West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

mercoledì 18 marzo 2026

"Bob Dylan" (19-03-1962): il debutto che non sembrava destinato a cambiare la storia

 

Il 19 marzo 1962 la Columbia pubblica Bob Dylan, un disco che, a guardarlo oggi, sembra quasi un paradosso: l’album d’esordio di uno dei più influenti cantautori del Novecento, eppure un lavoro che all’epoca passò quasi inosservato, composto in gran parte da brani tradizionali e contenente soltanto due canzoni originali. Un inizio in sordina per un artista che, nel giro di un anno, avrebbe rivoluzionato la musica popolare.

Quando Bob Dylan entra negli studi della Columbia, ha vent’anni e porta con sé un bagaglio di storie inventate, miti personali e un’energia febbrile. È arrivato a New York pochi mesi prima, attratto dalla figura di Woody Guthrie, che in quel periodo è ricoverato in ospedale. Dylan lo va a trovare, lo omaggia, lo studia: Guthrie diventa il suo faro, il suo modello, la sua ragione d’essere.

Nel Village, Dylan assorbe tutto: folk, blues rurale, spiritual, ballate dei monti Appalachi, canti dei lavoratori, repertori tramandati oralmente e fissati su disco dai Lomax. È un mondo che lo affascina perché è antico, fragile, pieno di voci dimenticate. E lui vuole farle rivivere.

Il colpo di fortuna arriva quasi per caso. Dylan è stato invitato a suonare l’armonica a una sessione della cantante Carolyn Hester. Lì lo nota John Hammond, talent scout leggendario della Columbia, che decide di metterlo sotto contratto praticamente “su due piedi”. Una scelta che molti, dentro la casa discografica, giudicano avventata: Dylan è acerbo, non ha un repertorio suo, non ha ancora dimostrato nulla.

Eppure, Hammond vede qualcosa. Forse la fame, forse la voce ruvida, forse quella presenza scenica da menestrello urbano che sembra uscita da un’altra epoca.

Le sessioni di registrazione si svolgono nel novembre 1961. Dylan porta con sé un repertorio che conosce a memoria: folk standard, blues, gospel, murder ballads, tutto ciò che suona ogni sera nei locali del Village.

Il risultato è un album asciutto, diretto, quasi documentaristico. La Columbia lo pubblica con il titolo Bob Dylan, come se bastasse il nome a raccontare tutto.

Tra i brani, spiccano:

  • Talkin’ New York, uno dei due originali, ironico e autobiografico;
  • Song to Woody, l’altro originale, un omaggio commosso al suo maestro;
  • una versione intensa di House of the Risin’ Sun, registrata prima che gli Animals la trasformassero in un successo mondiale.

Il disco vende pochissimo. Per molti è un fallimento commerciale. Per Dylan, però, è un rito di passaggio, la prova che può stare in studio, che può incidere, che può iniziare a costruire la sua voce.

Se Bob Dylan non scuote il mondo nel 1962, è perché la rivoluzione è ancora in incubazione. Ma è già lì, nelle pieghe del disco, nella scelta dei brani, nella voce che sembra più vecchia della sua età, nella capacità di far suonare nuove canzoni antiche.

Un anno dopo, con The Freewheelin’ Bob Dylan, tutto cambierà: arriveranno le canzoni originali, la protesta, la poesia, l’impatto culturale. Ma senza questo primo passo, senza questo disco quasi timido, non ci sarebbe stato il resto.

Bob Dylan è un documento prezioso, la fotografia di un artista nel momento esatto in cui sta diventando sé stesso. Non è un capolavoro, non è un manifesto, non è ancora la voce di una generazione. È qualcosa di più intimo… l’origine di un mito, il punto in cui un ragazzo del Minnesota comincia a trasformarsi in Bob Dylan.





martedì 17 marzo 2026

Quando “Jesahel” conquistò l’Italia: 18 marzo 1972 e l’ascesa dei Delirium

 


 Il giorno in cui un brano fuori dagli schemi trasformò Sanremo e conquistò l’Italia


Nel marzo del 1972 l’Italia si ritrovò a canticchiare un ritornello che sembrava arrivare da un altrove remoto, sospeso tra folk, psichedelia e un’eco quasi rituale. Jesahel, il brano portato al Festival di Sanremo dai Delirium, raggiungeva la vetta della hit parade, trasformandosi in uno dei fenomeni musicali più inattesi e affascinanti dell’epoca.

Il gruppo genovese, guidato allora da un giovanissimo Ivano Fossati, era già noto negli ambienti più attenti alla scena progressive italiana, ma non apparteneva certo al circuito della canzone “popolare” da classifica. Eppure, proprio da quell’incrocio tra ricerca musicale e immediatezza melodica nacque la forza di “Jesahel”. Il brano, costruito su un impasto di flauti, percussioni leggere e un coro quasi tribale, sembrava aprire una finestra su un mondo nuovo, in cui la musica italiana poteva permettersi di essere audace senza perdere la capacità di parlare al grande pubblico.

La partecipazione a Sanremo fu un piccolo terremoto. In un festival ancora legato a forme tradizionali, i Delirium portarono un’energia diversa: capelli lunghi, strumenti non convenzionali, un modo di stare sul palco che rompeva gli schemi. Il pubblico rimase spiazzato ma affascinato, e nel giro di poche settimane “Jesahel” iniziò a scalare le classifiche fino a raggiungere il primo posto il 18 marzo 1972.

Il successo fu travolgente. Il singolo vendette centinaia di migliaia di copie, venne tradotto e reinterpretato all’estero, e contribuì a portare l’attenzione internazionale sulla scena progressive italiana, allora in pieno fermento. Per i Delirium fu un momento di gloria irripetibile: poco dopo Fossati avrebbe lasciato il gruppo per intraprendere la sua carriera solista, ma “Jesahel” rimase come una sorta di manifesto della loro identità, un ponte tra sperimentazione e popolarità.

A distanza di oltre cinquant’anni, il brano conserva intatta la sua aura. Non è solo un ricordo nostalgico degli anni Settanta, ma un esempio di come la musica italiana, quando osa, sappia creare qualcosa di sorprendente e duraturo. “Jesahel” non fu semplicemente un successo da classifica: fu un piccolo rito collettivo, un momento in cui il pubblico si lasciò guidare verso territori sonori nuovi, accogliendo con entusiasmo una proposta che oggi definiremmo “di frontiera”.

Il 18 marzo 1972 resta così una data simbolica: il giorno in cui un gruppo genovese di spirito libero portò la sua visione al centro della scena nazionale, dimostrando che anche la hit parade può essere un luogo di scoperta.








lunedì 16 marzo 2026

Claudio Sottocornola e il coraggio di riaccendere il senso: una lettura di "Quella voglia di vivere che non c’è più"

Con "Quella voglia di vivere che non c’è più", Claudio Sottocornola firma uno dei suoi interventi più lucidi e necessari sullo stato dell’Occidente contemporaneo. Filosofo, docente e interprete instancabile delle trasformazioni culturali, Sottocornola affronta in questo volume la crisi di vitalità che attraversa le nostre società, restituendole spessore storico, radici simboliche e una possibile via d’uscita. Il libro si presenta come un itinerario critico e insieme testimoniale, in cui l’autore mette a fuoco le derive del presente senza cedere al disfattismo, e anzi rilanciando la possibilità -fragile ma reale - di una rinascita del senso.

 

In Quella voglia di vivere che non c’è più, Claudio Sottocornola torna a interrogare il nostro tempo con la lucidità di chi non si accontenta della diagnosi, ma cerca ancora un varco, un residuo di luce, un principio di ricominciamento. Il libro si colloca nel solco più maturo della sua produzione recente: quella che affronta la crisi antropologica dell’Occidente non come un tema accademico, ma come un’urgenza esistenziale, culturale e spirituale.

Fin dalle prime pagine, l’autore individua nella devitalizzazione dell’esistenza la cifra dominante delle società occidentali contemporanee. Una condizione che egli descrive con precisione quasi fenomenologica: alienazione, isolamento, ritmi disumani, perdita di orizzonte. Non è un semplice lamento, ma la constatazione di un mondo che ha smarrito la propria grammatica simbolica, riducendo la realtà a quantità, funzione, consumo. Come scrive Sottocornola, «il sapore di niente […] ci avvolge, ci annichila», e tuttavia proprio da questa constatazione nasce la necessità di una contro‑mossa: riaprire sentieri di senso.

Il libro procede per brevi saggi tematici, ciascuno autonomo ma parte di un disegno unitario. Si passa dalla santità ontologica delle cose alla banalizzazione del corpo, dalle derive del transumanesimo alla crisi del dialogo interreligioso, dal mito dell’amore alla perdita della spontaneità come forma autentica di libertà. Ogni capitolo è un tassello di un mosaico che mira a restituire profondità qualitativa a un mondo che ha scelto la superficie.

Uno dei meriti maggiori del volume è la capacità di tenere insieme analisi e testimonianza, concetto e vissuto. Sottocornola non parla da osservatore esterno, si espone, si colloca, si riconosce parte di un’epoca che lo inquieta ma non lo rassegna. Emblematica, in questo senso, la pagina in cui si paragona agli indiani d’America sopravvissuti all’epopea del West, «depositari di una arcaica sapienza della vita» minacciata da una civiltà che li travolge. È un’immagine potente, che restituisce la postura dell’autore: non nostalgica, ma resistente; non elegiaca, ma vigile.

Il cuore del libro, però, non è la denuncia. È la pars costruens. Sottocornola invita a recuperare una forma di intelligenza “davvero umana e umanizzante”, capace di empatia, di ascolto, di profondità metafisica. Una postura che non rifiuta la tecnica, ma la relativizza; che non demonizza la modernità, ma ne smaschera le idolatrie; che non rinuncia alla speranza, pur conoscendo bene la notte.

In questo senso, Quella voglia di vivere che non c’è più è un libro controcorrente, ma non reazionario; critico, ma non apocalittico; spirituale, ma non confessionale. È un invito a riconoscere la qualità del reale, a riattivare la dimensione simbolica, a ritrovare un rapporto non utilitaristico con le cose, con il corpo, con la natura, con l’altro.

La scrittura, limpida e rigorosa, riflette la lunga esperienza dell’autore come docente, comunicatore e filosofo dell’interpretazione. Ogni riflessione è accessibile, ma mai semplificata; ogni concetto è radicato in una visione ampia, nutrita da filosofia, teologia, cultura popolare, esperienza personale. Il risultato è un libro che si legge con facilità, ma che continua a lavorare dentro il lettore.

In un’epoca che sembra aver smarrito la propria anima, Sottocornola non offre soluzioni immediate né ricette consolatorie. Offre qualcosa di più raro: una postura, un orientamento, un modo di stare nel mondo senza soccombere al suo rumore di fondo. E forse è proprio qui che si intravede quella “voglia di vivere” che il titolo dichiara perduta: non come euforia, ma come fedeltà; non come entusiasmo, ma come resistenza; non come fuga, ma come capacità di restare - come l’asino di Carducci che, indifferente al frastuono, continua a brucare serio e lento.

Un libro necessario, perché non teme la complessità del presente e non rinuncia alla possibilità di un nuovo inizio.





domenica 15 marzo 2026

Il primo tour australiano dei Rolling Stones – 16 marzo 1965

 


Quando gli Stones conquistarono l’emisfero sud


Il 16 marzo 1965 i Rolling Stones mettono piede in Australia per la prima volta, inaugurando un tour che, a distanza di decenni, appare come una tappa decisiva nella loro trasformazione da promettente band britannica a fenomeno globale. Non è ancora l’epoca delle tournée mastodontiche, dei palchi monumentali e delle produzioni milionarie, il gruppo è giovane, affamato, e porta con sé un repertorio che mescola rhythm & blues, prime composizioni originali e quell’energia scomposta che sta già diventando un marchio di fabbrica.

L’Australia, in quel momento, è un mercato in rapida espansione, ancora fortemente legato alla cultura britannica ma desideroso di nuovi idoli. L’arrivo degli Stones avviene in un clima di curiosità e diffidenza, la stampa locale li osserva con lo stesso misto di sospetto e fascinazione che aveva accolto i Beatles un anno prima, ma con un’attenzione particolare al loro stile più ruvido, meno accomodante. I capelli lunghi, gli abiti scuri, l’atteggiamento sfuggente, tutto contribuisce a costruire un’immagine che divide, ma che proprio per questo attira.

I concerti sono brevi, intensi, spesso caotici. Le sale non sono sempre attrezzate per contenere l’entusiasmo del pubblico, e la band si muove con una spontaneità che oggi sarebbe impensabile. Mick Jagger, ancora lontano dalla figura del frontman olimpico che diventerà, è già capace di catalizzare l’attenzione; Keith Richards e Brian Jones intrecciano chitarre che oscillano tra blues e pop; Charlie Watts e Bill Wyman tengono insieme il tutto con una solidità che sorprende gli stessi organizzatori.

Il tour australiano non è solo una serie di date, ma un banco di prova. Dimostra che gli Stones possono funzionare fuori dall’Europa, che la loro musica – radicata nel blues afroamericano ma filtrata attraverso la sensibilità britannica – parla anche a un pubblico distante migliaia di chilometri. È un passaggio che consolida la loro identità internazionale e prepara il terreno per le grandi tournée mondiali degli anni successivi.

Riguardato oggi, quel 16 marzo 1965 appare come un momento di espansione naturale ma decisiva: gli Stones non stanno ancora “dominando il mondo”, ma stanno imparando come farlo. E lo fanno con la miscela di istinto, irriverenza e disciplina musicale che li accompagnerà per tutta la carriera. Un piccolo frammento di storia del rock, nato quasi in sordina, che contribuisce però a definire la traiettoria di una delle band più longeve e influenti di sempre.







sabato 14 marzo 2026

My Fair Lady, 15 marzo 1956: il debutto che ha cambiato Broadway

 


L'eleganza di un debutto senza tempo

 

Il 15 marzo 1956 il Mark Hellinger Theatre di Broadway ospitò la prima di quello che molti critici avrebbero presto definito il musical perfetto. My Fair Lady oltre a diventare un successo commerciale travolgente, rappresentò un punto di equilibrio raramente raggiunto tra la struttura tecnica della partitura e una narrazione capace di evitare i sentimentalismi più ovvi dell'epoca. Tratto dal Pigmalione di George Bernard Shaw, lo spettacolo riuscì nell'impresa di trasformare una commedia di critica sociale in un’opera totale, dove ogni brano non fungeva da semplice intermezzo, ma diventava motore dell'azione drammatica.

Il merito di questa coesione va ricercato nella scrittura di Alan Jay Lerner e nelle musiche di Frederick Loewe. La coppia creativa scelse di mantenere l'umorismo asciutto e l'approccio analitico di Shaw, integrandolo con una tessitura musicale che spazia dalle ballate più intime a pezzi d'insieme coreografici. L'interpretazione di Julie Andrews, allora giovanissima, e di Rex Harrison nel ruolo del cinico professor Higgins, contribuì a fissare uno standard interpretativo che ancora oggi rimane il termine di paragone per ogni riallestimento. Harrison, in particolare, introdusse uno stile di canto parlato che si adattava perfettamente alla natura intellettuale e distaccata del suo personaggio, un espediente tecnico che divenne uno dei tratti distintivi dell'opera.

Il trionfo fu immediato e duraturo, portando lo spettacolo a superare le 2.700 repliche consecutive e a vincere sei Tony Awards. L’importanza di My Fair Lady risiede nella sua capacità di affrontare temi complessi come la barriera linguistica come strumento di segregazione sociale e la trasformazione dell'identità, il tutto senza rinunciare a una costruzione melodica impeccabile. Al di là dei record di incassi, questo musical ha dimostrato come la scrittura per il teatro possa essere al contempo popolare e rigorosa, influenzando generazioni di compositori e autori che, da quel momento in poi, avrebbero guardato a Broadway con un occhio più attento alla profondità psicologica dei personaggi.






Un inizio raccolto: la nuova sede di OltreLetimbro si apre alle storie

 


Savona, 13 marzo 2026

Il primo evento letterario nella nuova sede di OltreLetimbro aveva il sapore delle inaugurazioni autentiche, quelle che non puntano sulla quantità, ma sulla qualità dell’ascolto. Renata Rusca Zargar e Athos Enrile hanno dialogato con naturalezza, lasciando che il romanzo Suffragette e lavandaie emergesse attraverso ricordi, contesti storici e piccoli dettagli capaci di accendere la curiosità del pubblico.

La musica d’epoca in sottofondo - scelta coerente con l’ambientazione del romanzo, che attraversa il primo Novecento - ha contribuito a creare un clima raccolto, quasi da salotto culturale. Un modo semplice e efficace per far percepire la distanza temporale, ma non emotiva, tra le protagoniste del libro e chi ascoltava.

La risposta dei presenti è stata attenta, partecipe, sinceramente interessata, ed è forse proprio per questo che una lieve delusione per la partecipazione complessiva si è fatta sentire: una ventina di persone, numero normale per una presentazione letteraria, ma inferiore alle aspettative, soprattutto alla luce della capillare pubblicizzazione online che aveva accompagnato l’evento. Non una critica, non un rimprovero, solo la constatazione che certi momenti meritano più sguardi, più presenza, più comunità.

A rendere ancora più evidente il valore dell’incontro è stato il gesto di una signora del quartiere, che aveva dichiarato di non poter partecipare per difficoltà di deambulazione. Eppure, nonostante le scale e la fatica, ha scelto di esserci. Un piccolo atto di “sofferenza” trasformato in testimonianza d’amore per la lettura. Un segnale che vale più di molti numeri.

Renata Rusca Zargar è apparsa sinceramente felice: per l’accoglienza, per il dialogo, per l’atmosfera. E questo conta. Conta anche che la nuova sede sia stata “battezzata” da un incontro che ha saputo unire storia, narrativa e memoria civile senza retorica.

E, come spesso accade nei momenti non programmati, la serata ha regalato una sorpresa: la presenza inattesa di Giorgio Fico Piazza (primo bassista della Premiata Forneria Marconi) e signora, in città per un evento serale da protagonista. Non abitano il quartiere, non rientrano nel pubblico “naturale” di OltreLetimbro, ma la loro partecipazione, seppur occasionale, è stata un segno di stima e un’ulteriore conferma del valore dell’occasione.

Un inizio misurato, autentico, che lascia intravedere ciò che questo spazio potrebbe diventare, un piccolo presidio culturale dove le storie trovano casa e le persone, quando decidono di esserci, trovano senso.







giovedì 12 marzo 2026

Ritchie Pickett (13 marzo 2011) – La voce ruvida della Nuova Zelanda che non ha mai smesso di raccontare la strada


Ci sono artisti che non cercano il centro della scena, ma la attraversano di lato, con passo sicuro, lasciando tracce profonde nei luoghi che toccano. Ritchie Pickett, cantautore country neozelandese scomparso il 13 marzo 2011, apparteneva a questa geografia laterale: un musicista che ha costruito la propria identità lontano dai riflettori globali, ma vicino alla verità delle cose.

Nato a Morrinsville, Pickett cresce in un ambiente dove il country non è un genere importato, ma un linguaggio naturale: storie di provincia, strade lunghe, ironia, malinconia, e quella capacità tutta oceanica di trasformare la vita quotidiana in racconto. Prima con i Ritchie Pickett & the Inlaws, poi come solista, ha incarnato una forma di country “di frontiera”, più vicino alla tradizione narrativa americana che alle sue derive commerciali.

La sua voce, ruvida e diretta, aveva il pregio raro di non cercare mai l’effetto. Pickett cantava come si parla, senza filtri, senza sovrastrutture, con una sincerità che oggi sembra quasi un atto di resistenza. Le sue canzoni erano piene di personaggi minori, di bar di provincia, di amori imperfetti, di quella umanità che non finisce nei poster ma resta impressa nella memoria di chi ascolta.

Negli anni, Pickett è diventato una figura di riferimento per la scena country neozelandese, non un divo, ma un artigiano della canzone, uno di quelli che tengono in piedi un genere con la forza della coerenza. La sua carriera è stata segnata da alti e bassi, come spesso accade ai musicisti che non si piegano alle mode, ma proprio questa irregolarità gli ha dato spessore.

Ricordarlo oggi significa riconoscere il valore di una musica che non chiede permesso, che nasce dalla vita reale e alla vita reale ritorna. Pickett non ha mai cercato di essere altro da sé: un narratore, un viaggiatore, un uomo che ha trasformato la propria terra in canzone.

Nel panorama globale, il suo nome resta una nota laterale; in quello neozelandese, una presenza imprescindibile. E forse è giusto così: alcune voci non hanno bisogno di clamore per restare. Basta ascoltarle una volta per capire che non se ne andranno più.