West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

lunedì 9 marzo 2026

Losing My Religion – R.E.M., 9 marzo 1991

 


Una canzone che non voleva essere un successo e invece...

 cambia tutto

 

Ci sono canzoni che nascono per essere dei singoli, costruite con l’idea di funzionare in radio, di catturare subito. Losing My Religion non è una di quelle. E forse è proprio per questo che, quando esce il 9 marzo 1991, sembra aprire una porta nuova, non solo per i R.E.M., ma per tutto il rock alternativo americano.

La storia comincia in modo quasi banale, quando Peter Buck compra un mandolino, lo porta in studio e inizia a giocherellarci. Non cerca nulla, non sta componendo, sta provando, eppure, da quel giro ripetuto, un po’ ipnotico, nasce l’ossatura del brano. È una musica che non spinge, non strappa, non cerca l’effetto. Si muove in cerchio, come un pensiero che non riesci a scrollarti di dosso.

Su quella spirale si appoggia la voce di Michael Stipe, esitante e intensa. Il titolo inganna: non c’è religione, non c’è misticismo. C’è un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti che significa più o meno “sto perdendo la pazienza”, “sto uscendo dai binari”. È la storia di un sentimento che non sai come gestire, di un’ossessione che non vuoi confessare, di un amore che non sai se esiste davvero o se te lo sei inventato. Una fragilità detta sottovoce, senza melodrammi.

Poi arriva il video di Tarsem Singh, che è un piccolo mondo a parte: immagini sospese, rallentate, quasi pittoriche, che sembrano uscire da un sogno barocco. MTV lo manda in onda di continuo, e all’improvviso quella canzone così strana, così poco “radiofonica”, diventa un simbolo.

Il risultato è sorprendente: i R.E.M., fino ad allora la band di culto per eccellenza, i campioni del college rock, si ritrovano catapultati nel mainstream mondiale. Losing My Religion entra nelle classifiche, Out of Time esplode, arrivano i Grammy. Ma soprattutto arriva una nuova percezione: che si può essere autentici, introversi, non allineati… e parlare comunque a milioni di persone.

A distanza di anni, il fascino del brano resta intatto. Non perché sia stato un successo, ma perché non ha mai cercato di esserlo. È una canzone che sembra quasi capitata, come certe rivelazioni che arrivano quando non le stai aspettando. E forse è proprio questo che la rende ancora così viva.






sabato 7 marzo 2026

2016 – La scomparsa di Sir George Martin, il custode sonoro dei Beatles

 

L’8 marzo 2016 si spegneva a 90 anni Sir George Martin, figura cardine della musica del Novecento e presenza discreta ma decisiva dietro la rivoluzione culturale dei Beatles. La definizione di “quinto Beatle”, spesso abusata, nel suo caso non è un vezzo giornalistico, ma la constatazione di un ruolo creativo che ha superato i confini della produzione discografica per trasformarsi in visione, metodo e linguaggio.

Martin arriva ai Beatles nel 1962, quando la Parlophone è ancora un’etichetta marginale e lui un produttore con un passato tra musica colta, commedia e registrazioni sperimentali. È proprio questa combinazione – rigore classico e curiosità giocosa – a renderlo il partner ideale per quattro ragazzi di Liverpool che non sapevano ancora quanto lontano potessero spingersi. Martin non ascolta e traduce. E soprattutto, apre porte.

Il suo contributo diventa evidente quando la band abbandona la forma canzone tradizionale e inizia a esplorare territori nuovi. Revolver (1966) è il primo vero laboratorio: archi che non imitano il pop ma dialogano con esso, nastri manipolati, orchestrazioni che ampliano lo spazio emotivo dei brani. Con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967), Martin accompagna i Beatles nella costruzione di un’opera che non è più solo un album, ma un mondo sonoro. La sua direzione dell’orchestra in A Day in the Life – quel crescendo che sembra dilatare il tempo – resta uno dei momenti più iconici della storia della registrazione.

Eppure, la grandezza di Martin non si misura solo nelle innovazioni tecniche. Sta nella sua capacità di leggere il potenziale di ogni idea, anche la più acerba, e di trasformarla in forma compiuta. È l’arte del produttore inteso come mediatore tra immaginazione e realtà, tra intuizione e struttura. Un’arte che Martin esercita con eleganza britannica, senza mai oscurare i protagonisti.

La sua morte nel 2016 segna la fine di un’epoca in cui la produzione musicale era un territorio di artigianato, invenzione e rischio. Martin apparteneva a una generazione che non temeva di sperimentare, ma lo faceva con disciplina, cultura e un profondo rispetto per la musica.

Oggi, nel ricordarlo, celebriamo un uomo che ha saputo trasformare lo studio di registrazione in un luogo di possibilità infinite. E celebriamo, soprattutto, la sua lezione più preziosa, quella che la creatività non nasce dal caos, ma dal dialogo. Un dialogo che, nel suo caso, ha cambiato per sempre il modo in cui ascoltiamo il mondo.





venerdì 6 marzo 2026

7 marzo 1970 — "Bridge Over Troubled Water", un addio in cima al mondo

 


1970 — Bridge Over Troubled Water: un addio in cima al mondo

 

Ci sono album che non chiudono soltanto una storia, la sublimano. Bridge Over Troubled Water, pubblicato nel gennaio del 1970, è uno di quei rari casi in cui un duo al culmine della propria forza creativa decide di separarsi proprio mentre tocca l’apice. Il 7 marzo di quell’anno, il disco di Simon & Garfunkel inizia dieci settimane consecutive al numero uno negli Stati Uniti, un dominio che sembra quasi voler trattenere l’ultimo respiro di una collaborazione irripetibile.

È un successo che arriva in un momento di tensione crescente tra Paul e Art, due personalità complementari e inconciliabili: l’uno artigiano maniacale della scrittura, l’altro voce angelica e inquieta, sempre più attratta da percorsi autonomi. Eppure, proprio in quella frattura, nasce un capolavoro.

L’album è un mosaico di ambizioni: il gospel intimo della title track, la malinconia urbana di The Boxer, la leggerezza quasi cinematografica di Cecilia, il folk che si apre a orchestrazioni ampie, quasi sinfoniche. È come se Simon & Garfunkel avessero voluto condensare in un solo disco tutto ciò che erano stati e tutto ciò che non sarebbero più riusciti a essere insieme.

Il pubblico lo percepisce immediatamente. Bridge Over Troubled Water, oltre ad essere un successo commerciale, è un disco che parla a un’America in transizione, sospesa tra la fine degli anni Sessanta e un decennio nuovo, più incerto. La voce di Garfunkel nella title track - limpida, quasi sacrale - diventa un balsamo collettivo, un invito alla fiducia in un’epoca che ne aveva disperatamente bisogno.

Il paradosso è che, mentre il mondo si innamora del loro canto, Simon & Garfunkel si stanno già allontanando. Il trionfo in classifica del 7 marzo 1970 è dunque un momento doppiamente simbolico: celebra un’opera perfetta e, allo stesso tempo, sancisce la fine di una delle collaborazioni più raffinate della musica pop.

Riascoltato oggi, Bridge Over Troubled Water conserva intatta la sua aura, un disco che non appartiene solo al suo tempo, ma a ogni tempo in cui qualcuno ha bisogno di una voce che dica “ti porto io dall’altra parte”. Un addio, sì. Ma anche una promessa di bellezza che continua a risuonare.






giovedì 5 marzo 2026

Tra suono e silenzio: la seduzione secondo Romano e Fabbri

 


Terzo capitolo della trilogia dedicata alla ricerca umana, RELIGIO continua a interrogare il cammino dell’essere attraverso le sue soglie più essenziali: nascita, spirito, materia, rinuncia, paura, amore, morte.

 

Un percorso che Edmondo Romano affronta con la libertà di chi non cerca un genere, ma un linguaggio.

Il termine religio - riunire, raccogliere, legare - diventa qui un gesto musicale: unire radici e visioni, strumenti arcaici e elettronica, voci e silenzi, culture e timbri lontani. Ogni brano è un mondo autonomo, scritto come un atto di esplorazione, tra minimalismo, contemporanea, progressive, ambient, world music, jazz e scrittura orchestrale.

Il video che accompagna questo post nasce da un’improvvisazione dal vivo tra Edmondo Romano e Cristiano Fabbri sul brano “La seduzione”, registrata al Teatro Gustavo Modena di Genova all’interno della rassegna Jazz’n’Breakfast il 24 ottobre 2024. Un dialogo libero, essenziale, che restituisce l’anima più intima del progetto: la musica come spazio di ascolto, come gesto che unisce.

RELIGIO è prodotto, composto e arrangiato da Edmondo Romano (Eden Studio, Genova), pubblicato da Visage Records e distribuito da Egea Music. L’immagine di copertina, “New Crowd #43”, è del fotografo lettone Misha Gordin.





mercoledì 4 marzo 2026

John Hammond: l’uomo che ha attraversato il blues come una strada di campagna

 

John Hammond se n’è andato in silenzio, a 83 anni, così come aveva vissuto: senza clamore, senza sovrastrutture, con quella discrezione da artigiano della musica che non ha mai cercato il centro della scena. La notizia della sua morte è arrivata attraverso un amico fraterno, Paul James, e ha fatto il giro del mondo in poche ore. Non perché Hammond fosse una star da copertina, ma perché era uno di quei musicisti che tengono insieme la memoria di un genere. Una presenza necessaria.

Essere figlio di John Henry Hammond - il talent scout che ha cambiato la storia della musica americana - avrebbe potuto schiacciarlo. Invece, paradossalmente, lo ha liberato. Hammond Jr. ha scelto la via più impervia: non l’industria, non la produzione, non il potere. Ha scelto la strada, i club, la chitarra acustica, l’armonica. Ha scelto il blues.

E lo ha fatto con una coerenza quasi ostinata. Non ha mai inseguito mode, non ha mai cercato di “aggiornare” il blues per renderlo più appetibile. Era un interprete puro, uno che si metteva al servizio delle canzoni come si fa con qualcosa di sacro.

La sua carriera è costellata di episodi che oggi sembrano inventati tanto sono perfetti. Hendrix che suona con lui al Gaslight. Clapton che si unisce alla band per qualche concerto. Mike Bloomfield che entra in studio per registrare So Many Roads. Dr. John che diventa complice musicale e amico.

Hammond non cercava queste collaborazioni… accadevano. Perché chiunque avesse un rapporto autentico con il blues riconosceva in lui un fratello, un custode, uno che non stava “interpretando” un genere ma lo stava abitando.

Più di trenta album, un Grammy, una Blues Hall of Fame. Ma i numeri, nel suo caso, dicono poco. I suoi dischi sono tappe di un percorso personale, un uomo che torna sempre alle radici, che rilegge Robert Johnson come se fosse un contemporaneo, che affronta Tom Waits con la naturalezza di chi sa che il blues non è un museo ma un linguaggio vivo.

Wicked Grin, il disco dedicato a Waits, resta un esempio perfetto: Hammond non imita, non addolcisce, non “traduce”. Porta quelle canzoni nel suo mondo, e il risultato è sorprendentemente naturale.

Vederlo dal vivo era un’esperienza quasi rituale. Lui, la chitarra, l’armonica, la voce ruvida. Nessuna scenografia, nessun artificio. Solo un uomo che racconta storie antiche come se fossero successe ieri.

C’era qualcosa di profondamente onesto in quel modo di stare sul palco. Una forma di rispetto per la musica, per il pubblico, per i maestri.

La morte di John Hammond è la fine di una certa idea di blues, quello tramandato di mano in mano, senza clamore, senza marketing, senza nostalgia. Un blues che vive nella voce di chi lo ama e lo custodisce.

Hammond era questo, un custode. E ora che se n’è andato, resta la sensazione che un pezzo di quella tradizione - quella vera, quella fragile, quella che non fa rumore - sia diventato un po’ più difficile da trovare.







martedì 3 marzo 2026

Lucio Dalla, nato il 4 marzo 1943

 


Lucio Dalla, nato il 4 marzo 1943

Il 4 marzo è diventato, quasi suo malgrado, una data che in Italia porta con sé un riflesso musicale preciso. Non tanto per un rito celebrativo, quanto per la coincidenza tra un compleanno e una canzone che ha finito per superare il proprio autore. Lucio Dalla nasce a Bologna nel 1943, in un Paese ancora immerso nella guerra, e cresce in un ambiente dove la musica non è un ornamento ma un linguaggio quotidiano. Prima ancora di essere cantautore, è clarinettista: un dettaglio che spesso si dimentica, ma che spiega la sua naturalezza nel muoversi tra jazz, improvvisazione e forme più libere.

La sua traiettoria artistica non è lineare. Dalla attraversa stagioni diverse, a volte persino contraddittorie, senza preoccuparsi troppo di mantenere un’identità coerente. Negli anni Sessanta si muove tra beat e sperimentazioni, poi approda al cantautorato in una forma tutta sua, dove la narrazione non è mai confessione diretta ma costruzione di personaggi, atmosfere, piccoli mondi. Negli anni Settanta, con l’incontro con Roberto Roversi, esplora un linguaggio più politico e poetico, spesso spiazzante. Negli Ottanta e Novanta, invece, si avvicina a un pop colto, capace di parlare a un pubblico vasto senza perdere complessità.

Questa capacità di cambiare pelle senza perdere riconoscibilità è forse il tratto che più lo distingue. Dalla non è un “cantautore” nel senso tradizionale del termine: è un autore che usa la canzone come spazio di libertà, un musicista che non rinuncia mai alla curiosità. Il clarinetto, la voce, la scrittura, la produzione: ogni elemento è un modo diverso di stare dentro la musica.

Col tempo, il suo compleanno è diventato un punto di riferimento culturale. Non per un culto della personalità, ma perché la sua figura ha finito per incarnare un’idea di musica italiana capace di essere popolare e allo stesso tempo inquieta, aperta, in movimento. Il 4 marzo non è una ricorrenza da calendario: è un promemoria di quanto la musica possa attraversare epoche e generi senza smettere di interrogare chi l’ascolta.

Dalla resta così: un artista che non si lascia chiudere in una definizione, e che continua a parlare proprio grazie a questa sua irregolarità. Un autore che ha saputo trasformare la propria storia personale in un luogo condiviso, senza mai smettere di cercare.







lunedì 2 marzo 2026

Ronan Keating: un compleanno che profuma di pop adulto e di resilienza

 

Il 3 marzo porta con sé il compleanno di un artista che, più di molti altri della sua generazione, ha saputo attraversare le stagioni del pop mantenendo una cifra personale riconoscibile: Ronan Keating. Nato a Dublino nel 1977, cresciuto nel quartiere di Bayside, è il più giovane di cinque figli e arriva alla musica quasi per istinto, dopo un’adolescenza segnata dallo sport e da una certa timidezza di fondo.

La sua storia è quella di un ragazzo che, a soli sedici anni, si presenta a un provino insieme ad altre trecento persone. Da lì nasceranno i Boyzone, una delle boyband più iconiche degli anni ’90, capaci di vendere oltre 25 milioni di dischi e di definire un’estetica pop fatta di armonie morbide, romanticismo dichiarato e una certa eleganza irlandese che non è mai diventata caricatura. Keating, con quella voce pulita e immediatamente riconoscibile, diventa presto il volto del gruppo.

Il suo vero salto però arriva nel 1999, quando la sua versione di When You Say Nothing at All - nata quasi come un episodio collaterale, per la colonna sonora di Notting Hill - diventa un successo mondiale e lo consacra come interprete adulto, capace di unire pop e cantautorato con una naturalezza disarmante.

Da allora Keating ha costruito una carriera solista solida, fatta di album che hanno venduto milioni di copie, collaborazioni importanti, incursioni nella televisione e nella radio, e un impegno costante nel sociale attraverso la Marie Keating Foundation, nata in memoria della madre scomparsa prematuramente.

Il suo compleanno, oggi, è l’occasione per ricordare un percorso che non ha mai ceduto alla nostalgia né all’autocompiacimento: Keating è uno di quegli artisti che hanno saputo crescere insieme al proprio pubblico, trasformando la sensibilità pop degli esordi in una forma di maturità musicale che non rinnega nulla, ma aggiunge strati, sfumature, vita vissuta.

Un compleanno che non chiede celebrazioni rumorose: basta riascoltare Life Is a Rollercoaster o The Long Goodbye per ritrovare quella miscela di immediatezza e sincerità che lo ha reso, negli anni, una presenza familiare e rassicurante nel panorama pop internazionale.