West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

venerdì 6 novembre 2026

"Tutti morimmo a stento": il capolavoro sinfonico di Fabrizio De André

 


Nel novembre del 1968, nel pieno di una rivoluzione culturale e sociale che scuoteva il mondo, usciva un album destinato a cambiare per sempre la storia della musica italiana: Tutti morimmo a stento di Fabrizio De André. Lontano dalle sonorità tipiche del cantautorato dell'epoca, questo lavoro segnò una svolta radicale, elevando il concetto di album a quello di vera e propria opera d'arte.

Non è semplicemente una raccolta di canzoni, ma un vero e proprio concept album, una Via Crucis laica dedicata a "gli ultimi", i reietti e i dimenticati della società. De André, in collaborazione con il poeta Giuseppe Bentivoglio per i testi e con il maestro Gian Piero Reverberi per gli arrangiamenti, dipinge un affresco crudo e poetico che dà voce a chi è condannato, al tossicodipendente, all'eretico. Il titolo stesso, tratto dalla poesia "Mors", di Agostino di Ippona, suggerisce la sofferenza universale e la dignità nella morte di chi ha vissuto ai margini.

"Tutti morimmo a stento" fu il primo album in cui De André si avvalse di un'intera orchestra. Gli arrangiamenti di Gian Piero Reverberi sono sontuosi e complessi, unendo la delicatezza della musica da camera con la potenza sinfonica, senza mai soffocare la voce e la profondità dei testi. Questo mix audace creò un suono unico e riconoscibile, che spingeva i confini della canzone d'autore verso nuovi orizzonti artistici, quasi a metà strada tra la musica folk, la classica e la poesia recitata.

Ogni traccia è un tassello fondamentale in questo racconto di miseria e speranza. Canzoni come "La ballata degli impiccati", che narra il testamento di un condannato a morte, offrono una prospettiva insolita sulla giustizia e la moralità. Ma è in "Cantico dei drogati" che l'album raggiunge uno dei suoi apici più toccanti. Con una lucidità disarmante, De André descrive la disperazione e il dolore della dipendenza, in un brano che, per l'epoca, era di una forza e onestà quasi scioccanti.

Nonostante le iniziali perplessità di pubblico e critica, che lo ritenevano troppo complesso, l'album ha resistito alla prova del tempo. Oggi è riconosciuto come uno dei vertici della discografia di Fabrizio De André e un pilastro della musica italiana.

"Tutti morimmo a stento" non è solo un disco da ascoltare, ma un'opera da studiare, un testamento artistico che ha dimostrato come la musica popolare potesse farsi veicolo di contenuti profondi e di un impegno civile e umano senza compromessi. A oltre cinquant'anni dalla sua uscita, continua a risuonare potente e attuale, ricordandoci che la vera poesia non ha tempo.







giovedì 5 novembre 2026

Bruno Canfora: il Maestro che ha fatto la storia della musica e della TV Italiana (6 novembre 1924)

 

Il 6 novembre 1924 nasceva a Milano Bruno Canfora, una figura centrale e straordinariamente prolifica nel panorama musicale e televisivo italiano del dopoguerra. Compositore, direttore d'orchestra e arrangiatore di genio, Canfora è l'uomo dietro alcune delle melodie più iconiche che hanno accompagnato intere generazioni, dalle sigle televisive ai grandi successi discografici.

Dopo gli studi al Conservatorio di Milano, dove si dedicò al pianoforte e all'oboe, Canfora sviluppò una precoce e profonda passione per il Jazz americano, genere che, seppur osteggiato durante il regime, influenzò profondamente il suo stile innovativo. Dopo la Liberazione, si affermò rapidamente nell'ambiente radiofonico e musicale, vincendo nel 1948 il prestigioso concorso radiofonico "Bacchetta d'oro".

Tuttavia, è con l'avvento della Televisione che il talento di Canfora esplose in tutta la sua versatilità. Dagli anni '50 in poi, divenne una colonna portante delle orchestre Rai, dirigendo in trasmissioni storiche come il Festival di Sanremo e componendo le musiche per commedie musicali del celebre duo Garinei e Giovannini.

Il suo nome è indissolubilmente legato alla nascita del fenomeno della canzone nazional-popolare degli anni '60, grazie alle collaborazioni con artisti che hanno fatto la storia:

Mina: Per la "Tigre di Cremona" firmò capolavori come "Due note", "Vorrei che fosse amore" e la celebre "Brava".

Rita Pavone: A lei sono legati brani che sono diventati veri e propri inni generazionali, come "Il ballo del mattone", "Fortissimo" e "Il Geghegé".

Gemelle Kessler: Per le regine del varietà, Canfora compose "Da-da-un-pa" e "La notte è piccola".

La sua musica era un sapiente mix di eleganza, swing e modernità, capace di passare con disinvoltura dal jazz sinfonico alle melodie orecchiabili, creando evergreen che ancora oggi risuonano, come "Zum Zum Zum" e "Stasera mi butto" (cantata da Rocky Roberts).

Bruno Canfora, scomparso nel 2017 all'età di 92 anni, non è stato solo un direttore d'orchestra, ma un vero architetto sonoro che ha plasmato l'identità musicale di un'epoca d'oro dello spettacolo italiano, lasciando un'eredità di successi che testimoniano la sua straordinaria poliedricità artistica.






mercoledì 4 novembre 2026

Oggi è il compleanno di Art Garfunkel! 85 candeline per la voce d'oro dei Simon & Garfunkel

 


Oggi, 5 novembre, compie 85 anni Art Garfunkel.

Quando pensi agli anni '60 e al folk-rock, non puoi non pensare a lui e al suo amico di una vita, Paul Simon. Insieme formavano i leggendari Simon & Garfunkel. Paul Simon scriveva canzoni incredibili, ma la magia vera veniva fuori quando Art apriva bocca.

Art Garfunkel ha una voce... beh, è difficile da descrivere. È così pura, alta e cristallina che ti sembra di sentire un angelo che canta. È la sua voce che senti su capolavori che tutti conosciamo, come The Sound of Silence (il silenzio non è mai stato così bello!), Mrs. Robinson e, ovviamente, Bridge Over Troubled Water, dove la sua performance vocale è semplicemente da brividi.

Nonostante il duo abbia avuto le sue belle liti e si sia separato più volte, l'impronta che hanno lasciato nella musica è eterna. Dopo la rottura, Garfunkel ha fatto anche cose da solista ed è persino finito al cinema, dimostrando che sapeva fare anche l'attore.

Insomma, oggi alziamo un bicchiere (o mettiamo su un vinile) in onore di Art Garfunkel: l'uomo che, con la sua voce, ha trasformato la musica popolare in poesia.





Ken Hensley: l'addio al maestro degli Uriah Heep il 4 novembre 2020


 

Un'eredità scolpita nell'organo Hammond 

e nei testi degli Uriah Heep


Il 4 novembre 2020 si spegneva Ken Hensley, lasciando un vuoto profondo nel panorama del rock anni Settanta. Polistrumentista, compositore e mente creativa della stagione d'oro degli Uriah Heep, Hensley ha rappresentato una figura cruciale nel momento in cui il rock britannico stava definendo i propri confini tra l'impatto sonoro dell'hard rock e le complessità strutturali del progressive.

L'elemento distintivo del suo lavoro risiede nella capacità di equilibrare l'aggressività dell'organo Hammond, saturato attraverso gli amplificatori Marshall, con una spiccata sensibilità melodica. In brani storici come Gypsy o Easy Livin', il suo stile tastieristico non si limitava a fornire un sottofondo armonico, ma agiva come vero e proprio motore ritmico e timbrico, dialogando alla pari con la chitarra elettrica. Al contempo, la sua firma sui testi di traccia iconiche come July Morning e Lady in Black ha introdotto sfumature liriche che attingevano al folclore, al misticismo e alla narrazione introspettiva, differenziando nettamente la proposta degli Uriah Heep da quella dei contemporanei Deep Purple o Black Sabbath.

La sua uscita dalla band nel 1980 ha segnato l'inizio di una fase solista e di collaborazioni eclettiche, tra cui spicca la parentesi con gli statunitensi Blackfoot, confermando la versatilità di un autore capace di muoversi tra generi diversi senza perdere la propria identità sonora. Hensley non cercava la virtuosità fine a sé stessa; la sua ricerca musicale era focalizzata sulla costruzione del brano, sull'incastro perfetto tra le parti vocali e la stratificazione degli strumenti.

A distanza di anni dalla sua scomparsa, l'impatto del suo lavoro rimane evidente nella struttura stessa del rock moderno, dove l'uso viscerale delle tastiere continua a rifarsi al modello da lui codificato negli anni di maggior vigore creativo.







martedì 3 novembre 2026

4 Novembre: ricordando il cantore della lirica rock, Vittorio De Scalzi

 

Il 4 novembre, data incisa nel calendario italiano per l'Armistizio e la Giornata dell'Unità Nazionale, ha un significato in più per la musica, in quanto si ricorda la nascita di Vittorio De Scalzi (Genova, 4 novembre 1949 - 24 luglio 2022), un uomo che ha incrociato la sua vita con la Storia, nascendo in un giorno solenne e destinando la sua arte a unire mondi apparentemente distanti: il rigore della musica classica e la libertà selvaggia del rock.

Vittorio De Scalzi non è più con noi fisicamente, ma l'eco delle sue melodie risuona oggi più potente che mai, quasi a voler marcare il tempo, come un inconfondibile rintocco genovese.

Nel 1971, il progetto del Concerto Grosso per i New Trolls segnò una svolta: un audace esperimento di fusione tra barocco e rock, ideato dal compositore Luis Bacalov e sostenuto dal produttore Sergio Bardotti. Fu nei New Trolls che questa visione trovò la sua voce, e in Vittorio De Scalzi uno dei suoi interpreti più ispirati. Polistrumentista sensibile e curioso, seppe accogliere la sfida: far dialogare il flauto con il fuzz, la fuga con l’improvvisazione, l’orchestra con la band. Non fu solo esecuzione, ma adesione profonda a un’idea di musica che potesse essere colta e popolare, rigorosa e libera. Il Concerto Grosso fu il frutto di questa alchimia, dove nessuno fu artefice unico, ma tutti furono necessari.

Nato nella città dei cantautori e dei poeti maledetti, il suo percorso fu segnato fin dall'inizio da legami sacri. L'album d'esordio, Senza orario senza bandiera, vide la penna di Riccardo Mannerini e il filtro di Fabrizio De André, una triade che scolpì nel rock versi di protesta e di malinconia ligure. Vittorio era il musicista che dava ali a queste parole, che trasformava la poesia in una nota lunga e vibrante.

Ascoltare oggi la sua voce, roca eppure avvolgente in brani come Quella carezza della sera, è come sfogliare un diario sentimentale che appartiene a tutti. È la carezza che cerca e la ricerca che non si arrende mai.

Vittorio ha sempre guardato oltre. In un mondo musicale spesso effimero, lui cercava l'essenza, il profumo della sua terra (celebrato in dialetto genovese nell'album Mandilli), l'eternità dei grandi maestri. E quando, nel luglio del 2022, la sua famiglia ha annunciato il suo addio, l'ha fatto con parole degne di un finale sinfonico: "Ha raggiunto la sua Aldebaran".

Aldebaran, la stella rossa più luminosa del Toro, dà il titolo al settimo album in studio dei New Trolls, ed è diventata, nella narrazione della sua vita, la meta finale del suo viaggio interiore.

Brindiamo alla sua memoria non con silenziosa reverenza, ma con il volume alto, perché l'opera di Vittorio De Scalzi è un invito a credere nella bellezza che nasce dall'unione degli opposti.






lunedì 2 novembre 2026

Addio a Pino Presti: l'uomo che ha dato il ritmo alla musica italiana


La scomparsa di Pino Presti, al secolo Giuseppe Prestipino Giarritta, segna la chiusura di una pagina fondamentale per la storia della musica leggera e della televisione italiana. Polistrumentista versatile, arrangiatore, compositore e produttore, Presti si è spento a Sanremo all'età di 83 anni. La sua figura ha incarnato quel profilo di artista totale che negli anni Settanta ha saputo unire l'esecutività pura da session man alla visione strutturale della direzione d'orchestra, lasciando un'impronta indelebile nella cultura sonora del Paese.

Il nome di Pino Presti resta legato a doppio filo a quello di Mina, per la quale ha firmato arrangiamenti memorabili in dischi e concerti storici, coordinando la sezione ritmica e le sezioni orchestrali nei contesti più iconici della carriera della cantante. Tuttavia, ridurre la sua carriera a una singola collaborazione sarebbe limitativo. Il suo contributo spaziava dal jazz al funk fino alle collaborazioni internazionali, tra cui spicca la partecipazione all'incisione di Libertango al fianco di Astor Piazzolla, un progetto che ha ridefinito le coordinate del genere a livello globale.

Tra i momenti culminanti del suo percorso eclettico va ricordata l'esperienza di Auditorio A, il programma di Rai 2 andato in onda nel 1977. In quella sede Presti non si limitò alla classica direzione d'orchestra sul podio, ma si mise in gioco nella duplice veste di conduttore e padrone di casa di uno spazio televisivo d'avanguardia. Auditorio A rappresentò un punto di rottura rispetto ai varietà tradizionali, offrendo una vetrina live di altissimo profilo in cui la musica d'autore e il progressive rock trovavano piena espressione. Fu proprio in quell'ambito che il pubblico televisivo poté assistere alle esibizioni di artisti e gruppi che stavano ridefinendo i linguaggi musicali dell'epoca, dai Banco del Mutuo Soccorso ad Angelo Branduardi.

Il lavoro di Presti in televisione rifletteva l'ambizione di portare la complessità e la qualità delle produzioni in studio direttamente all'interno del mezzo radiotelevisivo. La capacità di dialogare con linguaggi differenti, mantenendo sempre un rigore tecnico impeccabile sia sul basso elettrico sia sul leggio della direzione, ne ha fatto un punto di riferimento per intere generazioni di musicisti. Con la sua scomparsa si perde uno degli ultimi esponenti di quel collezionismo di talenti che ha saputo fondere il pop di alto livello con la ricerca strumentale pura.







sabato 31 ottobre 2026

La nascita di un mito editoriale: quando Diabolik debuttò in edicola

Il primo novembre 1962 segna una svolta silenziosa ma profonda nella storia dell'editoria italiana. In quella data esce nelle edicole il primo numero di Diabolik, un fumetto tascabile ideato da Angela e Luciana Giussani che avrebbe ridefinito i confini del genere poliziesco e della narrativa popolare nel Paese.

L'idea di base nasceva da un'intuizione legata alle abitudini dei lettori pendolari, specialmente i viaggiatori delle linee ferroviarie milanesi. Le due sorelle compresero la necessità di un formato maneggevole, tascabile, che potesse essere letto comodamente durante gli spostamenti quotidiani. A questa intuizione logistica si unì una scelta narrativa allora inedita per il mercato italiano: il protagonista non era un difensore della giustizia tradizionale, bensì un ladro spietato, freddo e calcolatore, ispirato in parte a precedenti figure della letteratura noir francese e ai romanzi d'appendice.

La pubblicazione della casa editrice Astorina ruppe diversi schemi del periodo. Il formato a libretto, di dimensioni ridotte e venduto a un prezzo economico, si contrapponeva alle testate a fumetti tradizionali destinate prevalentemente a un pubblico infantile o adolescenziale. Le vicende del Re del Terrore e della sua compagna Eva Kant introducevano atmosfere cupe, ambientate nella fittizia città di Clerville, dove la morale comune veniva regolarmente sovvertita dai piani ingegnosi del criminale mascherato.

Nonostante le iniziali perplessità della critica e la diffidenza di parte del mondo benpensante dell'epoca, preoccupato per i contenuti considerati diseducativi, la proposta editoriale trovò un riscontro immediato nel pubblico. Il successo commerciale trasformò progressivamente un prodotto di consumo rapido in un fenomeno di costume duraturo, capace di influenzare il linguaggio visivo, il design delle copertine e l'immaginario collettivo di intere generazioni.

Con quel primo albo intitolato Il re del terrore, le sorelle Giussani non si limitarono a lanciare una nuova testata, ma posero le basi per un settore, quello del fumetto nero italiano, che avrebbe conosciuto una rapida fioritura negli anni successivi, dimostrando come la cultura popolare potesse rinnovarsi attraverso soluzioni editoriali innovative e una forte caratterizzazione dei personaggi.