L'intreccio lirico e visivo nell'opera multimediale di
Roberto Storace e Giacomo Franco
Un'analisi della struttura, della
presenza iconografica e delle suggestioni di “Tutta la luce che c'è”
Il volume multimediale intitolato Tutta la luce che c'è raccoglie l'esito della collaborazione artistica
tra Giacomo Franco - poeta - e il
musicista, scrittore e fotografo Roberto Storace,
avviata nella primavera del 2024. L'opera si configura come un percorso
interdisciplinare in cui la poesia in versi liberi, la composizione per
chitarra acustica e la fotografia convivono all'interno di una struttura
organica, concepita sia per la lettura sia per la rappresentazione dal vivo.

La genesi del lavoro risiede in un contatto maturato nella loro
città, Savona, grazie all'intermediazione dell'editore Marco Sabatelli, il
quale ha favorito l'incontro tra i due autori, residenti a breve distanza senza
essersi mai frequentati in precedenza. Da questa convergenza è nata la scelta
di accostare la produzione poetica di Franco, caratterizzata da diverse sillogi
già edite, alle strutture armoniche di stampo celtico e atmosferico create
negli anni da Storace. All'interno del testo, la componente sonora è resa
fruibile direttamente attraverso l'inserimento di codici QR che permettono
l'ascolto di brani quali The storm, King's jig, Like words in
the wind e Flying over the wilderness.
Dal punto di vista dei contenuti e del linguaggio, la poetica
di Franco si definisce come “poesia di risacca”, un registro espressivo che
impiega il verso libero per esplorare la dimensione del ricordo, del
dormiveglia e del paesaggio naturale.
Come evidenziato nel commento introduttivo di Roberto
Morando, i testi muovono da spunti quotidiani per articolarsi attorno a due
nuclei principali: il tema del tempo, osservato nella sua ciclicità o nel suo
sviluppo lineare, e la presenza trasformativa dell'elemento liquido. In questo
contesto, la parola si misura con la concretezza delle cose e con lo scorrere
degli eventi, trovando espressione in passaggi in cui l'atmosfera si fa
metafora del mutamento:
Si fa buio
i cani dell’inverno
mordono il cuore
e nelle bianche città del silenzio
discendono i ricordi
come neve.
Nel cono di luce dei lampioni
la mia ombra si stacca
e come una barca
andrà in solitaria deriva
sul fiume della notte.
(Imbrunire)
In Tutta la luce che c'è, l'impianto visivo curato da
Storace risponde a una precisa scelta strutturale: la fotografia non interviene
mai come un elemento decorativo a margine, né viene confinata a un ruolo
subordinato di pura illustrazione. Al contrario, l'immagine possiede un valore
fondamentale e paritetico rispetto alla parola scritta, agendo come una seconda
linea narrativa che esplora il reale attraverso la grammatica della luce e
della materia. Le fotografie - che immortalano scorci costieri liguri, mari in
tempesta ed elementi paesaggistici raccolti durante viaggi in Patagonia o in
Irlanda - offrono un contrappunto visivo continuo alle suggestioni del testo,
traducendo in campiture di luce e forme plastiche ciò che la poesia esprime in
forma di verso.
La fotografia di Storace fissa i dettagli fisici del
paesaggio - la grana scabra delle rocce, il movimento delle onde, i riflessi su
superfici umide -, offrendo una concretezza che ancora l'astrazione del ricordo
a una realtà tangibile. La tensione tra l'instabilità del tempo e il tentativo
dell'arte di fermarne l'istante emerge nitidamente nel dialogo tra versi e
scatti. L'immagine fotografica si fa così spazio fisico della memoria, trovando
un parallelismo diretto nella dimensione lirica:
Acqua dal cielo, acqua dalla terra:
oggi scavalca anche le nuvole il respiro del mare
(La mareggiata d’inverno)
Qui l'istantanea visiva e il testo poetico arrivano a
coincidere: l'inquadratura cristallizza la violenza del mare e la resistenza
della costa, trasformando il paesaggio in un correlativo oggettivo
dell'esistenza.
La parte conclusiva del volume delinea i profili biografici
dei due autori, ripercorrendo la formazione in ingegneria elettronica e i
riconoscimenti chitarristici di Storace, unitamente ai premi letterari e alla
produzione editoriale di Franco. L'impianto complessivo documenta anche il
ciclo di presentazioni svolte sul territorio ligure presso la Libreria Paoline,
il Centro Sociale Mezzalunga di Celle Ligure e la Società Dante Alighieri con
il contributo critico di Franco Bonfanti.
L'opera si distingue per l'essenzialità del formato e per la
scelta di evitare sovrapposizioni invasive tra le arti, affidando l'efficacia
del progetto al semplice e misurato affiancamento di testo, suono e immagine
visiva.
In definitiva, Tutta la luce che c'è supera la
semplice sommaria unione di linguaggi differenti per approdare a una sintesi
espressiva profonda, misurata e autenticamente luminosa. La sinergia tra la
parola di Franco e l'obiettivo fotografico e le note di Storace non si limita a
registrare la fragilità del tempo o lo scorrere della memoria, ma riesce a
rintracciare, dentro ogni piega del paesaggio e della quotidianità, una
sostanziale chiarezza di senso. Il percorso disegnato dai due autori lascia
così un segno nitido e vitale, dimostrando come dall'equilibrio rigoroso tra
versi, immagini e trame sonore possa scaturire una visione aperta, capace di
restituire allo sguardo e all'ascolto una discreta, preziosa e persistente
speranza.