West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

sabato 28 febbraio 2026

1° marzo '68: il giorno in cui Johnny Cash sposò June Carter e debuttò il talento di Elton John

 


Il 1° marzo 1968 come spartiacque tra la consacrazione di un amore e l'esordio di una stella

 

Il 1° marzo 1968 si configura nella cronologia musicale come un punto di congiunzione tra la maturità emotiva di un’icona consolidata e l'incerto vagito artistico di un futuro protagonista del pop mondiale. In quella giornata, a Franklin, nel Kentucky, Johnny Cash e June Carter celebravano il loro matrimonio, un evento che superava la cronaca rosa per diventare un elemento strutturale della musica country statunitense. Dopo anni di tormenti personali e dipendenze che avevano rischiato di compromettere la carriera dell'Uomo in Nero, l'unione formale con June Carter non rappresentò solo una stabilità affettiva, ma impressero una direzione nuova alla produzione di Cash. La loro collaborazione artistica, già rodata in tour, si trasformò in una simbiosi creativa capace di umanizzare il genere country, portando nei testi e nelle performance un'autenticità che avrebbe influenzato intere generazioni di musicisti.

Mentre oltreoceano si sanciva un legame storico, nel Regno Unito la Philips Records pubblicava I've Been Loving You, il singolo di debutto di un giovane pianista ancora noto come Reg Dwight, ma pronto a presentarsi al mondo con lo pseudonimo di Elton John. Scritto insieme a Bernie Taupin, il brano non ottenne il successo commerciale sperato e non riuscì nemmeno a entrare nelle classifiche dell'epoca, mostrando un sound ancora acerbo e lontano dalle architetture barocche e glam che avrebbero caratterizzato i suoi lavori successivi.

Nonostante l'accoglienza tiepida, quel 1° marzo segnò l'inizio ufficiale di una delle partnership di scrittura più prolifiche della storia della musica moderna. La distanza stilistica tra la solennità rurale del matrimonio di Cash e il primo tentativo discografico di Elton John evidenzia la frammentazione e la ricchezza di un anno, il 1968, capace di accogliere nello stesso giorno la ridefinizione di un mito americano e la genesi, seppur silenziosa, di un fenomeno globale.






venerdì 27 febbraio 2026

28 febbraio – Ricordando Brian Jones, lo spirito inquieto che accese la miccia degli Stones

 


Il 28 febbraio arriva sempre con un’aria un po’ sospesa, come quei giorni che non pretendono nulla ma finiscono per riportarti a qualcuno. E oggi, inevitabilmente, quel qualcuno è Brian Jones, nato il 28 febbraio 1942: il ragazzo biondo che, prima ancora che i Rolling Stones diventassero “i Rolling Stones”, aveva già intuito che il blues poteva diventare una vita intera.

Non serve essere tecnici per ricordarlo. Basta un’immagine: un giovane inglese che cambia strumenti come fossero umori, che passa dal sitar all’armonica, dalla slide guitar al dulcimer, senza mai farne una questione di virtuosismo. Per lui la musica era un modo di stare al mondo, non un esercizio di bravura.

C’è qualcosa di fragile e luminoso nella sua storia. Brian non è stato il frontman, non è stato il compositore principale, non è stato il volto sulle copertine più celebri. Eppure, senza di lui, gli Stones non avrebbero avuto quella scintilla iniziale, quella fame di suoni nuovi, quella voglia di mischiare tradizione e inquietudine. È stato il primo a credere che quel gruppo potesse davvero esistere.

Oggi lo si ricorda spesso come un’icona maledetta, una meteora. Ma forse è più giusto pensarlo come un apripista: uno che ha acceso la luce e poi, quando la stanza si è riempita, si è fatto da parte quasi senza accorgersene.

Il 28 febbraio è un buon giorno per riascoltare qualcosa che porta la sua impronta - non per nostalgia, ma per gratitudine. Perché ogni tanto fa bene ricordare che la musica non nasce solo dai giganti, ma anche da chi ha il coraggio di essere diverso, di cercare, di non accontentarsi.

E Brian Jones, in questo, è stato un maestro.







1981: quando Paul McCartney e Stevie Wonder si sedettero allo stesso pianoforte

 

Ci sono incontri che sembrano scritti in anticipo, come se due traiettorie musicali destinate a incrociarsi aspettassero solo il momento giusto. Il 27 febbraio 1981, in uno studio di registrazione, Paul McCartney e Stevie Wonder trasformarono quell’incrocio in una canzone che avrebbe fatto il giro del mondo: Ebony and Ivory.

Non era un semplice duetto, ma l’incontro tra due artisti che, pur provenendo da universi diversi, condividevano una stessa idea di musica come linguaggio universale. McCartney arrivava dal decennio post‑Beatles, in piena fase Wings, con la voglia di tornare a un pop più diretto e comunicativo. Wonder, reduce dagli anni Settanta più creativi della sua carriera, portava con sé un bagaglio di soul, funk e spiritualità che aveva ridefinito la musica afroamericana.

La scintilla nacque da un’immagine semplice: i tasti del pianoforte, bianchi e neri, che convivono in armonia per creare qualcosa di più grande della loro somma. McCartney aveva già abbozzato il brano, ma sentiva che mancava una voce capace di incarnare davvero quel messaggio. Stevie Wonder fu la scelta naturale: non solo per la sua statura artistica, ma per la sua capacità di trasformare ogni melodia in un gesto di empatia.

La sessione di registrazione fu sorprendentemente fluida. I due si muovevano con naturalezza, come se avessero sempre suonato insieme. McCartney raccontò più volte quanto fosse rimasto colpito dalla rapidità con cui Wonder trovava armonie e controcanti, quasi “a occhi chiusi”, nel senso più poetico del termine. Wonder, dal canto suo, parlò di Paul come di un musicista “istintivo, generoso, capace di ascoltare”.

Quando “Ebony and Ivory” uscì, nel 1982, il mondo la accolse come un inno. Non era un brano politico in senso stretto, ma arrivava in un momento in cui il tema dell’integrazione razziale era tutt’altro che risolto. La canzone offriva un’immagine semplice, quasi scolastica, ma proprio per questo immediata: la musica come metafora di convivenza. E funzionò. Il singolo raggiunse il numero uno in mezzo mondo, diventando uno dei successi più riconoscibili degli anni Ottanta.

Riascoltata oggi, “Ebony and Ivory” conserva quella sua innocenza disarmante. Non è un manifesto, non è una dichiarazione programmatica, piuttosto un invito, un gesto di fiducia nella possibilità che le differenze, come i tasti di un pianoforte, possano trovare un equilibrio. E forse è proprio questa la sua forza: la capacità di ricordarci che, a volte, la musica sa essere più chiara delle parole.






mercoledì 25 febbraio 2026

26 Febbraio 1965: Il graffio della chitarra che cambiò il destino dei The Who

 


L'energia di I Can't Explain e l'esplosione del movimento Mod

 

Nel febbraio del 1965, il panorama musicale britannico fu attraversato da una scarica elettrica destinata a lasciare un segno profondo nella cultura giovanile. I The Who, quattro ragazzi di Londra carichi di un'aggressività sonora ancora inedita, pubblicarono il singolo I Can't Explain. Non fu solo il lancio di un disco, ma l'inizio di una rivoluzione estetica e sonora che avrebbe portato Pete Townshend, Roger Daltrey, John Entwistle e Keith Moon sul tetto del mondo.

Il brano si apre con un riff di chitarra secco e tagliente, un suono che sembrava quasi voler sfidare la pulizia melodica dei gruppi pop dell'epoca. Nonostante l'evidente influenza dei Kinks nella struttura musicale, i The Who riuscirono a infondere nel pezzo una tensione nervosa che rispecchiava perfettamente lo stato d'animo dei giovani "Mod". Questi ragazzi, eleganti nei loro completi sartoriali e ossessionati dal ritmo e dalla velocità, trovarono in I Can't Explain l'inno perfetto per le loro notti nei club londinesi.

Il testo, nella sua apparente semplicità, racconta la frustrazione di chi non riesce a trovare le parole per esprimere i propri sentimenti. Roger Daltrey interpretò queste incertezze con una voce potente e sfrontata, mentre la batteria di Keith Moon aggiungeva un dinamismo selvaggio che sarebbe diventato il marchio di fabbrica del gruppo. La canzone riuscì a scalare rapidamente le classifiche, arrivando nella top ten britannica e aprendo alla band le porte del mercato internazionale, dove lo stile ribelle e l'energia esplosiva delle loro esibizioni dal vivo avrebbero fatto il resto.

Grazie a questo singolo, i The Who smisero di essere una delle tante band del circuito dei locali per diventare il simbolo di una generazione che cercava un suono proprio, più sporco e diretto. L'uscita di I Can't Explain non segnò solo il successo commerciale di quattro musicisti, ma definì un nuovo modo di intendere il rock, dove la tecnica si fondeva con un'urgenza espressiva che non aveva bisogno di troppe spiegazioni.






martedì 24 febbraio 2026

George Harrison – 25 febbraio 1943

 


George Harrison nasce il 25 febbraio 1943, a Liverpool, in una casa modesta di Arnold Grove, e già questo dettaglio sembra un indizio: le cose più luminose, a volte, germogliano nei luoghi più discreti. Non c’è clamore nella sua infanzia, nessun presagio roboante. Solo un bambino curioso, un po’ timido, che ascolta la radio come si ascolta una porta che si apre su un mondo nuovo.

Quando incontra John e Paul, è il più giovane del gruppo. Porta con sé una chitarra economica e una determinazione che non ha bisogno di parole. Non è il più estroverso, non è il più rumoroso, ma ha quella calma che appartiene a chi sa osservare. E osservando, impara. E imparando, cresce. Così, mentre i Beatles diventano un fenomeno planetario, Harrison diventa qualcos’altro: un artigiano del suono, un cercatore di senso, un uomo che vuole capire cosa c’è oltre il frastuono.

Negli anni della Beatlemania, quando tutto sembra correre troppo veloce, lui rallenta. Si avvicina alla cultura indiana, alla meditazione, alla spiritualità come forma di resistenza interiore. Non è una fuga: è un ritorno a sé stesso. E da quel ritorno nascono canzoni che non assomigliano a nulla di ciò che lo circonda. Something, Here Comes the Sun, While My Guitar Gently Weeps: tre titoli che basterebbero da soli a raccontare una vita intera. Tre modi diversi di dire che la bellezza può essere semplice, che la luce può arrivare dopo un inverno troppo lungo, che anche una chitarra può piangere se la suoni con sincerità.

Dopo lo scioglimento dei Beatles, Harrison non si perde. Si ritrova. All Things Must Pass non è solo un album: è una dichiarazione esistenziale. È il gesto di un uomo che ha finalmente spazio per respirare, per scrivere, per essere. E quando organizza il Concert for Bangladesh, inventa senza saperlo il modello del grande concerto benefico moderno. Ancora una volta, senza clamore: solo con la convinzione che la musica possa servire a qualcosa di più grande.

Harrison rimane sempre così: schivo, ironico, profondamente umano. Non cerca il centro della scena, ma quando ci finisce - perché il talento, a volte, non può farne a meno - lo abita con una grazia che pochi hanno saputo imitare.

Il 25 febbraio, ogni anno, non celebriamo solo la nascita di un musicista. Celebriamo l’arrivo di una voce che ha insegnato a milioni di persone che la dolcezza non è debolezza, che la profondità non ha bisogno di rumore, che la luce può essere una melodia.

George Harrison è stato il “quiet Beatle”, certo. Ma il silenzio, quando è pieno di significato, può risuonare più forte di qualsiasi amplificatore.







lunedì 23 febbraio 2026

24 febbraio 1968: il debutto dei Fleetwood Mac che non ti aspetti

 

 

Il primo volto della band: un tuffo nel blues ruvido e viscerale che diede origine alla lunga storia dei Fleetwood Mac


Il 24 febbraio 1968 i Fleetwood Mac pubblicarono il loro omonimo album di debutto, un disco che oggi sembra appartenere quasi a un’altra band rispetto a quella che, un decennio più tardi, avrebbe dominato le classifiche mondiali con Rumours. Eppure, in quel primo LP c’è già tutto: l’urgenza, la personalità, la chimica istintiva di un gruppo nato per suonare il blues con una dedizione quasi religiosa.

La formazione dell’epoca - Peter Green, Jeremy Spencer, John McVie e Mick Fleetwood - rappresentava il cuore della scena blues londinese. Green, reduce dall’esperienza nei Bluesbreakers di John Mayall, era già considerato uno dei chitarristi più espressivi della sua generazione: lirico, malinconico, capace di un fraseggio che sembrava parlare più della sua anima che del suo strumento.

Il disco, registrato in pochi giorni e con un budget minimo, riflette proprio questa immediatezza. Nessuna sovrastruttura, nessuna ricerca di “prodotto”: solo quattro musicisti che suonano come se fossero in un club fumoso di Soho.

L’album è un manifesto del British blues nella sua forma più pura. Jeremy Spencer domina con la sua passione per Elmore James, mentre Green alterna brani originali a interpretazioni che mostrano una maturità sorprendente per un ventunenne.

La produzione è essenziale, quasi documentaria. Si sente ogni vibrazione delle corde, ogni colpo di rullante, ogni respiro tra un fraseggio e l’altro. È un disco che non cerca di piacere: chiede di essere ascoltato.

Il debutto dei Fleetwood Mac è anche la fotografia di un momento irripetibile, l’istante in cui una band ancora inconsapevole del proprio destino mette a fuoco un’identità forte, personale, destinata a evolversi in modi imprevedibili.

È anche il primo capitolo della parabola artistica di Peter Green, figura luminosa e fragile, che in pochi anni avrebbe scritto alcune delle pagine più intense del rock britannico.

Riascoltato oggi, il disco del 1968 colpisce per la sua autenticità. Non c’è ancora la raffinatezza pop, non c’è la complessità emotiva dei Fleetwood Mac “californiani”, ma c’è una verità che non invecchia: quattro musicisti che suonano il blues come se fosse l’unica lingua possibile.

È il punto di partenza di una storia lunga, tormentata e straordinaria. Una storia che, paradossalmente, comincia lontanissima dal mito dorato che tutti conoscono.



Presentazione di “Reveries”, di Giacomo Franco



Presentazione di “Reveries”, di Giacomo Franco

(con Athos,Susy, Giulia,Teresa e Roberto)

presso la Libreria delle Paoline - 20 febbraio 2026

 

Un po’ di commento 

Venerdì 20 febbraio 2026, alle ore 17, la Libreria delle Paoline di Savona ha ospitato la presentazione ufficiale di Reveries, il nuovo libro di poesie di Giacomo Franco pubblicato da Marco Sabatelli Editore. L’incontro, condotto da Athos Enrile, ha offerto al pubblico l’occasione di entrare nel laboratorio poetico dell’autore, esplorando la genesi del libro, le sue ispirazioni e l’architettura interna che ne sostiene il percorso.

La sala era gremita, con un pubblico attento, partecipe, composto da lettori abituali, amici, curiosi e appassionati di poesia. L’atmosfera è stata quella delle giornate riuscite, in cui si percepisce il desiderio collettivo di ascoltare, riflettere, condividere. A dare voce ai testi sono state Susy, Giulia, Teresa e Roberto (con il costante pensiero ad Antonella che, malata, non ha potuto partecipare), che hanno alternato le letture creando un ritmo corale e armonioso, mentre Athos ha guidato il dialogo con l’autore senza mai sovrapporsi, mantenendo il ruolo di mediatore e tessitore del discorso.

Reveries è una raccolta che si muove tra sogno e veglia, memoria e immaginazione, articolata in sezioni dai titoli evocativi - Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni brevi sui passaggi del tempo, Controra - e nutrita da una forte componente musicale. John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho e Mike Oldfield sono la colonna sonora ideale che accompagna la scrittura di Franco, una scrittura che nasce spesso nel dormiveglia, nella “risacca dell’inconscio” da cui affiorano immagini, frammenti, intuizioni.

La presentazione ha restituito con chiarezza questo movimento interiore: il rapporto con la luce, la memoria come trasformazione, il dialogo con il mito, la presenza degli affetti e delle dediche, la riscrittura dei testi più antichi, il senso di un percorso che non recupera il passato ma lo rilancia, lo rielabora, lo rimette in circolo.

È stata una serata intensa, intelligente, serena: un incontro con la poesia e con il suo processo creativo, ma anche un augurio per un 2026 ricco di attività culturali, di ascolto e di pensiero condiviso.


SI È PARTITI DA QUI…

FRAMMENTI DI CIELO 

E tu lo sai, non sono questi i suoni

che vorrei sentire, neanche questi i sogni

che voglio disegnare, neppure queste le parole
adatte per domandare più luce al mondo:

non sono questi i suoni del mio cielo. 

Ma tutto quello che io avrei voluto

era una città oscura e fiera dove vorticasse

una nuvola di fuoco, e fosse l'ombra sulla terra,

e che nell'aria incerta oltre il mio cancello

verdeggiassero i prati, ma sulla casa

ardessero frammenti del cielo.

Negli ultimi tempi hai scritto e pubblicato molto, quasi come se stessi riallacciando un dialogo interrotto con la poesia. REVERIES è parte di una sorta di recupero del tempo o una cosa diversa, un passaggio ulteriore?

È sicuramente un passaggio ulteriore, cominciando dall'immagine in copertina, un albero che si rispecchia in una superficie d'acqua, con due universi  uguali, il sopra e il sotto, l'alto e il basso, che si confrontano.
E le poesie sono, come le “macchie di Rorschach”, un gioco complesso di rimbalzi fra la personalità dell'autore e quella di chi ne fruisce: e l'autore si sorprende sempre alla fine, leggendo quello che ha scritto, non perché sia qualcosa di “bello” ma perché ora c'è qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c'era, e lui per farlo ha messo in comunicazione parti diverse della propria anima.

LA PERCEZIONE DEL VUOTO 

Non era più la percezione di un momento.

C'era tutto intorno a noi la luce di fine mese

e anche la sera non voleva più arrivare, anche

le finestre volevano far festa, e la lontananza già

vestiva di azzurro come sempre fa quando ritorna. 

Io vedevo le ombre fuggiasche dilagare nella piazza

e quanto più percepivo la loro presenza, tanto più

svanivano come fanno i ruscelli nel grande fiume

della tenebra: ed era la loro una presenza ormai

dispersa, nel breve abbraccio di un crepuscolo. 

Ma quella presenza aveva una forma di irradiazione

quasi fosse un nuovo modo dell'esistenza: io ero là

immerso in quella lontananza, e un cielo perduto

nel cobalto addormentava i cornicioni, la grande

festa si era smarrita tra le buie mani della notte.


Tu racconti che il tuo libro nasce nel dormiveglia, da quella “risacca che immancabilmente deposita qualcosa sulla riva”.

Come riconosci quando quella risacca contiene qualcosa da salvare?

Se “suona” bene, diciamo, soprattutto all'anima, non solo all'orecchio. Quello della poesia è un “gioco dell'anima” che si accende per emozioni e immagini e che si cerca di “disegnare” e comunicare con le parole.

La musica è una presenza costante, citi John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho, Mike Oldfield: che cosa fa la musica alla tua scrittura? È ritmo, paesaggio, detonatore emotivo?

Una vecchia canzone iniziava così: “Music was my first love...”. La musica è una colonna sonora della mia vita e la poesia che scrivo vuol essere un “paesaggio emozionale”, anche questo con una colonna sonora. A proposito, ho conosciuto John Fahey attraverso la colonna sonora di un film che era assai noioso, ma c'era questo pezzo di tre minuti, “Dance of Death” con una sua bellezza strana, incompiuta, quasi sbilenca, che pian piano mi ha preso e non mi ha più mollato! E la sua incompiutezza fa parte del suo fascino: certo, quando qualcosa è (o appare) “perfetto”, noi lo ammiriamo, ma non ci catturerà mai quanto qualcosa che perfetto non è!

Vedi, la musica si alza piano,
scivolando dalla finestra
oltre la scala del buio
e mai non si ferma
per ridiscendere
come pioggia
e come fa l’onda
risalire in silenzio
e poi spegnersi piano
scivolando sull’orizzonte
come fa una stella tra i fiordi.

Molte poesie sembrano come emergere attraverso una soglia, da “un dolce vagabondaggio della mente”: cerchi consapevolmente questo stato, oppure ti ci ritrovi?

Da bambino guardavo le nuvole e ci vedevo delle forme di animali, a volte un drago in volo... molti componimenti dell'adolescenza nascevano così, sognando a occhi aperti; ho poi scoperto che questo vagabondaggio della mente è chiamato “daydreaming” in inglese, “reverie” in francese. Non è una ricerca consapevole di uno stato mentale, è solo la mente che ha bisogno di lasciarsi andare, ma è anche qualcosa di terapeutico, senti che dopo si sta meglio...

I titoli delle varie “Sezioni” (Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni brevi sui passaggi del tempo, Ritorno alla Controra) sembrano le tappe di un viaggio: come hai costruito questa architettura? È nata prima la struttura o prima i testi?

Inizialmente il titolo del libro doveva essere RIVERBERI, che è il titolo dell'ultima poesia della raccolta, poi a titolo del libro ho scelto REVERIES, che suona abbastanza simile a Riverberi: con il titolo nuovo ho esplicitato il rimando a quel dolce vagabondaggio della mente, appunto... “Rapsodie” e “Risonanze” ci rinviano al linguaggio della musica, mentre “Riverberi” a quello dei fenomeni ottici e acustici; sempre utilizzando la lettera R ho trovato RELAZIONI BREVI SUI PASSAGGI DEL TEMPO. RITORNO ALLA CONTRORA era già pronto e rimanda al mio terzo libro, in cui c'era una Sezione intitolata “Poesie della Controra”. Infine, i testi erano in larga parte già esistenti, i titoli delle Sezioni hanno fatto da “guida”, in un certo senso ne sono le cornici.


               PRESTO SOMIGLIER0' AL DIRUPO (per Paul Klee) 

Io attenderò a lungo su un divano di seta

contemplando la morte l'acqua il fuoco

come se fossi indifferente al pensiero

che nei tuoi occhi io sprofondavo. 

E presto somiglierò al dirupo

sarò dove i fiori scottano

una landa di resina

addormentata

e magica. 

Sarò anch'io come sogno verde fra gli alberi

come l'orco fuggiasco nei campi assolati

userò marmo fresco per crear foreste

disegnerò il tuo corpo con la luce.


La luce attraversa tutto il libro: un fantasma di luce, luce meridiana, l'oro che abbaglia: che cosa rappresenta la luce per te? Un simbolo, un linguaggio, una memoria?

La luce ci permette di vivere ma può abbacinarci, il buio può attrarre ma anche far paura, è una metafora dell'ignoto; la nostra vita si svolge in una infinita varietà di universi che stanno fra la luce e il buio, a volte più vicini all'uno, a volte più vicini all'altra. In una sua canzone Leonard Cohen dice “C'è una crepa in ogni cosa ed è così che entra la luce” (There is a crack in everything, that's how the light gets in), un invito ad accettare la imperfezione del mondo e a coltivare la resilienza, la speranza. (“Suonate le campane ancora in grado di suonare e dimenticate le vostre offerte perfette”).

In molte tue poesie la memoria non è nostalgia, ma è trasformazione (“l'ombra che dà vita”). Che rapporto hai con il passato quando scrivi?

Sta all'origine della mia “poesia di risacca”: nella mia poesia (e anche nella mia vita) ogni tanto compare qualcosa che ritorna, che ricorre, che magari mi rincorre... (nel bene e nel male, sono i meandri dell'alba).


I MEANDRI DELL'ALBA 

E mi soffermo in questi tuoi meandri

fra i marciapiedi arsi della malinconia

e i camminamenti liquidi del Tempo

fra i momenti magici della memoria

e l'inevitabile rimozione della marea

fra le antiche muraglie del tramonto

e questo meraviglioso mistero mosso

che ancora oggi mi sommerge e freme. 

(24.1.2024) 

“frammento dell'orizzonte”

l'abbraccio liquido dell'onda

acquamarina luce e sale

perduto nella notte

per incontrare

il cielo


Gli Dèi, Eolo, la Controra, altrove citi Ulisse e Orfeo: come convivono nella tua scrittura il Mito, il quotidiano, l'immaginazione?

I Miti sono “quelle cose che non avvennero mai, ma sono sempre”.

Da ragazzo ero affascinato dalla Mitologia Greca, le “favole” del mondo antico, che davano le coordinate per capire il mondo e indicavano i limiti da non superare; poi da adulto ho approfondito la materia e sono rimasto allibito da “quanta roba” ci si trova dentro... citando Giorgio Ieranò: “Le favole antiche ci permettono di avvicinarci al cuore oscuro della sofferenza umana, noi soltanto attraverso le maschere degli Antichi Dèi possiamo sfiorare verità così tremende e incandescenti”.

Nei tuoi libri convivono componimenti recentissimi e altri di 40 anni fa: come dialogano tra loro? hai sentito la necessità di riscriverli?

Sì, quasi sempre ho sentito la necessità di riscriverli; se oggi affronto un vecchio componimento, vedo se c'è qualcosa da salvare, qualcosa che mi “suona” ancora attuale, e nel caso lo salvo, magari con una cancellata nuova a protezione.
A volte salvo solo poche parole da una pagina intera, è sempre utile avere un “giardiniere” all'opera, soprattutto se è passato un po' di tempo!

Questo libro è dedicato a tua moglie Susy, ai tuoi figli Paola e Davide, a un'amica che non c'è più (Stefania Ponteprimo), come anche ad artisti quali Wallace Stevens, John Fahey e Mike Oldfield. Quale ruolo rivestono gli affetti (familiari, artistici, spirituali) nella tua poesia?

Sono una parte della “risacca”, la parte migliore, per così dire, quella che aiuta ad andare avanti, tutte le cose belle che abbiamo conosciuto e ci forniscono una riserva di ossigeno per i tempi difficili. Poi dal nostro passato emerge anche la parte peggiore, simile ai “mastini infernali” che non davano tregua a Robert Johnson.


 STASERA LE STELLE SONO USCITE PER CERCARE LA LUNA 

stasera le stelle sono uscite per cercare la luna

e più nulla e nessuno saprà portarle indietro

è il saliscendi dei sogni che le ha incantate

perché stasera le stelle sono scese dal cielo

e adesso stanno scivolando sui nostri sentieri

riscoprendo una felicità profonda come il mare 

(17.10.2024) 

“haiku della luce” 

passeggeremo

su strade parallele

di luce e mare


Nella nota a NOW/HERE scrivi “un attimo di bellezza che è adesso e qui, poi sparisce”. È una dichiarazione poetica o una filosofia di vita?

Sostanzialmente è una presa d'atto della realtà, dovuta all'esperienza, spesso le cose belle della vita durano poco e quando restano cambiano di segno, comunque: il mondo è in continuo divenire e nulla è per sempre, è il concetto di “impermanenza” appreso attraverso la poesia “haiku”.

A chi pensi quando scrivi? Immagini un lettore o un destinatario?

Scrivo come mi viene. Sovente c'è un destinatario, a volte sono io stesso, mentre altre volte è un “tu” generico; comunque, dopo che ho scritto rileggo e vedo le modifiche da apportare, anche rispetto al destinatario. Nei libri precedenti ci sono molte poesie “dedicate”, ispirate a quello che molti artisti mi hanno lasciato dentro (da Laurel & Hardy a David Bowie, da Jacques Brel a Domenico Modugno, da Giacomo Leopardi a Donovan). 


RIVERBERI (per Wallace Stevens) 

Non era stata una processione degli alberi
a risvegliare i sensi, e neanche i labirinti

disegnati dal volo degli uccelli in cielo,

ma il silenzioso cammino delle stelle

viandanti sotto la luna, quanto più ora

il giorno muoveva verso il suo splendore. 

E fino dove lo sguardo poteva perdersi

si stendeva un paradiso bagnato dal sole,

un continente d'erba, una forma spettrale

densa dell'immobilità donata dalla nebbia,

mille voci graffianti che uscivano dal velo

bianco, per poi sparire. E io andavo piano

a schiudere la porta di un mondo dorato,

l'erba bianca incorniciata dai ranuncoli

nel saluto luminoso del nuovo giorno:

e come tutto adesso dormiva nella luce

in un piccolo lampo che attraversava

i giardini distesi della mia infanzia. 

Io capivo che non era quello un tempo

anarchico della mente, era riverbero

dell'anima, rosso come un vulcano,

stratificato e scuro come la notte,

era dolce magia di ondeggianti figure

apparse in gioventù a uno sguardo cieco.