Il 29 marzo torna sempre con un passo particolare. Non
è un anniversario che chiede celebrazioni solenni, né un rito da calendario… è
un punto di memoria che si riapre da sé, come certe porte dei cortili milanesi
che non hanno bisogno di essere spinte. Quel giorno del 2013 se n’andava
Enzo Jannacci, e da allora la città -
e chiunque abbia incrociato la sua voce - continua a sentirne l’eco.
Jannacci non appartiene alla nostalgia, ma è rimasto in
quella zona franca dove convivono comicità e malinconia, improvvisazione jazz e
teatro di strada, la Milano delle periferie e quella dei bar di notte. La sua
forza sta proprio lì, nella capacità di raccontare l’umanità senza giudicarla,
di far emergere la poesia dove nessuno la cercava, di dare dignità agli ultimi
senza trasformarli in simboli.
Ogni 29 marzo riaffiorano frammenti, come un verso storto che
diventa rivelazione, un gesto sul palco, un sorriso che anticipa la battuta, la
leggerezza che si apre all’improvviso su un abisso. Jannacci aveva il dono raro
di far ridere e commuovere nello stesso respiro, come se le due cose fossero
inseparabili. E forse lo erano davvero.
La sua eredità è un modo di guardare il mondo… laterale,
affettuoso, un po’ sghembo, sempre pronto a cogliere la verità dove non te
l’aspetti. Per questo la sua assenza continua a essere una presenza. Non c’è
bisogno di grandi parole, basta una canzone che parte alla radio, un ricordo
condiviso tra amici, un accenno di voce che torna a farsi sentire.
Il 29 marzo è il giorno in cui ci si accorge che Jannacci
continua a camminare accanto a noi, con quella sua ironia che non ferisce e
quella sua malinconia che consola. Milano lo porta ancora nelle pieghe, e chi
lo ha amato sa che certe figure non se ne vanno davvero, cambiano posto, si
spostano un po’ più in là, ma restano.





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