Il 25 luglio 1982 segna uno dei momenti più delicati
nella storia dei The Clash, perché è il giorno in cui le tensioni
interne, cresciute per mesi, diventano impossibili da ignorare. La band è nel
pieno del tour americano dopo il successo di Combat Rock, un album che
li ha portati nelle classifiche mondiali con Should I Stay or Should I Go
e Rock the Casbah, ma che allo stesso tempo ha amplificato divergenze
già presenti da tempo. Joe Strummer vuole riportare il gruppo a un suono più
essenziale e politico, mentre Mick Jones spinge verso contaminazioni pop,
reggae e elettroniche. Paul Simonon è stanco di fare da mediatore e l’assenza
di Topper Headon, allontanato per problemi di dipendenze, pesa come un macigno
sulla coesione del gruppo.
In quel giorno di luglio, durante il tour, tutto ciò che era
rimasto sottotraccia emerge con forza. Le discussioni sulla scaletta diventano
litigi, le accuse reciproche di scarsa dedizione si trasformano in silenzi
ostinati, e la gestione del tour, già complicata dalla sostituzione di Headon
con Terry Chimes, diventa un ulteriore motivo di frizione. È il momento in cui
Strummer e Jones smettono di parlarsi se non per necessità, e in cui ciascuno
dei membri capisce che la band non può continuare in quel modo. Non c’è un
singolo episodio eclatante, ma una somma di tensioni che rende quel giorno il
punto di non ritorno.
Dopo il 25 luglio, la situazione precipita rapidamente. A settembre Mick Jones viene allontanato, e i Clash proseguono con una nuova formazione che però non possiede più la chimica che aveva reso il gruppo una forza creativa rivoluzionaria. Nel 1985 la band si scioglie definitivamente. Quel giorno d’estate resta così una linea di demarcazione: prima, i Clash come simbolo del punk politico e militante; dopo, un progetto che tenta di sopravvivere senza la sua anima originaria. È una data che non racconta un singolo fatto, ma la consapevolezza che il percorso iniziato nel 1976 non poteva più proseguire.








