West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

lunedì 23 febbraio 2026

Presentazione di “Reveries”, di Giacomo Franco



Presentazione di “Reveries”, di Giacomo Franco

(con Athos,Susy, Giulia,Teresa e Roberto)

presso la Libreria delle Paoline - 20 febbraio 2026

 

Un po’ di commento 

Venerdì 20 febbraio 2026, alle ore 17, la Libreria delle Paoline di Savona ha ospitato la presentazione ufficiale di Reveries, il nuovo libro di poesie di Giacomo Franco pubblicato da Marco Sabatelli Editore. L’incontro, condotto da Athos Enrile, ha offerto al pubblico l’occasione di entrare nel laboratorio poetico dell’autore, esplorando la genesi del libro, le sue ispirazioni e l’architettura interna che ne sostiene il percorso.

La sala era gremita, con un pubblico attento, partecipe, composto da lettori abituali, amici, curiosi e appassionati di poesia. L’atmosfera è stata quella delle giornate riuscite, in cui si percepisce il desiderio collettivo di ascoltare, riflettere, condividere. A dare voce ai testi sono state Susy, Giulia, Teresa e Roberto (con il costante pensiero ad Antonella che, malata, non ha potuto partecipare), che hanno alternato le letture creando un ritmo corale e armonioso, mentre Athos ha guidato il dialogo con l’autore senza mai sovrapporsi, mantenendo il ruolo di mediatore e tessitore del discorso.

Reveries è una raccolta che si muove tra sogno e veglia, memoria e immaginazione, articolata in sezioni dai titoli evocativi - Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni brevi sui passaggi del tempo, Controra - e nutrita da una forte componente musicale. John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho e Mike Oldfield sono la colonna sonora ideale che accompagna la scrittura di Franco, una scrittura che nasce spesso nel dormiveglia, nella “risacca dell’inconscio” da cui affiorano immagini, frammenti, intuizioni.

La presentazione ha restituito con chiarezza questo movimento interiore: il rapporto con la luce, la memoria come trasformazione, il dialogo con il mito, la presenza degli affetti e delle dediche, la riscrittura dei testi più antichi, il senso di un percorso che non recupera il passato ma lo rilancia, lo rielabora, lo rimette in circolo.

È stata una serata intensa, intelligente, serena: un incontro con la poesia e con il suo processo creativo, ma anche un augurio per un 2026 ricco di attività culturali, di ascolto e di pensiero condiviso.


SI È PARTITI DA QUI…

FRAMMENTI DI CIELO 

E tu lo sai, non sono questi i suoni

che vorrei sentire, neanche questi i sogni

che voglio disegnare, neppure queste le parole
adatte per domandare più luce al mondo:

non sono questi i suoni del mio cielo. 

Ma tutto quello che io avrei voluto

era una città oscura e fiera dove vorticasse

una nuvola di fuoco, e fosse l'ombra sulla terra,

e che nell'aria incerta oltre il mio cancello

verdeggiassero i prati, ma sulla casa

ardessero frammenti del cielo.

Negli ultimi tempi hai scritto e pubblicato molto, quasi come se stessi riallacciando un dialogo interrotto con la poesia. REVERIES è parte di una sorta di recupero del tempo o una cosa diversa, un passaggio ulteriore?

È sicuramente un passaggio ulteriore, cominciando dall'immagine in copertina, un albero che si rispecchia in una superficie d'acqua, con due universi  uguali, il sopra e il sotto, l'alto e il basso, che si confrontano.
E le poesie sono, come le “macchie di Rorschach”, un gioco complesso di rimbalzi fra la personalità dell'autore e quella di chi ne fruisce: e l'autore si sorprende sempre alla fine, leggendo quello che ha scritto, non perché sia qualcosa di “bello” ma perché ora c'è qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c'era, e lui per farlo ha messo in comunicazione parti diverse della propria anima.

LA PERCEZIONE DEL VUOTO 

Non era più la percezione di un momento.

C'era tutto intorno a noi la luce di fine mese

e anche la sera non voleva più arrivare, anche

le finestre volevano far festa, e la lontananza già

vestiva di azzurro come sempre fa quando ritorna. 

Io vedevo le ombre fuggiasche dilagare nella piazza

e quanto più percepivo la loro presenza, tanto più

svanivano come fanno i ruscelli nel grande fiume

della tenebra: ed era la loro una presenza ormai

dispersa, nel breve abbraccio di un crepuscolo. 

Ma quella presenza aveva una forma di irradiazione

quasi fosse un nuovo modo dell'esistenza: io ero là

immerso in quella lontananza, e un cielo perduto

nel cobalto addormentava i cornicioni, la grande

festa si era smarrita tra le buie mani della notte.


Tu racconti che il tuo libro nasce nel dormiveglia, da quella “risacca che immancabilmente deposita qualcosa sulla riva”.

Come riconosci quando quella risacca contiene qualcosa da salvare?

Se “suona” bene, diciamo, soprattutto all'anima, non solo all'orecchio. Quello della poesia è un “gioco dell'anima” che si accende per emozioni e immagini e che si cerca di “disegnare” e comunicare con le parole.

La musica è una presenza costante, citi John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho, Mike Oldfield: che cosa fa la musica alla tua scrittura? È ritmo, paesaggio, detonatore emotivo?

Una vecchia canzone iniziava così: “Music was my first love...”. La musica è una colonna sonora della mia vita e la poesia che scrivo vuol essere un “paesaggio emozionale”, anche questo con una colonna sonora. A proposito, ho conosciuto John Fahey attraverso la colonna sonora di un film che era assai noioso, ma c'era questo pezzo di tre minuti, “Dance of Death” con una sua bellezza strana, incompiuta, quasi sbilenca, che pian piano mi ha preso e non mi ha più mollato! E la sua incompiutezza fa parte del suo fascino: certo, quando qualcosa è (o appare) “perfetto”, noi lo ammiriamo, ma non ci catturerà mai quanto qualcosa che perfetto non è!

Vedi, la musica si alza piano,
scivolando dalla finestra
oltre la scala del buio
e mai non si ferma
per ridiscendere
come pioggia
e come fa l’onda
risalire in silenzio
e poi spegnersi piano
scivolando sull’orizzonte
come fa una stella tra i fiordi.

Molte poesie sembrano come emergere attraverso una soglia, da “un dolce vagabondaggio della mente”: cerchi consapevolmente questo stato, oppure ti ci ritrovi?

Da bambino guardavo le nuvole e ci vedevo delle forme di animali, a volte un drago in volo... molti componimenti dell'adolescenza nascevano così, sognando a occhi aperti; ho poi scoperto che questo vagabondaggio della mente è chiamato “daydreaming” in inglese, “reverie” in francese. Non è una ricerca consapevole di uno stato mentale, è solo la mente che ha bisogno di lasciarsi andare, ma è anche qualcosa di terapeutico, senti che dopo si sta meglio...

I titoli delle varie “Sezioni” (Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni brevi sui passaggi del tempo, Ritorno alla Controra) sembrano le tappe di un viaggio: come hai costruito questa architettura? È nata prima la struttura o prima i testi?

Inizialmente il titolo del libro doveva essere RIVERBERI, che è il titolo dell'ultima poesia della raccolta, poi a titolo del libro ho scelto REVERIES, che suona abbastanza simile a Riverberi: con il titolo nuovo ho esplicitato il rimando a quel dolce vagabondaggio della mente, appunto... “Rapsodie” e “Risonanze” ci rinviano al linguaggio della musica, mentre “Riverberi” a quello dei fenomeni ottici e acustici; sempre utilizzando la lettera R ho trovato RELAZIONI BREVI SUI PASSAGGI DEL TEMPO. RITORNO ALLA CONTRORA era già pronto e rimanda al mio terzo libro, in cui c'era una Sezione intitolata “Poesie della Controra”. Infine, i testi erano in larga parte già esistenti, i titoli delle Sezioni hanno fatto da “guida”, in un certo senso ne sono le cornici.


               PRESTO SOMIGLIER0' AL DIRUPO (per Paul Klee) 

Io attenderò a lungo su un divano di seta

contemplando la morte l'acqua il fuoco

come se fossi indifferente al pensiero

che nei tuoi occhi io sprofondavo. 

E presto somiglierò al dirupo

sarò dove i fiori scottano

una landa di resina

addormentata

e magica. 

Sarò anch'io come sogno verde fra gli alberi

come l'orco fuggiasco nei campi assolati

userò marmo fresco per crear foreste

disegnerò il tuo corpo con la luce.


La luce attraversa tutto il libro: un fantasma di luce, luce meridiana, l'oro che abbaglia: che cosa rappresenta la luce per te? Un simbolo, un linguaggio, una memoria?

La luce ci permette di vivere ma può abbacinarci, il buio può attrarre ma anche far paura, è una metafora dell'ignoto; la nostra vita si svolge in una infinita varietà di universi che stanno fra la luce e il buio, a volte più vicini all'uno, a volte più vicini all'altra. In una sua canzone Leonard Cohen dice “C'è una crepa in ogni cosa ed è così che entra la luce” (There is a crack in everything, that's how the light gets in), un invito ad accettare la imperfezione del mondo e a coltivare la resilienza, la speranza. (“Suonate le campane ancora in grado di suonare e dimenticate le vostre offerte perfette”).

In molte tue poesie la memoria non è nostalgia, ma è trasformazione (“l'ombra che dà vita”). Che rapporto hai con il passato quando scrivi?

Sta all'origine della mia “poesia di risacca”: nella mia poesia (e anche nella mia vita) ogni tanto compare qualcosa che ritorna, che ricorre, che magari mi rincorre... (nel bene e nel male, sono i meandri dell'alba).


I MEANDRI DELL'ALBA 

E mi soffermo in questi tuoi meandri

fra i marciapiedi arsi della malinconia

e i camminamenti liquidi del Tempo

fra i momenti magici della memoria

e l'inevitabile rimozione della marea

fra le antiche muraglie del tramonto

e questo meraviglioso mistero mosso

che ancora oggi mi sommerge e freme. 

(24.1.2024) 

“frammento dell'orizzonte”

l'abbraccio liquido dell'onda

acquamarina luce e sale

perduto nella notte

per incontrare

il cielo


Gli Dèi, Eolo, la Controra, altrove citi Ulisse e Orfeo: come convivono nella tua scrittura il Mito, il quotidiano, l'immaginazione?

I Miti sono “quelle cose che non avvennero mai, ma sono sempre”.

Da ragazzo ero affascinato dalla Mitologia Greca, le “favole” del mondo antico, che davano le coordinate per capire il mondo e indicavano i limiti da non superare; poi da adulto ho approfondito la materia e sono rimasto allibito da “quanta roba” ci si trova dentro... citando Giorgio Ieranò: “Le favole antiche ci permettono di avvicinarci al cuore oscuro della sofferenza umana, noi soltanto attraverso le maschere degli Antichi Dèi possiamo sfiorare verità così tremende e incandescenti”.

Nei tuoi libri convivono componimenti recentissimi e altri di 40 anni fa: come dialogano tra loro? hai sentito la necessità di riscriverli?

Sì, quasi sempre ho sentito la necessità di riscriverli; se oggi affronto un vecchio componimento, vedo se c'è qualcosa da salvare, qualcosa che mi “suona” ancora attuale, e nel caso lo salvo, magari con una cancellata nuova a protezione.
A volte salvo solo poche parole da una pagina intera, è sempre utile avere un “giardiniere” all'opera, soprattutto se è passato un po' di tempo!

Questo libro è dedicato a tua moglie Susy, ai tuoi figli Paola e Davide, a un'amica che non c'è più (Stefania Ponteprimo), come anche ad artisti quali Wallace Stevens, John Fahey e Mike Oldfield. Quale ruolo rivestono gli affetti (familiari, artistici, spirituali) nella tua poesia?

Sono una parte della “risacca”, la parte migliore, per così dire, quella che aiuta ad andare avanti, tutte le cose belle che abbiamo conosciuto e ci forniscono una riserva di ossigeno per i tempi difficili. Poi dal nostro passato emerge anche la parte peggiore, simile ai “mastini infernali” che non davano tregua a Robert Johnson.


 STASERA LE STELLE SONO USCITE PER CERCARE LA LUNA 

stasera le stelle sono uscite per cercare la luna

e più nulla e nessuno saprà portarle indietro

è il saliscendi dei sogni che le ha incantate

perché stasera le stelle sono scese dal cielo

e adesso stanno scivolando sui nostri sentieri

riscoprendo una felicità profonda come il mare 

(17.10.2024) 

“haiku della luce” 

passeggeremo

su strade parallele

di luce e mare


Nella nota a NOW/HERE scrivi “un attimo di bellezza che è adesso e qui, poi sparisce”. È una dichiarazione poetica o una filosofia di vita?

Sostanzialmente è una presa d'atto della realtà, dovuta all'esperienza, spesso le cose belle della vita durano poco e quando restano cambiano di segno, comunque: il mondo è in continuo divenire e nulla è per sempre, è il concetto di “impermanenza” appreso attraverso la poesia “haiku”.

A chi pensi quando scrivi? Immagini un lettore o un destinatario?

Scrivo come mi viene. Sovente c'è un destinatario, a volte sono io stesso, mentre altre volte è un “tu” generico; comunque, dopo che ho scritto rileggo e vedo le modifiche da apportare, anche rispetto al destinatario. Nei libri precedenti ci sono molte poesie “dedicate”, ispirate a quello che molti artisti mi hanno lasciato dentro (da Laurel & Hardy a David Bowie, da Jacques Brel a Domenico Modugno, da Giacomo Leopardi a Donovan). 


RIVERBERI (per Wallace Stevens) 

Non era stata una processione degli alberi
a risvegliare i sensi, e neanche i labirinti

disegnati dal volo degli uccelli in cielo,

ma il silenzioso cammino delle stelle

viandanti sotto la luna, quanto più ora

il giorno muoveva verso il suo splendore. 

E fino dove lo sguardo poteva perdersi

si stendeva un paradiso bagnato dal sole,

un continente d'erba, una forma spettrale

densa dell'immobilità donata dalla nebbia,

mille voci graffianti che uscivano dal velo

bianco, per poi sparire. E io andavo piano

a schiudere la porta di un mondo dorato,

l'erba bianca incorniciata dai ranuncoli

nel saluto luminoso del nuovo giorno:

e come tutto adesso dormiva nella luce

in un piccolo lampo che attraversava

i giardini distesi della mia infanzia. 

Io capivo che non era quello un tempo

anarchico della mente, era riverbero

dell'anima, rosso come un vulcano,

stratificato e scuro come la notte,

era dolce magia di ondeggianti figure

apparse in gioventù a uno sguardo cieco.








sabato 21 febbraio 2026

22 febbraio 1977 – Quando Hotel California diventò un luogo della mente



Il 22 febbraio 1977 gli Eagles pubblicano Hotel California come singolo. È uno di quei momenti che, a posteriori, sembrano quasi inevitabili: una canzone che non appartiene più soltanto a un gruppo o a un’epoca, ma a un immaginario collettivo. Eppure, al momento dell’uscita, nessuno poteva prevedere fino in fondo la traiettoria che avrebbe preso quel brano: un viaggio lento, magnetico, destinato a trasformarsi in un classico assoluto e a conquistare il Grammy come “Record of the Year”.

Hotel California è una canzone, un luogo, una soglia, una metafora che si apre e non si chiude mai del tutto. Gli Eagles, che fino ad allora erano stati percepiti soprattutto come alfieri del country‑rock californiano, con questo singolo compiono un salto di qualità sorprendente. La scrittura si fa più cupa, più simbolica, più stratificata. La musica abbandona la leggerezza della West Coast per abbracciare un’atmosfera quasi cinematografica, sospesa tra sogno e inquietudine.

Il brano si muove come un racconto: un arrivo notturno, un luogo accogliente e minaccioso allo stesso tempo, figure che appaiono e scompaiono, un senso di bellezza che sfuma nell’ambiguità. È la California come mito e come disillusione, come promessa e come trappola. Una parabola perfetta per la fine degli anni Settanta, quando il sogno americano cominciava a mostrare le sue crepe.

E poi c’è l’assolo. Quell’assolo. Una costruzione a due chitarre che è diventata un manuale di stile, un dialogo tra Don Felder e Joe Walsh che ancora oggi viene studiato, imitato, celebrato. Non è virtuosismo fine a sé stesso, ma una narrazione nella narrazione, un modo per dire ciò che le parole non possono più contenere.

Il successo del singolo fu immediato, ma la sua consacrazione è avvenuta nel tempo. Hotel California è una di quelle canzoni che non invecchiano, cambia con chi l’ascolta, si adatta alle generazioni, continua a risuonare perché parla di smarrimento, desiderio, identità. Temi che non appartengono a un’epoca, ma all’essere umano.







venerdì 20 febbraio 2026

21 febbraio 1995: il ritorno del Boss e della E Street Band sul palco di New York

 



Quando il Tramps di New York divenne il cuore pulsante di una reunion attesa da anni

 

Il 21 febbraio il calendario del rock segna una ricorrenza che profuma di asfalto e di rinascita, riportandoci a quella sera del 1995 in cui l’aria di New York sembrò farsi improvvisamente più densa. Il luogo scelto non fu uno dei grandi stadi a cui Bruce Springsteen ci aveva abituati negli anni Ottanta, ma la dimensione raccolta del Tramps, un club che permise a una manciata di fortunati di assistere a qualcosa che molti credevano ormai archiviato. Dopo circa sette anni di percorsi separati e un congedo che era apparso definitivo, il Boss tornava a dividere le assi del palcoscenico con la E Street Band.

VIDEO

L’occasione formale era dettata da esigenze tecniche: la necessità di filmare il materiale video per Murder Incorporated, un brano potente e crudo rimasto per anni nel cassetto delle sessioni di Born in the U.S.A. e finalmente pronto a vedere la luce all'interno del primo Greatest Hits del cantautore. Tuttavia, ciò che accadde tra le mura del locale andò ben oltre la semplice coreografia per le telecamere del regista Jonathan Demme. L'energia sprigionata non era quella di una messinscena orchestrata, ma il frutto di un'intesa muscolare mai sopita, dove il sax di Clarence Clemons e la batteria di Max Weinberg ripresero a dialogare con la chitarra di Springsteen come se il tempo si fosse fermato al 1988.

Nonostante l'obiettivo primario fosse la registrazione del clip, la scaletta della serata si espanse, regalando versioni viscerali di pezzi come Backstreets e She’s the One. La scelta di un ambiente così intimo sottolineò la natura tecnica e al contempo emotiva dell'operazione, trasformando un set cinematografico in un vero e proprio rito collettivo. In quel momento, apparve chiaro a tutti i presenti che la E Street Band non era solo un gruppo di supporto, ma un organismo vivente essenziale per l'espressività di Springsteen.

L'impatto di quella performance del 21 febbraio non si esaurì nello spegnimento dei riflettori del Tramps. Quel ritorno, seppur breve e finalizzato alla promozione di una raccolta, rappresentò il primo segnale tangibile di un riavvicinamento che avrebbe portato, pochi anni dopo, alla reunion ufficiale e ai tour mondiali che hanno segnato il nuovo millennio. È una data che ci ricorda come certi legami artistici, nati sulle strade del New Jersey e consolidati in decenni di concerti, possiedano una memoria muscolare capace di resistere a lunghi silenzi e a carriere soliste, riaccendendosi con la stessa intensità alla prima nota di un amplificatore.




giovedì 19 febbraio 2026

Kurt Cobain – 20 febbraio 1967: nascita di un’icona fragile

 

Oggi ricorre un’altra volta quel 20 febbraio del 1967 in cui, ad Aberdeen, nello stato di Washington, venne al mondo Kurt Donald Cobain. È una data che ormai si porta dietro un’aura quasi mitologica, come se la nascita di Cobain fosse stata il preludio inevitabile a una storia destinata a bruciare in fretta, ma a lasciare un segno profondo e indelebile.

Eppure, se ci si ferma un attimo, la sua vicenda non inizia affatto sotto il segno del mito. Aberdeen non è Seattle, non è la città del fermento culturale, non è il luogo dove ci si aspetta che nasca un artista capace di cambiare il corso della musica popolare. È una cittadina periferica, piovosa, economicamente depressa, dove la vita scorre lenta e spesso senza prospettive. È proprio da lì, però, che Cobain assorbe quella miscela di malinconia, rabbia e vulnerabilità che diventerà la sua cifra espressiva.

Riletta oggi, la sua storia sembra quasi una parabola americana al contrario… non l’ascesa verso il successo come coronamento di un sogno, ma un successo che arriva come un peso, come un rumore di fondo troppo forte per chi ha sempre vissuto in punta di nervi. Cobain non ha mai nascosto il disagio, l’inadeguatezza, la fatica di stare al mondo. E forse è proprio questo che continua a renderlo così vicino, così umano, così irriducibilmente autentico.

Mentre scorrono gli anni e la sua figura resta sospesa tra memoria e leggenda, vale la pena ricordare che prima del simbolo c’era un ragazzo. Un ragazzo che disegnava, che ascoltava i Beatles e i Melvins, che cercava un modo per dare forma al caos che aveva dentro. Un ragazzo che non immaginava certo di diventare la voce di una generazione, né tantomeno di essere trasformato in un’icona tragica.

Il 20 febbraio 1967 nasce un essere umano complesso, fragile, brillante, contraddittorio. Il mito è stato costruito dopo. E forse, ogni anno, ricordare quella data significa proprio questo, restituire a Cobain un po’ della sua umanità, sottrarlo alla retorica, riportarlo alla sua dimensione più vera, quella di un artista che ha saputo trasformare il dolore in bellezza, e la bellezza in una ferita che ancora oggi non smette di pulsare.






mercoledì 18 febbraio 2026

Ricordando Gary Brooker che ci ha lascaito il 19 febbraio 2022



Gary Brooker, un protagonista discreto della musica britannica


Gary Brooker è stato una delle figure più riconoscibili e al tempo stesso più discrete della musica britannica. Fondatore e voce dei Procol Harum, autore di A Whiter Shade of Pale, ha attraversato decenni di storia musicale con un passo misurato, quasi appartato, come se la sua arte non avesse bisogno di rumore per farsi ascoltare.

La sua voce portava con sé qualcosa di antico e di familiare, un timbro che sembrava provenire da un luogo dove il tempo scorre più lentamente, dove le emozioni non si consumano ma sedimentano. Brooker cantava con una naturalezza che non cercava mai l’effetto, e proprio per questo riusciva a toccare chi lo ascoltava. C’era in lui una malinconia gentile, una forma di eleganza che non si può imitare.

È inevitabile pensare a A Whiter Shade of Pale, una canzone che ha finito per diventare un paesaggio emotivo più che un semplice brano. Ma Brooker non la interpretava, la abitava. La sua voce entrava in quella melodia come si entra in una stanza dove si è già stati, riconoscendo ogni ombra, ogni riflesso. Non spiegava nulla, lasciava che fosse la musica a suggerire ciò che non si può dire apertamente.

Quando Gary Brooker è scomparso, il 19 febbraio 2022, molti hanno parlato della fine di un’epoca. Eppure, la sua presenza non si è dissolta… continua a vivere in quella luce tenue che la sua musica ha sempre emanato, una luce che non abbaglia ma accompagna. Brooker resta così, come un ricordo che torna senza preavviso, come una voce che non pretende di essere ascoltata e proprio per questo non smette mai di parlare.







martedì 17 febbraio 2026

Augusto Daolio – 18 febbraio 1947: la voce che ha dato un volto all’utopia

 


 Ritratto di un artista che ha trasformato la fragilità in poesia collettiva


Il 18 febbraio 1947, a Novellara, nasceva Augusto Daolio, e con lui un modo diverso di stare sulla scena… non come star, non come profeta, ma come uomo che canta con la stessa naturalezza con cui respira. La sua voce, inconfondibile, non era solo timbro, ma un gesto, un modo di guardare il mondo, un invito a rallentare e a sentire.

Daolio non è stato semplicemente il frontman dei Nomadi, ma il loro baricentro emotivo, la figura che teneva insieme inquietudine e dolcezza, protesta e tenerezza. In un’Italia che cambiava in fretta, lui rimaneva lì, con quella presenza scenica che non aveva bisogno di artifici, bastavano un sorriso obliquo, un movimento delle mani, un modo tutto suo di piegare le parole per farle diventare esperienza condivisa.

La sua voce portava dentro qualcosa di antico e qualcosa di nuovo. Antico, perché sapeva di terra, di piazze, di feste popolari, di racconti tramandati. Nuovo, perché riusciva a dare forma a un’idea di musica come comunità, come luogo dove riconoscersi senza bisogno di spiegazioni. Augusto cantava per chi si sentiva fuori posto, per chi cercava un altrove possibile, per chi aveva bisogno di una bussola emotiva.

E poi c’era l’uomo, ironico, schivo, profondamente curioso. Disegnatore, pittore, osservatore instancabile. La sua creatività non si esauriva sul palco, era piuttosto un modo di stare al mondo, trasformando ogni incontro in un frammento di racconto. Chi lo ha conosciuto ricorda la sua capacità di ascoltare, di accogliere, di rendere semplice ciò che semplice non era.

La sua morte, nel 1992, ha lasciato un vuoto che non si è mai davvero colmato. Ma il 18 febbraio continua a essere una data che non passa inosservata, un piccolo faro nel calendario, un promemoria di ciò che la musica può essere quando nasce da un’urgenza autentica. Augusto Daolio non ha mai cercato di essere un simbolo, e proprio per questo lo è diventato.

Oggi, ricordarlo significa tornare a un’idea di arte che non urla, non sgomita, non si traveste. Un’arte che parla piano, ma arriva lontano. Un’arte che, come lui, continua a camminare accanto a chi non ha smesso di credere che la musica possa ancora essere un luogo dove sentirsi a casa.






Jamie Muir, 17 febbraio 2025: l’addio al percussionista che incendiò i King Crimson

 


Jamie Muir: il visionario che trasformò il rumore in rivelazione

 

La morte di Jamie Muir, il 17 febbraio 2025, ci riporta alla memoria una figura che non ha mai cercato il centro della scena, e proprio per questo ha lasciato un segno indelebile. Muir è stato uno di quegli artisti che non costruiscono la propria eredità attraverso la quantità delle opere, ma attraverso l’intensità di un gesto, di un’apparizione. La sua presenza nei King Crimson fu breve, ma così radicale da cambiare per sempre il modo in cui il rock progressivo avrebbe pensato il suono, il corpo e il rischio.

Quando nel 1972 entra nella band di Robert Fripp, Muir porta con sé un arsenale che sembra uscito da un laboratorio alchemico: catene, lamiere, gong, giocattoli metallici, oggetti trovati per strada. Ogni cosa, nelle sue mani, diventa un’estensione del corpo, un detonatore di possibilità. Non cerca il ritmo, cerca l’imprevisto. Non accompagna la musica, la mette in crisi, la apre, la costringe a respirare in modo diverso. Fripp lo definisce “una forza della natura”, mentre Bill Bruford racconta che lavorare con lui significò disimparare tutto ciò che sapeva. È in questo clima di continua tensione creativa che nasce Larks’ Tongues in Aspic, un disco che ancora oggi vibra di un’energia primordiale. Le percussioni di Muir non sono un colore in più: sono la scintilla che trasforma la musica in rito, in esperienza fisica, in qualcosa che non si limita a essere ascoltato ma che accade.

La sua permanenza nei King Crimson dura pochi mesi. Una caduta sul palco, un infortunio, e poi la decisione di lasciare tutto. Ma non è una fuga: è un atto di coerenza. Muir non ha mai cercato la carriera, né la visibilità. Cercava un modo di vivere che fosse all’altezza della sua sensibilità, e il rock, con le sue dinamiche e i suoi ritmi, non poteva contenerlo. Si ritira, si dedica alla meditazione buddhista, scompare dalla scena musicale con la stessa naturalezza con cui vi era entrato, come se la sua presenza fosse stata un lampo necessario, ma irripetibile.

Eppure, la sua influenza continua a vibrare. Ha ridefinito il ruolo della percussione nel rock progressivo, trasformandola da strumento ritmico a dispositivo performativo, teatrale, quasi sciamanico. Ha mostrato che il rumore può essere linguaggio, che l’oggetto quotidiano può diventare suono, che l’imprevisto può essere una forma di verità. Molti musicisti sperimentali degli anni successivi lo hanno citato come riferimento, anche se lui non ha mai cercato di esserlo. Paradossalmente, proprio la sua assenza lo ha reso un punto di orientamento per chi voleva esplorare territori nuovi.

La sua vita di Muir è stata un attraversamento continuo tra musica e gesto, tra caos e contemplazione, tra palco e meditazione. È stato un lampo, sì. Ma alcuni lampi illuminano più di un sole.