Commento al libro La cifra del giorno… l’abito della notte
di Giacomo Franco
Commento di Athos Enrile
“La cifra del giorno… l’abito
della notte” è un libro che sfugge alle categorie. Non è un saggio musicologico, non
è un memoir, non è un’antologia poetica, e non è nemmeno un diario di ascolto.
È tutte queste cose insieme, ma soprattutto è il racconto di un incontro:
quello tra Giacomo Franco e Domenico Modugno, avvenuto a distanza di
decenni, in un tempo sospeso che appartiene più alla memoria che alla
cronologia.
Il progetto nasce in modo quasi accidentale, da un gesto
quotidiano: un “buongiorno” musicale inviato in chat ai colleghi del Liceo. Da
lì, come spesso accade nelle cose autentiche, si apre una fessura. Franco
riascolta Modugno, lo rilegge, lo ricolloca nel suo immaginario personale. E
scopre che quell’artista, troppo spesso ridotto al mito di Volare,
contiene un mondo più vasto, più ruvido, più narrativo. “La mia preferenza
va al periodo ‘folk’ di Modugno”, scrive, e questa scelta è già una
dichiarazione di poetica: andare verso le origini, verso la voce che precede il
successo, verso il cantastorie che si sporca le mani con la vita.
Il libro si apre con un prologo che è un piccolo romanzo
familiare. Paestum, i nonni, i viaggi notturni, la cucina, la controra, la luce
diversa del Sud: Franco non descrive, evoca. Non c’è nostalgia, ma una memoria
che si fa materia, odore, ritmo. È in queste pagine che si comprende perché
Modugno sia per lui più di un artista, pittosto un ponte verso un mondo che non
c’è più, ma che continua a essere presente.
La parte centrale del libro è dedicata alle canzoni del primo
Modugno, quelle che Franco aveva condiviso nei suoi “buongiorno” mattutini.
Ogni brano diventa un pretesto per raccontare una storia: Lu pisce spada,
Cavaddu cecu de la minera, Lu sciccareddu ’mbriacu. Sono storie
di animali, di ultimi, di creature che soffrono e resistono. Modugno le canta
con una voce che le accompagna. Franco le commenta con una delicatezza che non
è mai sentimentalismo. In queste pagine si percepisce la sua capacità di
leggere la canzone come forma narrativa, come teatro minimo, come luogo in cui
la vita si fa racconto.
Accanto alle analisi musicali, Franco inserisce frammenti
poetici suoi. Non sono intermezzi ornamentali, ma risposte intime
all’immaginario modugnano. “la luna taglia il cielo / la luna svela la notte”,
scrive in uno dei testi più brevi e più riusciti. È come se la poesia fosse il
luogo in cui l’autore si concede di parlare con Modugno da pari a pari, senza
mediazioni.
Il libro contiene anche una parte storica, dedicata al
Dopoguerra e al clima culturale degli anni Cinquanta. Franco non si perde in
tecnicismi: seleziona, chiarisce, contestualizza. La sua scrittura rimane
sempre narrativa, anche quando parla di Commissioni RAI, di migrazioni interne,
di miracolo economico. È un modo per ricordare che Modugno non nasce nel vuoto,
ma in un’Italia che cambia, che si sposta, che si scopre moderna senza sapere
ancora cosa significhi esserlo.
Uno dei capitoli più intensi è quello dedicato all’episodio
dell’appendicite a Torino: un giovane Mimmo, affamato e solo, che rischia di
morire perché “di domenica non si opera”. Franco lo racconta con una misura che
colpisce più di qualsiasi enfasi. È qui che si comprende davvero la forza di
Modugno, un uomo che ha conosciuto la fame, il freddo, l’umiliazione, e che
proprio per questo ha saputo cantare la vita con una verità che non si impara.
Il libro si chiude senza chiudere. Non pretende di dire
l’ultima parola su Modugno, ma lo omaggia, un modo per restituire a un artista
la sua complessità e, insieme, per riconoscere ciò che quell’artista ha
lasciato nella vita dell’autore.
Un ruolo decisivo, nel libro, è affidato a Renato Carosone.
Franco gli dedica un’ampia sezione che è una vera ricostruzione critica.
Carosone emerge come il primo grande “scardinatore” della canzone italiana del
dopoguerra, colui che introduce nella nostra tradizione melodica una miscela
esplosiva di jazz, swing, ritmi afro‑cubani e napoletano moderno. È il
musicista che, prima di Modugno, rompe l’inerzia, apre le finestre, porta aria
nuova. Le pagine a lui dedicate - quasi un saggio nel saggio - mostrano come la
modernità musicale italiana non nasca dal nulla, ma passi attraverso questa
figura magnetica e irregolare, ponte naturale tra la tradizione e la
rivoluzione che Modugno porterà di lì a poco.
La cifra del giorno, l’abito della notte: due immagini che si toccano senza
sovrapporsi. Come Modugno e Franco. Come la memoria e il presente. Come la voce
di un cantastorie e quella di chi, oggi, prova a raccontarlo con gratitudine e
pudore.
Un libro che lascia una luce che rimane anche dopo averlo
chiuso.
Il libro ha avuto la sua prima uscita pubblica l’8 giugno nella sede di Oltreletimbro a Savona, un luogo che ormai è diventato casa per molte iniziative culturali del quartiere.
La presentazione ha raccolto
un pubblico numeroso e partecipe, segno che il nome di Modugno continua a
parlare alle generazioni e che questo omaggio ha toccato corde autentiche.
L’atmosfera era calda e attenta, con molti interventi e curiosità, e il libro
ha incontrato il favore dei presenti, che ne hanno apprezzato il taglio
personale, la ricchezza dei riferimenti musicali e la capacità di intrecciare
memoria privata e storia della canzone italiana.











