West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

sabato 13 giugno 2026

Commento al libro La cifra del giorno… l’abito della notte, di Giacomo Franco

 


Commento al libro La cifra del giorno… l’abito della notte

 di Giacomo Franco

Commento di Athos Enrile

 

La cifra del giorno… l’abito della notte è un libro che sfugge alle categorie. Non è un saggio musicologico, non è un memoir, non è un’antologia poetica, e non è nemmeno un diario di ascolto. È tutte queste cose insieme, ma soprattutto è il racconto di un incontro: quello tra Giacomo Franco e Domenico Modugno, avvenuto a distanza di decenni, in un tempo sospeso che appartiene più alla memoria che alla cronologia.

Il progetto nasce in modo quasi accidentale, da un gesto quotidiano: un “buongiorno” musicale inviato in chat ai colleghi del Liceo. Da lì, come spesso accade nelle cose autentiche, si apre una fessura. Franco riascolta Modugno, lo rilegge, lo ricolloca nel suo immaginario personale. E scopre che quell’artista, troppo spesso ridotto al mito di Volare, contiene un mondo più vasto, più ruvido, più narrativo. “La mia preferenza va al periodo ‘folk’ di Modugno”, scrive, e questa scelta è già una dichiarazione di poetica: andare verso le origini, verso la voce che precede il successo, verso il cantastorie che si sporca le mani con la vita.

Il libro si apre con un prologo che è un piccolo romanzo familiare. Paestum, i nonni, i viaggi notturni, la cucina, la controra, la luce diversa del Sud: Franco non descrive, evoca. Non c’è nostalgia, ma una memoria che si fa materia, odore, ritmo. È in queste pagine che si comprende perché Modugno sia per lui più di un artista, pittosto un ponte verso un mondo che non c’è più, ma che continua a essere presente.

La parte centrale del libro è dedicata alle canzoni del primo Modugno, quelle che Franco aveva condiviso nei suoi “buongiorno” mattutini. Ogni brano diventa un pretesto per raccontare una storia: Lu pisce spada, Cavaddu cecu de la minera, Lu sciccareddu ’mbriacu. Sono storie di animali, di ultimi, di creature che soffrono e resistono. Modugno le canta con una voce che le accompagna. Franco le commenta con una delicatezza che non è mai sentimentalismo. In queste pagine si percepisce la sua capacità di leggere la canzone come forma narrativa, come teatro minimo, come luogo in cui la vita si fa racconto.

Accanto alle analisi musicali, Franco inserisce frammenti poetici suoi. Non sono intermezzi ornamentali, ma risposte intime all’immaginario modugnano. “la luna taglia il cielo / la luna svela la notte”, scrive in uno dei testi più brevi e più riusciti. È come se la poesia fosse il luogo in cui l’autore si concede di parlare con Modugno da pari a pari, senza mediazioni.

Il libro contiene anche una parte storica, dedicata al Dopoguerra e al clima culturale degli anni Cinquanta. Franco non si perde in tecnicismi: seleziona, chiarisce, contestualizza. La sua scrittura rimane sempre narrativa, anche quando parla di Commissioni RAI, di migrazioni interne, di miracolo economico. È un modo per ricordare che Modugno non nasce nel vuoto, ma in un’Italia che cambia, che si sposta, che si scopre moderna senza sapere ancora cosa significhi esserlo.

Uno dei capitoli più intensi è quello dedicato all’episodio dell’appendicite a Torino: un giovane Mimmo, affamato e solo, che rischia di morire perché “di domenica non si opera”. Franco lo racconta con una misura che colpisce più di qualsiasi enfasi. È qui che si comprende davvero la forza di Modugno, un uomo che ha conosciuto la fame, il freddo, l’umiliazione, e che proprio per questo ha saputo cantare la vita con una verità che non si impara.

Il libro si chiude senza chiudere. Non pretende di dire l’ultima parola su Modugno, ma lo omaggia, un modo per restituire a un artista la sua complessità e, insieme, per riconoscere ciò che quell’artista ha lasciato nella vita dell’autore.

Un ruolo decisivo, nel libro, è affidato a Renato Carosone. Franco gli dedica un’ampia sezione che è una vera ricostruzione critica. Carosone emerge come il primo grande “scardinatore” della canzone italiana del dopoguerra, colui che introduce nella nostra tradizione melodica una miscela esplosiva di jazz, swing, ritmi afro‑cubani e napoletano moderno. È il musicista che, prima di Modugno, rompe l’inerzia, apre le finestre, porta aria nuova. Le pagine a lui dedicate - quasi un saggio nel saggio - mostrano come la modernità musicale italiana non nasca dal nulla, ma passi attraverso questa figura magnetica e irregolare, ponte naturale tra la tradizione e la rivoluzione che Modugno porterà di lì a poco.

La cifra del giorno, l’abito della notte: due immagini che si toccano senza sovrapporsi. Come Modugno e Franco. Come la memoria e il presente. Come la voce di un cantastorie e quella di chi, oggi, prova a raccontarlo con gratitudine e pudore.

Un libro che lascia una luce che rimane anche dopo averlo chiuso.

Il libro ha avuto la sua prima uscita pubblica l’8 giugno nella sede di Oltreletimbro a Savona, un luogo che ormai è diventato casa per molte iniziative culturali del quartiere. 

La presentazione ha raccolto un pubblico numeroso e partecipe, segno che il nome di Modugno continua a parlare alle generazioni e che questo omaggio ha toccato corde autentiche. L’atmosfera era calda e attenta, con molti interventi e curiosità, e il libro ha incontrato il favore dei presenti, che ne hanno apprezzato il taglio personale, la ricchezza dei riferimenti musicali e la capacità di intrecciare memoria privata e storia della canzone italiana.



venerdì 12 giugno 2026

Il ritorno di Janis Joplin sul palco nel 1970

 


Janis Joplin debutta in Kentucky

12 giugno 1970, il ritorno sul palco di una voce che brucia

 

Il 12 giugno 1970 Janis Joplin salì sul palco in Kentucky per la prima volta, un concerto che oggi appare come una tappa fondamentale del suo ultimo anno di vita. Era un periodo di trasformazione profonda, personale e musicale, e quel debutto racconta molto più di una semplice data di tour. Racconta una donna che stava cercando di ritrovare la propria voce dopo mesi difficili, e che proprio in quei giorni stava costruendo la leggenda che sarebbe esplosa con Pearl.

Dopo l’uscita dai Big Brother and the Holding Company e dopo l’esperienza con la Kozmic Blues Band, Janis stava cercando una nuova direzione. Il 1970 era iniziato con incertezze, ma anche con una voglia feroce di ripartire.

Il concerto in Kentucky arrivò in un momento in cui la sua nuova formazione, la Full Tilt Boogie Band, stava finalmente trovando un suono compatto, caldo, più vicino al soul e al rhythm and blues che Janis amava.

Il pubblico del Kentucky si trovò davanti una Joplin diversa, più matura e più consapevole, ma ancora capace di incendiare la scena con quella miscela di fragilità e potenza che nessun’altra voce del rock possedeva.

Il concerto del 12 giugno fu un banco di prova. Janis portò sul palco brani nuovi, idee fresche, un’energia che lasciava intuire la direzione del suo futuro album. La Full Tilt Boogie Band la sosteneva con un groove solido, elegante, perfetto per far risaltare la sua voce graffiante.

Chi era presente raccontò una Janis intensa, sorridente, determinata a riprendersi il proprio posto nel rock americano. Era un momento di rinascita, e si percepiva in ogni gesto, in ogni nota tirata al limite.

Quel debutto in Kentucky non fu solo una data di tour. Fu l’inizio di una stagione creativa che avrebbe portato Janis a registrare Pearl, l’album che uscì postumo e che oggi rappresenta il suo testamento artistico. Brani come Me and Bobby McGee e Mercedes Benz nascevano proprio in quel clima di ritrovata libertà.

Il 12 giugno 1970 segna quindi un punto di svolta. Janis stava tornando a brillare, stava ritrovando la sua strada, stava costruendo un suono che avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella storia del rock.

Riguardando oggi quel debutto, si percepisce tutta la forza di un’artista che viveva la musica come un’urgenza, come un bisogno vitale. Il Kentucky fu uno dei primi palchi in cui Janis mostrò la nuova sé stessa, più vicina che mai alla forma definitiva che avrebbe raggiunto pochi mesi dopo.

È un frammento prezioso della sua storia, un momento che racconta la sua umanità e la sua grandezza artistica.

IMMAGNI DI REPERTORIO







mercoledì 10 giugno 2026

11 giugno 1976 e l’ascesa irresistibile di I’m Your Boogie Man

 


KC and the Sunshine Band in cima all’America


L’11 giugno 1976 gli Stati Uniti si svegliano con un nuovo numero uno in classifica. In vetta alla Billboard Hot 100 c’è I’m Your Boogie Man, il singolo dei KC and the Sunshine Band che cattura alla perfezione l’energia, la sensualità e la spensieratezza della disco nascente. È un momento che fotografa un’epoca: la pista da ballo come luogo di libertà, la musica come rito collettivo, il ritmo come linguaggio universale.

Nel 1976 i KC and the Sunshine Band sono il simbolo di un modo nuovo di intendere il pop. Il loro suono nasce a Miami, in un crocevia di culture dove funk, soul, latin e R&B si mescolano con naturalezza. Harry Wayne Casey, mente creativa del gruppo, costruisce un’identità sonora immediatamente riconoscibile: fiati esplosivi, linee di basso elastiche, groove che non concedono tregua.

Con I’m Your Boogie Man questa formula raggiunge una maturità sorprendente. Il brano è un invito esplicito al ballo, ma anche una dichiarazione di presenza: il “boogie man” è colui che porta ritmo, luce, movimento. È un personaggio quasi mitologico, incarnazione della notte e della sua energia.

Arrivare al numero uno nel giugno del 1976 significa inserirsi in un panorama musicale in piena trasformazione. La disco sta diventando un fenomeno globale, ma non ha ancora raggiunto l’esplosione mainstream che arriverà con Saturday Night Fever l’anno successivo. KC and the Sunshine Band sono tra i pionieri che preparano il terreno, e I’m Your Boogie Man è uno dei tasselli fondamentali di questa costruzione.

Il brano conquista le radio, domina le piste, diventa un riferimento per DJ e produttori. La sua struttura è semplice ma calibrata con precisione, ogni elemento è pensato per mantenere costante la tensione ritmica. È musica che non si limita a essere ascoltata, ma che chiede di essere vissuta.

A i cinquant’anni di distanza, I’m Your Boogie Man resta un classico della disco. È stato campionato, reinterpretato, inserito in film e serie, e continua a essere un punto fermo nelle selezioni dedicate agli anni Settanta. La sua forza sta nella capacità di evocare un mondo: luci colorate, pavimenti luminosi, abiti scintillanti, un’idea di festa che appartiene a un’epoca ma che continua a parlare anche al presente.

L’11 giugno 1976 è il momento in cui un certo modo di intendere la musica pop trova la sua consacrazione. KC and the Sunshine Band dimostrano che la leggerezza può essere arte, che il ritmo può essere linguaggio, che la pista da ballo può diventare un luogo culturale.






10 giugno 1981. Nasce la superband Asia

 

Il 10 giugno 1981 quattro musicisti già affermati, provenienti da alcune delle formazioni più influenti del progressive rock, annunciano ufficialmente la nascita di un nuovo progetto destinato a lasciare un segno profondo negli anni Ottanta. Quel giorno Steve Howe, Geoff Downes, John Wetton e Carl Palmer presentano al mondo gli Asia, una superband che unisce talento, esperienza e una visione musicale capace di parlare a un pubblico molto più ampio rispetto al prog tradizionale.

La forza degli Asia sta nella combinazione delle loro origini:

-Steve Howe porta con sé la raffinatezza chitarristica maturata negli Yes.

-Geoff Downes aggiunge un approccio moderno alle tastiere, figlio dell’esperienza con i Buggles e con gli stessi Yes.

-John Wetton offre una voce inconfondibile e una scrittura melodica che aveva già segnato King Crimson e UK.

-Carl Palmer completa il quadro con la potenza ritmica e la precisione tecnica che lo avevano reso celebre negli Emerson, Lake & Palmer.

Il risultato è un gruppo che nasce con un’identità chiara, un rock melodico, energico, costruito con la competenza del progressive ma orientato verso un pubblico più vasto.

L’annuncio del 10 giugno 1981 prepara il terreno a un esordio che arriverà l’anno successivo. Nel 1982 gli Asia pubblicano il loro primo album, trainato dal singolo Heat of the Moment, che diventa immediatamente un successo mondiale. Il brano conquista le classifiche, le radio e l’immaginario collettivo, trasformando la band in uno dei nomi simbolo dell’AOR degli anni Ottanta.

La nascita degli Asia rappresenta uno dei momenti più significativi della transizione dal progressive rock degli anni Settanta al rock più diretto e radiofonico degli anni Ottanta. È l’incontro tra virtuosismo e accessibilità, tra complessità e immediatezza. Un equilibrio raro, che spiega perché il loro debutto rimanga ancora oggi uno degli album più venduti del decennio.







martedì 9 giugno 2026

Dire Straits – L’esordio che cambia il rock (9 giugno 1978)

 


Dire Straits, l’album d’esordio pubblicato il 9 giugno 1978, è uno di quei debutti che non passano inosservati… un disco asciutto, urbano, elegante, che arriva in un momento in cui il rock è agitato dal punk e dalla disco, e sceglie invece la via opposta, quella di raccontare storie con calma, con una chitarra che parla più della voce, con un realismo quasi cinematografico.

Il gruppo di Mark Knopfler, David Knopfler, John Illsley e Pick Withers arriva alla fine degli anni Settanta con un suono che non assomiglia a nulla di ciò che domina le classifiche. Niente distorsioni, niente eccessi, niente pose. Solo quattro musicisti che suonano come se fossero in una stanza piccola, concentrati sul dettaglio, sulla dinamica, sul respiro.

Il disco nasce nelle notti londinesi, tra pub fumosi e strade periferiche, e porta dentro di sé quella luce giallastra dei lampioni, quel senso di osservazione silenziosa che diventerà il marchio di fabbrica di Knopfler.

Il cuore dell’album è Sultans of Swing, un brano che non solo lancia la band ma definisce il modo di suonare e raccontare di Knopfler. La chitarra fingerpicking, la voce bassa e quasi parlata, la narrazione che sembra un piccolo film: tutto è già lì.

La storia di una band di periferia che suona jazz per pochi avventori diventa un manifesto poetico. Knopfler non giudica, non esagera, non drammatizza. Osserva. E nel farlo crea un nuovo modo di scrivere canzoni rock, più vicino alla letteratura che alla retorica del genere.

Brani come Down to the Waterline, Water of Love e Wild West End mostrano una band che lavora sulle sfumature. Le chitarre si intrecciano senza mai pestarsi i piedi, la sezione ritmica è morbida ma precisa, la produzione di Muff Winwood lascia spazio all’aria, alla naturalezza.

È un disco che non invecchia perché non appartiene a una moda. È già classico nel momento in cui esce.

Il successo arriva quasi subito. Le radio abbracciano Sultans of Swing, il pubblico scopre un modo diverso di intendere il rock, più narrativo, più adulto, più raffinato. I Dire Straits diventano in pochi mesi una delle band più riconoscibili del panorama internazionale.

Eppure, nonostante il clamore, l’album resta fedele alla sua natura: un lavoro intimo, quasi artigianale, costruito su storie minime e su un suono che sembra scolpito più che registrato.

L’esordio dei Dire Straits è uno di quei dischi che segnano una linea. Da una parte il rock che corre, che urla, che vuole rompere tutto. Dall’altra un modo di raccontare che si prende il suo tempo, che ascolta prima di parlare, che mette al centro la vita quotidiana.

È il disco che introduce uno dei chitarristi più influenti della sua generazione e che mostra come la semplicità, quando è autentica, può diventare rivoluzionaria.








lunedì 8 giugno 2026

8 giugno 1967. Procol Harum al numero uno in UK con A Whiter Shade of Pale


L’8 giugno 1967 i Procol Harum raggiungono il primo posto della classifica britannica con A Whiter Shade of Pale. È un passaggio semplice, quasi silenzioso, ma segna l’inizio di una presenza costante nelle radio e nelle classifiche per molte settimane.

Il singolo era uscito da poco più di un mese e si era fatto notare per un suono che non seguiva le tendenze del momento. L’organo di Matthew Fisher richiama il linguaggio barocco, la voce di Gary Brooker mantiene un tono pacato e il testo di Keith Reid procede per immagini che restano volutamente aperte. Il risultato è una che lavora su un clima sospeso e riconoscibile fin dal primo accordo.

Il pubblico la accoglie con naturalezza. In un periodo ricco di sperimentazioni, il brano offre qualcosa di diverso senza forzature. La melodia resta impressa, il ritmo lento invita all’ascolto e la struttura semplice permette alla canzone di circolare ovunque, dalle radio ai locali.

Il successo iniziale si trasforma presto in un riferimento stabile. Il brano entra in molte colonne sonore, viene ripreso da altri artisti e diventa uno dei simboli più duraturi del 1967. La sua forza sta nella capacità di mantenere intatta l’atmosfera originaria anche dopo decenni.

Il primo posto dell’8 giugno 1967 è solo l’inizio di un percorso che porterà A Whiter Shade of Pale a essere considerata una delle canzoni più note del Novecento. La sua storia continua ancora oggi, con la stessa semplicità con cui era iniziata.







domenica 7 giugno 2026

Mina, Alberto Lupo e Lucio Battisti guidano la Hit Parade del 7 giugno 1972

 



Il 7 giugno 1972 la Hit Parade italiana fotografa un Paese che vive un rapporto speciale con la voce di Mina. In quel momento al numero uno c’è Parole, Parole, il duetto con Alberto Lupo che ha trasformato un semplice brano in un piccolo rito collettivo. La canzone gioca sul contrasto tra la voce calda e controllata dell’attore e l’ironia elegante di Mina, un dialogo che diventa teatro, seduzione, distanza, gioco di specchi. Il pubblico se ne innamora subito e la porta in vetta alle classifiche.

Subito dopo, al secondo posto, c’è I giardini di marzo di Lucio Battisti. È un brano che racconta fragilità, memoria, crescita, con quella scrittura di Mogol che riesce a trasformare un ricordo personale in un sentimento universale. La presenza di Battisti in quella posizione dice molto sul clima musicale del periodo, un equilibrio tra canzone d’autore e pop di grande impatto.

Al terzo posto torna ancora Mina con Grande, grande, grande. È un altro successo enorme, costruito su una melodia che cresce con naturalezza e su un’interpretazione che mette insieme forza e misura. Il fatto che due dei tre brani più ascoltati in Italia in quella settimana portino la sua voce racconta la centralità assoluta che Mina aveva nella cultura pop del Paese.

Quella classifica del 7 giugno 1972 diventa così una fotografia nitida di un momento irripetibile. Mina domina con due brani diversissimi tra loro, mentre Battisti conferma la sua capacità di parlare a tutti con una scrittura che resta nel tempo. È una settimana che mostra la ricchezza della musica italiana di quegli anni, sospesa tra eleganza, introspezione e una popolarità che attraversa generazioni.