce nei poster ma resta impressa nella
memoria di chi ascolta.
Negli anni, Pickett è diventato una figura di riferimento per
la scena country neozelandese, non un divo, ma un artigiano della canzone, uno
di quelli che tengono in piedi un genere con la forza della coerenza. La sua
carriera è stata segnata da alti e bassi, come spesso accade ai musicisti che
non si piegano alle mode, ma proprio questa irregolarità gli ha dato spessore.
Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di una musica
che non chiede permesso, che nasce dalla vita reale e alla vita reale ritorna.
Pickett non ha mai cercato di essere altro da sé: un narratore, un viaggiatore,
un uomo che ha trasformato la propria terra in canzone.
Nel panorama globale, il suo nome resta una nota laterale; in
quello neozelandese, una presenza imprescindibile. E forse è giusto così:
alcune voci non hanno bisogno di clamore per restare. Basta ascoltarle una
volta per capire che non se ne andranno più.








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