West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

mercoledì 19 agosto 2026

20 agosto 2017: l'ultimo applauso per Jerry Lewis, genio della risata

 


Il 20 agosto 2017 il mondo dello spettacolo ha perso uno dei suoi giganti: Jerry Lewis, attore, comico, regista e sceneggiatore statunitense, è morto all'età di 91 anni. La sua scomparsa ha segnato la fine di un'era per la comicità.

Nato a Newark, New Jersey, nel 1926, Lewis iniziò la sua carriera nel mondo dello spettacolo fin da giovane. La sua ascesa alla fama è stata segnata dalla sua celebre partnership con il cantante e attore Dean Martin, un duo che ha dominato le scene negli anni '50 con film e spettacoli televisivi di grande successo. Insieme, hanno creato un'irresistibile alchimia comica, con Martin che interpretava il ruolo del "bello" e Lewis quello del "goffo", regalando al pubblico un umorismo unico e inimitabile.

Dopo la separazione da Martin nel 1956, Lewis intraprese una brillante carriera da solista, dimostrando di essere un talento a tutto tondo. Oltre a recitare, ha diretto e sceneggiato numerosi film, tra cui capolavori della comicità come "Il ragazzo dai pantaloni rosa", "L'idolo delle donne" e, soprattutto, "Le folli notti del dottor Jerryll", considerato uno dei suoi film più iconici e influenti. Lewis è stato un pioniere nel campo della regia, utilizzando tecniche innovative e uno stile visivo che hanno ispirato molti registi successivi.

La morte di Jerry Lewis ha segnato la fine di un'epoca, ma la sua eredità artistica resiste all’usura del tempo. Il suo umorismo slapstick, la sua capacità di far ridere e, allo stesso tempo, di commuovere, hanno lasciato un segno tangibile nel mondo dello spettacolo. Il suo contributo al cinema e alla comicità è incalcolabile, e il suo ricordo continuerà a far sorridere e riflettere le generazioni future.






martedì 18 agosto 2026

"Rimmel": il 19 agosto 1975 nasceva il capolavoro di Francesco De Gregori

 

 

Il 19 agosto 1975 il panorama musicale italiano veniva arricchito da un disco destinato a diventare un'icona: Rimmel, di Francesco De Gregori. A cinquant'anni dalla sua uscita, questo album non ha perso nulla del suo fascino, confermandosi come una pietra miliare della musica d'autore e un punto di svolta nella carriera del cantautore romano.

Dopo il successo dell'album "Alice non lo sa", De Gregori si presentò con un lavoro che mescolava la sua vena poetica e intimista con arrangiamenti più ricchi e raffinati. Il risultato fu un album profondo, in cui ogni brano era una storia, un frammento di vita, un'istantanea di emozioni complesse.

"Rimmel" non è solo il titolo dell'album, ma anche quello della traccia d'apertura, un pezzo che con la sua melodia agrodolce e il testo enigmatico ha conquistato generazioni di ascoltatori. Ma l'album è costellato di altri brani che sono entrati nel patrimonio culturale italiano. "Buonanotte fiorellino", con la sua leggerezza apparente, nasconde una malinconia sottile e toccante. "Pablo" è un inno alla speranza e alla resistenza, che racconta la storia di un amico anarchico. "Pezzi di vetro" è un'analisi lucida e disillusa dei sentimenti umani.

Il successo di Rimmel fu travolgente e immediato. L'album vendette oltre 200.000 copie, un risultato straordinario per l'epoca, e consacrò definitivamente De Gregori come uno dei più grandi poeti della canzone italiana. La sua influenza è ancora oggi tangibile in molti artisti che continuano a ispirarsi alla sua capacità di scrivere testi che sono allo stesso tempo universali e personalissimi.

A quasi cinquant'anni dalla sua uscita, ascoltare "Rimmel" è un'esperienza che va oltre la semplice nostalgia. È un viaggio nel tempo e nelle emozioni, un promemoria del fatto che le grandi opere d'arte non invecchiano mai.




lunedì 17 agosto 2026

18 agosto 1962: Ringo Starr e il suo primo concerto con i Beatles

 


Il 18 agosto 1962 è una data che ha segnato per sempre la storia della musica. In un piccolo locale di Birkenhead, in Inghilterra, i Beatles salirono sul palco per la prima volta con il loro nuovo batterista: Ringo Starr. Questo non fu un semplice cambio di formazione, ma l'atto finale che diede vita alla band che, di lì a poco, avrebbe conquistato il mondo.

Fino a quel momento, la batteria era stata suonata da Pete Best, che era molto amato dai fan, soprattutto a Liverpool. Tuttavia, le tensioni interne e le perplessità del produttore George Martin sulla sua tecnica portarono alla decisione di sostituirlo. La scelta ricadde su Ringo Starr, già un batterista rispettato sulla scena di Liverpool e amico dei membri della band.

L'annuncio del cambio creò un'ondata di sconcerto e persino di proteste tra i fan più accaniti di Best. Tuttavia, la band era convinta della sua scelta. Quella sera, all'Hulme Hall di Port Sunlight, si svolse il primo concerto di questa nuova e definitiva formazione: John Lennon, Paul McCartney, George Harrison e, per l'appunto, Ringo Starr.

L'esibizione fu un successo, anche se non priva di incertezze iniziali dovute alla situazione. Ringo si integrò perfettamente, portando un tocco di stabilità ritmica e una personalità carismatica che si amalgamò perfettamente con il resto del gruppo. Non era solo un musicista, ma un pezzo mancante del puzzle che componeva la chimica dei Beatles.

Da quel giorno, la band partì per un viaggio senza precedenti, trasformando il panorama musicale e culturale a livello globale. Quel concerto del 18 agosto 1962 non fu solo il debutto di Ringo Starr con i Beatles, ma il primo passo della "Fab Four" verso la leggenda, un momento cruciale che diede il via alla Beatlemania e a un'era di innovazione e creatività che ancora oggi risuona.


IMMAGINI DI REPERTORIO







domenica 16 agosto 2026

Nirvana il 17 agosto del 1991: il video che cambiò la storia

 

Il 17 agosto 1991 riporta al giorno in cui, in un'anonima palestra di Culver City, in California, tre ragazzi di Seattle, noti come Nirvana, girarono il videoclip che avrebbe dato inizio a una rivoluzione culturale. Quel video era per Smells Like Teen Spirit, il singolo che avrebbe scosso dalle fondamenta l'intero panorama musicale.

Diretto da Samuel Bayer, un regista allora poco conosciuto, il video fu concepito per essere un'antitesi visiva al fasto e alla plastica dei videoclip glam metal che dominavano MTV. Con un budget di soli 50.000 dollari, l'idea era semplice ma potente: una versione anarchica e disordinata di un "pep rally" scolastico. Kurt Cobain, con la sua visione, volle un'atmosfera che riflettesse il senso di noia e ribellione giovanile, ispirandosi al film Over the Edge.

Il risultato fu un'esperienza estenuante per tutti i partecipanti. Centinaia di fan, reclutati per l'occasione, vennero fatti saltare, ballare e urlare per ore e ore, mentre la band suonava incessantemente. La loro energia, combinata con la frustrazione e la noia della lunga giornata di riprese, venne catturata in modo autentico dalla telecamera. Le cheerleader apatiche con la A di Anarchia sui vestiti e lo spazzino sornione divennero simboli perfetti di una generazione disillusa.

Quando il video venne lanciato, il suo impatto fu immediato e devastante. In un'epoca dominata da band con capigliature cotonose e assoli di chitarra scintillanti, il look grintoso e autentico dei Nirvana fu uno schiaffo in faccia all'establishment. Il video di Smells Like Teen Spirit era crudo, sporco e straordinariamente onesto. Non c'erano effetti speciali, solo un'energia grezza e palpabile che rispecchiava perfettamente il suono aggressivo e malinconico della band.

La pogo-dance della folla, il sudore, la rabbia silenziosa di Cobain e l'iconico riff di chitarra si unirono per creare un'esperienza che andava oltre la semplice promozione di un brano. Il video non si limitava a far vedere la musica; la faceva sentire, incarnando il movimento grunge e rendendolo un fenomeno di massa.

In poche settimane, Smells Like Teen Spirit diventò l'inno di una generazione, portando l'album Nevermind a scalare le classifiche e a spodestare persino Dangerous  di Michael Jackson . Quell'evento, immortalato il 17 agosto 1991, segnò il punto di svolta definitivo: il grunge e l'alternative rock passarono da un fenomeno di nicchia a una forza dominante, mettendo fine all'era dell'hair metal e dimostrando che la sincerità e la rabbia potevano battere lo show business.

Quel video ha catturato e amplificato lo spirito di un'intera epoca, rendendo i Nirvana e Smells Like Teen Spirit immortali.






sabato 15 agosto 2026

16 agosto 1977: l'ultimo accordo del Re

 


Quarantanove anni fa, il mondo si fermò per un attimo, in un silenzio assordante. Era il 16 agosto 1977, e si diffuse una notizia che sembrava impossibile: Elvis Presley era morto. Aveva solo 42 anni, e il suo cuore, così pieno di musica, aveva smesso di battere a Graceland, la sua iconica villa a Memphis.

La sua morte non fu solo la fine di una vita straordinaria, ma la fine di un'era. Elvis era stato più di un semplice cantante... era un'icona, una rivoluzione. Con il suo carisma magnetico, il suo modo di ballare provocatorio e la sua voce inconfondibile, aveva mescolato il rock'n'roll, il country e il blues, creando un genere tutto suo. Aveva rotto gli schemi, aveva liberato una generazione dalla rigidità del passato e aveva aperto la strada a una nuova forma di espressione.

Quando si pensa a Elvis, non si può non pensare alle sue canzoni immortali: "Hound Dog", "Jailhouse Rock", "Love Me Tender". Erano la colonna sonora di un'epoca di cambiamento e ribellione. Ma il Re era anche un'anima tormentata, un uomo che aveva lottato contro le pressioni della fama, contro la solitudine e contro i suoi stessi demoni.

La sua morte, così prematura, ha lasciato un vuoto importante. Per i suoi fan, fu un dolore immenso, una perdita che sembrava impossibile da sopportare. Ma la sua eredità è rimasta, più viva che mai. Ancora oggi, la sua musica continua a ispirare artisti di ogni genere, e la sua immagine, con i suoi abiti luccicanti e il suo ciuffo ribelle, è un simbolo universale del rock'n'roll.

Elvis Presley è stato anche un fenomeno culturale, un uomo che ha ridefinito il concetto di celebrità e di intrattenimento. La sua morte ha segnato la fine di un capitolo, ma la sua musica continua a vivere, a farci ballare, a farci sognare, e a ricordarci che, in fondo, il Re non se ne è mai andato davvero.




venerdì 14 agosto 2026

La genesi di un inno pop: "Dancing Queen" degli ABBA



Il 15 agosto 1976, il mondo della musica pop stava per cambiare per sempre. Gli ABBA, la band svedese che aveva già conquistato il pubblico con la sua melodia orecchiabile e il suo stile inconfondibile, pubblicava un singolo che sarebbe diventato l'inno di un'intera generazione: "Dancing Queen".

Questa canzone, che si distingue per la sua melodia sognante e i suoi arrangiamenti sofisticati, non era nata per essere un brano da discoteca. Al contrario, i suoi creatori, Benny Andersson e Björn Ulvaeus, si erano ispirati al pop-rock degli anni '60 per creare un pezzo più lento e meno ritmato. Ma quando iniziarono a sperimentare con i sintetizzatori e le batterie, il sound prese una direzione inaspettata. Con l'aggiunta delle voci angeliche di Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad, la canzone si trasformò in un capolavoro.

"Dancing Queen" è una celebrazione della giovinezza, della gioia e della spensieratezza. Il testo racconta la storia di una ragazza di diciassette anni che si sente una regina mentre balla al ritmo della musica, lasciandosi alle spalle le preoccupazioni della vita. È un'esperienza universale che ha toccato il cuore di milioni di persone in tutto il mondo.

Il successo fu immediato e travolgente. La canzone raggiunse la vetta delle classifiche in tutto il mondo, tra cui Regno Unito, Germania, Svezia, Australia e Stati Uniti. È tuttora considerato uno dei più grandi successi degli ABBA e un classico intramontabile della musica pop. Il suo impatto è stato tale che è stata riprodotta, campionata e omaggiata da un'infinità di artisti, ed è ancora oggi una presenza fissa nelle playlist delle feste e nei momenti di celebrazione.

Nonostante siano passati quasi cinquant'anni dalla sua uscita, "Dancing Queen" continua a far ballare e sognare le persone di ogni età. È la prova che la musica, quando è fatta con il cuore e con la passione, può superare il tempo e le generazioni, diventando un'eredità culturale eterna.





Quando il "Re del Pop" comprò i Beatles: la storia dietro l'acquisto che incrinò un'amicizia

 


Il 14 agosto del 1985 segna una data spartiacque non solo nella storia della musica, ma anche nel mondo del business. Michael Jackson, all'apice della sua carriera e reduce dal successo planetario di Thriller, portò a termine un'operazione finanziaria che fece scalpore: l'acquisto dei diritti editoriali della maggior parte delle canzoni dei Beatles per la cifra di 47,5 milioni di dollari.

L'affare riguardava il catalogo della Northern Songs, la società che deteneva i diritti di pubblicazione di quasi tutte le canzoni scritte da John Lennon e Paul McCartney. L'idea di investire nei diritti musicali era stata suggerita a Jackson proprio da Paul McCartney, con cui aveva collaborato in brani come "Say Say Say" e "The Girl Is Mine". McCartney aveva spiegato a Jackson che i diritti editoriali erano una fonte di reddito molto più redditizia rispetto alle royalties delle registrazioni.

Michael Jackson, tuttavia, prese il consiglio fin troppo sul serio. Nonostante McCartney e Yoko Ono (vedova di John Lennon) avessero cercato di riacquistare il catalogo, Jackson si mosse con rapidità e determinazione, superando la concorrenza e aggiudicandosi l'intera società. L'accordo lo rese uno degli editori musicali più potenti del mondo, con il controllo su un tesoro inestimabile che includeva classici come "Yesterday", "Let It Be" e "Hey Jude".

L'acquisto, sebbene geniale dal punto di vista finanziario, ebbe un costo personale enorme. McCartney, che si sentiva tradito dal gesto di quello che considerava un amico, non perdonò mai completamente Jackson per aver acquisito il controllo delle sue canzoni. L'episodio incrinò irrimediabilmente il loro rapporto, e Paul ammise in diverse occasioni di essersi sentito amareggiato per l'accaduto. "È una cosa molto strana, è come se le mie canzoni vivessero dall'altra parte della strada," commentò McCartney in un'intervista.

L'episodio dimostrò la lungimiranza di Michael Jackson non solo come artista ma anche come imprenditore. Il catalogo dei Beatles si rivalutò enormemente negli anni successivi, diventando uno degli asset più preziosi dell'industria musicale. Dopo la morte di Jackson, il catalogo passò in parte alla Sony, e nel 2017 Paul McCartney riuscì finalmente a riacquistare i diritti di parte delle sue canzoni, ponendo fine a una saga trentennale che ha segnato profondamente il mondo della musica.