West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

domenica 30 novembre 2025

Buon Compleanno, Woody Allen: l'uomo che ci ha insegnato a ridere delle nostre ansietà

 


L'occhio ironico sul mondo: Woody Allen, il narratore delle nevrosi newyorkesi

 

Woody Allen, all'anagrafe Allan Stewart Konigsberg, nato il 1° dicembre 1935, è, per molti versi, l'incarnazione cinematografica della nevrosi intellettuale. La sua carriera è una cronaca ininterrotta, lunga oltre sei decenni, che ha saputo fondere l'umorismo yiddish della sua educazione con le grandi domande esistenziali della filosofia europea, il tutto incorniciato da una profonda e irrequieta dichiarazione d'amore per la città di New York.

Gli esordi di Allen furono nel mondo della stand-up comedy e della scrittura di battute. Il suo personaggio era già ben definito: l'intellettuale timido, ipocondriaco, pessimista sulla vita ma disperatamente in cerca di amore e senso. Quando passò alla regia, i suoi primi lavori, come Prendi i soldi e scappa, erano pura farsa surreale, un caos esilarante che giocava con le convenzioni narrative.

La vera maturità, però, arrivò con l'abbandono progressivo della comicità pura in favore di un tono più complesso. Il punto di non ritorno fu Io e Annie (1977). Con questo film, Allen non solo vinse l'Oscar, ma inventò un genere: la commedia romantica intellettuale. Attraverso l'uso pionieristico del rompere la quarta parete, dei sottotitoli che rivelavano i pensieri dei personaggi e delle animazioni, diede forma visiva all'ansia e alla nevrosi, trasformando la sua insicurezza personale in arte universale.

Il Canone di New York: Tra Jazz e Psicoanalisi

Se Io e Annie ha dato la forma, Manhattan (1979) ha dato l'anima al cinema di Allen. Girato in uno splendido bianco e nero, è una sinfonia visiva che ritrae New York come un luogo di infinita bellezza e solitudine esistenziale. I suoi film da quel momento in poi sono stati una continua variazione su temi fissi: l'ossessione per il sesso e la morte, la futilità dei successi mondani, l'eterna ricerca di un'illuminazione filosofica che, puntualmente, fallisce.

I suoi dialoghi sono il cuore pulsante delle opere: veloci, brillanti e carichi di riferimenti a Freud, Nietzsche o Dostoevskij. Il tutto è sempre accompagnato da una colonna sonora onnipresente e fondamentale: il Jazz, che scandisce il ritmo frenetico della vita cittadina e, allo stesso tempo, fornisce un contrappunto nostalgico alla confusione emotiva dei personaggi.

Negli anni 2000, pur mantenendo un ritmo produttivo implacabile, Allen ha parzialmente abbandonato la sua comfort zone newyorkese per esplorare l'Europa. Da questa fase sono nati capolavori come il cupo e shakespeariano Match Point, il solare e sensuale Vicky Cristina Barcelona e lo straordinario viaggio nel tempo e nella nostalgia di Midnight in Paris.

Nonostante le controversie personali che hanno spesso diviso pubblico e critica, il contributo artistico di Woody Allen al cinema del XX e XXI secolo resta innegabile. La sua capacità di farci ridere delle nostre paure più profonde, di trasformare l'angoscia in arguzia e di elevare la nevrosi a forma d'arte, lo consacra come uno dei narratori più acuti e corrosivi della condizione umana contemporanea.






sabato 29 novembre 2025

30 Novembre 1982: l'uscita di Thriller, quando Michael Jackson riscrisse la storia del pop


Il 30 novembre 1982 segnò l'uscita di Thriller, il sesto album in studio di Michael Jackson. Quello che era destinato a essere semplicemente il seguito del già fortunato Off The Wall (1979) si trasformò, nel giro di pochi mesi, in un fenomeno culturale globale senza precedenti, cementando la posizione di Jackson come il Re del Pop.

Prodotto dal leggendario Quincy Jones, Thriller è un capolavoro di fusione sonora. L'album mescola pop, post-disco, funk, R&B e persino rock (con la presenza chitarristica di Eddie Van Halen in Beat It), creando un suono universale. Con sette singoli estratti che entrarono tutti nella Top 10 della Billboard Hot 100 (Billie JeanBeat It, Thriller, Wanna Be Startin' Somethin', Human Nature, P.Y.T. (Pretty Young Thing) e The Girl Is Mine), l'album detiene il record di vendite di tutti i tempi, con una stima che supera i 100 milioni di copie a livello globale.

L'impatto di Thriller va ben oltre le vendite discografiche. Fu l'uso innovativo e cinematografico dei videoclip a rivoluzionare l'industria e la nascente emittente MTV.

Billie Jean fu uno dei primi video di artisti afroamericani a ottenere una massiccia rotazione su MTV, abbattendo barriere razziali nel broadcasting musicale.

Il video Beat It, con la sua coreografia ispirata a West Side Story, che metteva in scena la tregua tra due gang rivali, elevò il videoclip a un vero e proprio cortometraggio d'azione.

Il clip Thriller, diretto da John Landis, era un'opera di 13 minuti con effetti speciali, una trama horror/fantasy e una coreografia iconica. Divenne un evento mediatico, dimostrando che il video musicale poteva essere arte e intrattenimento di massa.

Grazie a Thriller, il videoclip non fu più solo un mezzo promozionale, ma divenne il palcoscenico essenziale per la musica pop, elevando Michael Jackson a icona della moda, della danza e dell'espressione artistica.

Il 30 novembre 1982 fu il giorno in cui il mondo ricevette l'album, ma il fenomeno Thriller fu il momento in cui la musica pop divenne definitivamente globale, visiva e senza precedenti.





venerdì 28 novembre 2025

29 novembre 1970: Battisti vola in vetta con "Anna", la canzone della malinconia perfetta

 

Il 29 novembre 1970 segna una data d'oro per la musica italiana: il singolo "Anna" di Lucio Battisti conquista la vetta della classifica dei 45 giri più venduti in Italia. Un successo che non era solo un'affermazione commerciale, ma la conferma del genio di un artista capace di innovare radicalmente il pop melodico italiano.

Come sempre, dietro al successo c'era il sodalizio inossidabile tra Battisti e il paroliere Mogol. Il brano "Anna" (pubblicato sul lato A del 45 giri, con "Emanuela" sul lato B) è un capolavoro di essenzialità e sentimento.

Mogol dipinge il ritratto di una donna lontana e irraggiungibile, una figura che sembra esistere solo nel ricordo o nel desiderio, rappresentando la malinconia tipica delle grandi ballate sentimentali.

La semplicità e l'immediatezza del testo di Mogol si sposano perfettamente con la linea melodica di Battisti: una composizione chitarristica dolce, ma sostenuta da un arrangiamento orchestrale ricco e sofisticato, che ne amplifica l'impatto emotivo.

"Anna" arrivò in un momento cruciale della carriera di Battisti. Dopo aver dominato le classifiche con brani più ritmati e pop come "Acqua azzurra, acqua chiara" e aver esplorato il lato più rock con "Mi ritorni in mente", "Anna" dimostrò la sua maestria nel campo della ballata intensa e introspettiva.

Questo successo segnò la consacrazione definitiva di Battisti come l'artista italiano di riferimento degli anni '70, capace di mescolare sonorità internazionali con la tradizione melodica italiana, rendendola moderna e irresistibile per un pubblico vastissimo. La sua permanenza in classifica confermò che l'epoca delle grandi canzoni d'autore, personali e ricche di atmosfera, era pienamente iniziata.

Il 29 novembre 1970, quindi, diventa la celebrazione di una canzone che, ancora oggi, rimane uno dei momenti più intensi e amati del repertorio di Lucio Battisti.







La malizia del genio: un compleanno americano per Randy Newman (28 Novembre 1943)


28 Novembre 1943. Fuori, l'America era immersa nel ruggito della guerra, ma in un angolo di Los Angeles, tra le note soffuse di un pianoforte appena accennate, nasceva un uomo destinato a diventare la voce più acuta, satirica e, inaspettatamente, commovente della nazione: Randall Stuart Newman.

Il suo destino era scritto tra i pentagrammi. Cresciuto in una famiglia di compositori di colonne sonore per Hollywood – uno zio che aveva musicato Via col Vento – Randy non ereditò solo il talento, ma anche uno sguardo cinico e affilato sul "sogno americano" e sulle sue crepe.

Mentre i suoi coetanei sognavano il rock'n'roll ribelle o l'ottimismo folk, il giovane Newman si sedette al piano e iniziò a comporre ballate che erano in realtà piccoli, perfidi racconti in prima persona. Canzoni dove il narratore era quasi sempre un bugiardo, un bigotto, un illuso o, peggio ancora, un ignorante felice.

Il suo pianoforte non suonava accordi facili; suonava la verità scomoda.

“È un po' come essere un attore di character. Il mio lavoro è incarnare persone che potrei non volere invitare a cena,” avrebbe detto anni dopo con il suo tipico tono ironico e burbero.

La sua fama esplose – e contemporaneamente gli si ritorse contro – nel 1977 con il singolo Short People. Cantata con quella sua voce leggermente nasale e sardonica, la canzone prendeva di mira l'idiozia del pregiudizio, ma fu immediatamente fraintesa.

“Le persone basse non hanno motivo di vivere,” cantava Newman, immedesimandosi in un bigotto meridionale.

L'America si divise. Venne boicottato, minacciato e accusato di incitare all'odio contro le persone di bassa statura. Un'accusa assurda per chi aveva scritto un inno alla satira. Ma per Randy, il rumore non era che la prova che aveva colpito nel segno, costringendo gli ascoltatori a confrontarsi con i propri riflessi oscuri.

Poi arrivò la seconda vita, quella che lo rese amato da milioni di persone che forse non conoscevano il sapore pungente di Sail Away o Baltimore. A partire dalla fine degli anni '80, Hollywood lo chiamò. Era il compositore perfetto per dare un'anima a storie che parlavano di amicizia, crescita e nostalgia.

Quando la Pixar lo scelse per musicare un film su giocattoli viventi, il mondo si accorse che dietro il cinico c'era un cuore enorme.

"You've Got a Friend in Me" (Hai un amico in me) per Toy Story non era solo una canzoncina per bambini; era un'elegia semplice e perfetta sulla lealtà e la paura di essere sostituiti. Il pianoforte, prima usato per sferzare, ora cullava. Newman divenne il nonno musicale di intere generazioni, vincendo Oscar su Oscar per le sue indimenticabili colonne sonore, da A Bug's Life a Monsters & Co.

Oggi, 28 novembre 2025, mentre si ricorda il suo compleanno, possiamo vedere la sua carriera come un ponte audace e improbabile: il ponte tra la satira più feroce e la tenerezza più pura.

Randy Newman ci ha insegnato che il cinismo e la compassione non sono opposti, ma due facce della stessa, complessa, medaglia umana. E ogni volta che sentiamo il suo pianoforte, sia che ci stia prendendo in giro o che ci stia rassicurando, sappiamo di essere di fronte a un vero, malizioso, genio americano.




mercoledì 26 novembre 2025

Il vento elettrico di Jimi: buon compleanno a un ribelle senza tempo (27 Novembre)



Il leggendario chitarrista che ha infiammato il mondo e ridefinito la musica

 

Oggi, 27 novembre, si ricorda il compleanno di un'anima libera, di un genio incompreso da molti all'epoca, ma che ha plasmato il suono di intere generazioni: Jimi Hendrix. Se fosse ancora qui con noi, oggi soffierebbe su 81 candeline, e chissà quali altre meraviglie sonore ci avrebbe regalato.

Jimi non era solo un chitarrista; era un mago, uno sciamano che evocava tempeste elettriche e dolci serenate dalle sei corde del suo strumento. Quando saliva sul palco, non suonava semplicemente delle note: trasformava l'aria stessa in un'onda di suoni, colori e sensazioni che travolgevano chiunque avesse la fortuna di ascoltarlo. La sua chitarra non era un oggetto, ma un'estensione della sua anima, con cui dialogava in un linguaggio universale.

Si pensi ai festival leggendari come Monterey Pop, Woodstock o Wight. Lì, Jimi non si limitava a eseguire canzoni, ma creava esperienze indimenticabili. Chi può dimenticare la sua interpretazione quasi sacrilega eppure, profondamente potente dell'inno americano, "Star-Spangled Banner", a Woodstock? Non era una dissacrazione, ma un grido di libertà, un'istantanea sonora di un'epoca turbolenta e sognatrice. Era la musica che parlava per un'intera generazione, e lo faceva con una ferocia e una delicatezza inaudite.

Ma dietro l'eroe della chitarra, c'era un uomo timido, introverso, spesso in lotta con i demoni della fama e della sensibilità. La sua musica era il suo modo di esprimersi, di dare voce a un mondo interiore ricco e complesso. Ha sperimentato, ha osato, ha spinto i confini del rock, del blues e della psichedelia, creando un sound che ancora oggi suona incredibilmente moderno e attuale.

Jimi ci ha lasciati troppo presto, a soli 27 anni, ma il suo lascito è eterno. Ogni volta che ascoltiamo una chitarra distorta, un assolo che sembra venuto da un altro pianeta, c'è un po' di Jimi in quel suono. Ha insegnato al mondo che la musica è libertà, espressione pura, un viaggio senza meta che si fa con il cuore e con le dita.

Oggi, in questo 27 novembre, alziamo il volume, mettiamo su un brano di Jimi e lasciamo che la sua chitarra ci ricordi che la vera arte non muore mai.






martedì 25 novembre 2025

"Casablanca": Una leggenda cinematografica nasce sotto il fuoco della guerra

 


26 novembre 1942: Il giorno in cui il mondo conobbe 

Rick e Ilsa


In un'epoca in cui l'ombra della Seconda Guerra Mondiale si allungava su tutto il mondo, il 26 novembre 1942 segnò una data fondamentale per la storia del cinema. A New York, in un'anteprima che fece subito scalpore, debuttò "Casablanca", un film destinato a diventare non solo un capolavoro della settima arte, ma un simbolo di romanticismo, sacrificio e dovere.

Ambientato nella città di Casablanca, in Marocco – allora sotto il controllo del governo di Vichy – il film cattura perfettamente il clima di esilio e incertezza dell'epoca. Il cuore della storia pulsa nel Rick's Café Américain, il locale notturno gestito cinicamente dall'americano Rick Blaine (interpretato dal monumentale Humphrey Bogart).

La sua vita metodica e disillusa viene sconvolta dall'arrivo di Ilsa Lund (Ingrid Bergman), l'amore perduto di Rick a Parigi. Ilsa è a Casablanca con il marito, il leader della resistenza cecoslovacca Victor Laszlo (Paul Henreid), nel disperato tentativo di ottenere i cruciali "salvacondotti" che permetterebbero loro di fuggire verso l'America.

La trama si snoda attorno al doloroso dilemma di Rick: il suo desiderio di vendetta e l'amore ritrovato per Ilsa, contro la sua nascente consapevolezza che il dovere morale verso la causa antifascista di Laszlo è più importante di qualsiasi felicità personale.

Diretto da Michael Curtiz e prodotto dalla Warner Bros., "Casablanca" fu girato in condizioni tutt'altro che ideali: la sceneggiatura veniva spesso scritta giorno per giorno e gli attori, compresa la stessa Ingrid Bergman, non sapevano fino all'ultimo chi avrebbe scelto Ilsa.

Fu proprio questa incertezza a dare vita ad alcune delle scene più tese e memorabili. La chimica tra Bogart, l'incarnazione del cinismo malinconico, e Bergman, la musa radiosa e tormentata, è considerata una delle più grandi nella storia di Hollywood.

Il film fu subito un successo, raccogliendo tre Premi Oscar, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura. Ma il suo vero trionfo è la sua immortalità.

"Casablanca" è un inno al sacrificio personale in tempi di guerra. Il finale, in cui Rick sceglie di rinunciare a Ilsa per un bene superiore ("Il nostro amore non è importante per nessuno tranne noi. Ma il mondo intero sta andando a pezzi"), rimane uno dei momenti più strazianti e nobili della cinematografia.

Il 26 novembre 1942 fu quindo la nascita di un mito che continua a ricordarci che, anche nei momenti più bui, l'onore e l'amore eterno non passano mai di moda.







lunedì 24 novembre 2025

Addio a una leggenda: Freddie Mercury moriva il 24 novembre 1991

 

Il 24 novembre 1991 ci lasciava Freddie Mercury: l'iconico frontman dei Queen, si spegneva nella sua casa di Kensington a Londra all'età di 45 anni. La sua morte, avvenuta per broncopolmonite aggravata dall'AIDS, pose fine alla carriera di uno dei più grandi performer e cantanti di tutti i tempi, lasciando un vuoto incolmabile nel panorama rock globale.

Solo un giorno prima, il 23 novembre, Mercury aveva rilasciato una dichiarazione pubblica, confermando le voci che circolavano da tempo sulla sua salute:

"A seguito delle congetture che si sono susseguite sulla stampa nelle ultime due settimane, desidero confermare di essere risultato positivo all'HIV e di aver contratto l'AIDS. Ho ritenuto corretto mantenere riservata questa informazione fino ad oggi per proteggere la privacy di coloro che mi circondano. Tuttavia, è ora il momento per i miei amici e i miei fan di conoscere la verità, e spero che tutti si uniranno a me, ai miei medici e a tutti coloro che nel mondo combattono questa terribile malattia".

Questa onesta e coraggiosa ammissione, sebbene tardiva per le speculazioni, fu una delle prime da parte di una superstar di tale calibro e contribuì in modo significativo a sensibilizzare l'opinione pubblica sulla pandemia di AIDS.

Nato Farrokh Bulsara a Zanzibar, Freddie Mercury è stato la forza trainante e la voce inconfondibile dei Queen. La sua estensione vocale di quattro ottave, la sua presenza scenica magnetica e la sua capacità di mescolare generi, dal rock all'opera, hanno reso brani come Bohemian Rhapsody, We Are The Champions, Somebody to Love e Don't Stop Me Now degli inni immortali.

La sua performance al Live Aid nel 1985 è ancora oggi considerata una delle migliori esibizioni live nella storia del rock, dimostrando la sua ineguagliabile abilità nel connettersi e comandare un vasto pubblico.

Sebbene la sua scomparsa abbia segnato la fine dell'era classica dei Queen, l'impatto di Freddie Mercury non si è mai affievolito.

L'ultimo album dei Queen con Mercury, Made in Heaven, fu completato dai membri rimanenti della band utilizzando tracce vocali che Freddie aveva registrato negli ultimi mesi della sua vita, e pubblicato nel 1995.

The Freddie Mercury Tribute Concert

 Il 20 aprile 1992, i membri rimanenti dei Queen organizzarono un grande concerto allo stadio di Wembley per onorare il loro frontman e raccogliere fondi per la ricerca sull'AIDS. L'evento vide la partecipazione di artisti del calibro di Elton John, David Bowie, e Guns N' Roses.

The Mercury Phoenix Trust

I membri superstiti dei Queen hanno fondato l'organizzazione in memoria di Freddie per finanziare iniziative globali per la lotta contro l'HIV e l'AIDS.

La sua vita, la sua arte e la sua tragica fine sono celebrate ancora oggi, a testimonianza di come Freddie Mercury non fosse solo un cantante, ma un vero fenomeno culturale la cui leggenda è destinata a vivere per sempre.






domenica 23 novembre 2025

Il mio ricordo di John Kennedy


Chi mi conosce sa del mio amore generico per l'America.
Sono cresciuto guardando i filmetti d'oltreoceano e la prima volta che sono stato negli USA ho realizzato che esiste effettiva corrispondenza tra la fiction televisiva e la realtà.
In quella occasione, il '93, mia figlia era già stata concepita, senza che io e mia moglie lo sapessimo, per cui anche lei era in viaggio con noi ed è questo un motivo in più che mi fa amare quella terra. Sono conscio del fatto che viverci non deve essere così idilliaco come in molti film, ma dopo esserci stato più volte mi sono fatto l'idea che per il passante, quale io sono sempre stato, le cose negative non emergono, mentre si rafforzano i giudizi positivi. E poi, per un ammalato di musica è davvero una pacchia! Tra lavoro e vacanza, mi sono imbattuto in momenti indimenticabili di cui spesso mi vanto, come fa un ragazzino quando parla della sua nuova conquista.

Uno di questi "attimi da ricordare" l'ho vissuto a Dallas nel novembre del 97, e nelle righe seguenti, scritte molto tempo fa, ne descrivo il motivo.

"Sono le 21 quando atterro a Dallas, e passa almeno un ora prima di arrivare all’Holliday Inn, nel pieno centro città.
Fa molto caldo, sembra estate piena.
La prima cosa di cui mi interesso, con l’impiegato di turno è l’esatto punto in cui é stato ucciso JFK.
È lontano?”
No, vicinissimo, segui la strada, giri a destra e troverai il “Six Floor Museum. Impossibile sbagliare.”
Ma cosa era questo museo? Del sesto piano?


Quel novembre del 1963, Kennedy e consorte iniziarono il corteo che sarebbe sfociato in Elm Street, la strada dritta che partiva dall’Holliday Inn, per poi svoltare e ritrovarsi nella Delaney Plaza.
Nei pressi della “Collina Erbosa”, sotto al vecchio deposito di libri scolastici, Kennedy fu ucciso da chissà chi e chissà come. Il vecchio “deposito di libri scolastici” é quello da cui, si presume, Lee Harwey Osvald abbia sparato a JFK, appunto da una stanzetta del sesto piano. Così decretò la Commissione Warren, incaricata dell’inchiesta ufficiale.
Questo sesto piano é ora un fantastico museo, dove, in tutte le lingue, si può seguire la storia di quegli anni e di quella gente. La stanza é protetta da cristalli spessissimi, ma all’interno tutto é stato riprodotto come scoperto quel lontano 22-11-1963.
Era novembre. Le scatole di cartone, destinate al contenimento dei libri, ma utilizzate come riparo e nascondiglio da Osvald, sembrano piazzate alla rinfusa, ma rispecchiano la disposizione originale. Giro tra le riproduzioni tridimensionali, i quadri, i film, come imbambolato.
È troppo vivo in me il ricordo in bianco e nero di quel giorno. Il significato di quel momento era incomprensibile per un bambino di 7 anni, eppure quella macchina, quegli spari, quel sangue, mi é rimasto dentro, come la morte di Papa Giovanni, come la prima volta sulla luna, alcuni anni dopo.
Dopo aver visto la sua tomba a Washington, la sua dimora e quella della moglie, ora stavo rivivendo la sua morte. Una volta uscito non riesco a staccarmi da quel palazzo. Mi seggo sulla panchina di fronte, mi godo il sole, e fisso quella finestra assassina... forse. Mi guardo attorno e rivedo il corteo, la gente eccitata, in pianto dopo gli spari. Rivedo Zapruder, fotografo dilettante, con la sua rudimentale cinepresa, ormai mitica e al sicuro all’interno del museo. Per tutto il giorno e quello a seguire, ogni strada intrapresa in città, vicoli interni o vie di largo traffico, mi portano in quel punto per me magico. Nella Delaney Plaza c’è la calamita, ed io, metallo ferroso, non posso e non voglio opporre resistenza.
Quello è il mio posto per il fine settimana.
Alla sera una concessione… solo la musica può vincere il magnetismo di quel posto.
Mi accordo con l’autista dell’hotel e mi faccio portare ad un altro Hard Rock Café, dopo quello di New YorkMa esisterà qualcuno che nello spazio di due giorni é riuscito a vedere questo locale in due città così lontane?”.
Sì, io.
La sera finisce per strada, in una piazza interna dove ovviamente si suona.
Il giorno dopo scatta il doppio magnetismo. Sono ancora davanti al museo e sono colpito da … spari. Una Lincoln blu mi passa davanti, e dopo alcuni colpi corre via ad alta velocità.


Ecco cosa mi manca! Sarà la solita americanata, ma non posso perdermela. 
La macchina é lunga due km e la spesa del viaggio é condivisa con altri turisti, una famiglia di tre persone. Il bambino seduto davanti, con l’autista. Io a metà e il resto dietro. Che emozione!
Il giro è lentissimo e godo della vista della città. Stiamo percorrendo fedelmente la strada di Kennedy, quel giorno.
Mi sento agitato, in attesa degli spari che presto arriveranno.
Anche ora sono agitato!
Finita Elm Street svoltiamo... ci siamo quasi…
Il deposito é alla mia destra, e la collinetta é ben visibile… alcuni spari registrati… ancora brividi. L’auto accelera lungo la Stemmons Freeway, in direzione del Memorial Hospital.
La registrazione audio ripropone fedelmente le sirene e i clacson del tempo, mentre la Lyncoln corre impazzita verso l’ospedale. La cosa é talmente “vera” che la spettacolarizzazione dell’evento passa in second’ordine.
Lo speed up finisce e, mestamente, ritorniamo verso il punto di partenza.
Registro tutto il possibile e mi sento davvero coinvolto.
La radio trasmette le parole di quel 22 novembre, con la cadenza ed il tono appropriato.
Il lutto si trasmette ai passeggeri dell’auto.
La musica di sottofondo sottolinea la tragedia, in un crescendo che amplificherà il mio disagio. Poi all’improvviso la calma, la quiete, il riposo… ciò che di solito segue la tempesta.
E siamo tornati all’origine.
Passerò le ultime ore a Dallas restando nei paraggi, cercando di metabolizzare l’intensa esperienza appena vissuta.
Come mi piacerebbe poter trasferire efficacemente ciò che ho “sentito”, ciò che non é tangibile!
Un ultimo giro nell’atrio del museo, giusto il tempo per acquistare il Cap del “VI FLOOR MUSEUM “, abbinato alla T-shirt, ed un giornale / copia, con su i titoli del giorno successivo all’attentato."

Nel filmato a seguire è riproposto l'attimo della tragedia e in successione l'uccisione di Lee Harwey Oswald, domenica 24 novembre, mentre viene trasferito dalla Centrale della polizia di Dallas alla prigione della contea, per mano di Jack Ruby, un gestore di un night club, affetto da turbe psichiche.






A tutt'oggi non é dato di sapere cosa realmente sia accaduto quel 22 novembre del 1963.





Il mio omaggio odierno é dedicato alla figura di JFK, la cui morte é rimasta impressa, in bianco e nero, nella mia memoria .
Con questo cerco lo spunto per agganciarmi a "Happy Days", al fumo in uscita dai tombini di N.Y., ai Yellow Cab, ai film girati a Little Italy, ai Gospel di Harleem , e cioè alle immagini della mia giovinezza, verificate poi sul campo col passare degli anni.

Vediamo i filmati.

 







sabato 22 novembre 2025

La Leggenda del 1975: quando i Queen rivoluzionarono la musica con "Bohemian Rhapsody"

 


 IL CAPOLAVORO DI FREDDIE MERCURY CHE CAMBIÒ LA STORIA DELLA MUSICA


Il 23 novembre 1975 è il giorno in cui la storia del rock cambiò per sempre. In quella data, l'epopea dei Queen raggiunse il suo primo, incredibile picco: la loro opera magna, "Bohemian Rhapsody", si consolidava al primo posto della classifica dei singoli del Regno Unito, posizione che avrebbe mantenuto per ben nove settimane consecutive: fu una dichiarazione d'intenti che trasformò i Queen da una band promettente a un fenomeno globale inarrestabile.

Nel 1975, il panorama musicale era dominato da singoli pop e rock che raramente superavano i tre minuti. L'idea che una traccia di 5 minuti e 55 secondi — priva di un ritornello tradizionale, che univa opera, ballata sentimentale, hard rock e passaggi a cappella — potesse dominare le classifiche era considerata una follia.

Le case discografiche esitarono. I dirigenti spingevano per accorciare il brano. Ma Freddie Mercury fu irremovibile. Secondo la leggenda, diede una copia della traccia al DJ radiofonico Kenny Everett, pregandolo di non farla ascoltare a nessuno. Ovviamente, Everett la suonò in onda per ben due volte nello stesso weekend, scatenando un'ondata di richieste e costringendo la EMI a pubblicare il singolo nella sua versione integrale.

Il cuore pulsante di "Bohemian Rhapsody" è la sua sezione operistica, un caleidoscopio di voci che recita nomi come Bismillah, Galileo e Figaro.

All'epoca, la tecnologia di registrazione a 24 tracce era all'avanguardia. I Queen (in particolare Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor) la spinsero ai limiti, registrando le loro voci così tante volte che, in alcuni punti, la traccia conteneva 180 sovraincisioni separate! Era come avere un coro di centinaia di persone, tutto creato da solo tre voci.

Questa stratificazione non era fine a sé stessa; creava un effetto teatrale e drammatico che amplificava il mistero e l'emozione del testo enigmatico di Mercury.

L'impatto del brano fu amplificato dal suo innovativo videoclip promozionale. Girato in sole quattro ore, costò appena 4.500 sterline.

In un'epoca in cui le band si affidavano per lo più alle esibizioni dal vivo in TV, i Queen crearono un "mini-film" visivamente sbalorditivo. Questo video non solo permise al gruppo di "essere" in più posti contemporaneamente, ma stabilì anche un nuovo standard per l'industria: l'era del videoclip musicale era ufficialmente iniziata.

Le nove settimane al numero uno (fino al 31 gennaio 1976) non furono solo un successo commerciale; furono il battesimo di fuoco che consolidò il posto dei Queen nell'Olimpo del Rock. Dimostrarono che l'ambizione artistica, il coraggio di ignorare le regole e una maestria tecnica senza pari potevano portare a un successo senza precedenti.

"Bohemian Rhapsody" è un testamento al genio di Freddie Mercury e alla chimica ineguagliabile di una band che non aveva paura di sognare in grande.






Addio a Ornella Vanoni: scompare a 91 anni la "Signora della Musica Italiana"



Il mondo della musica e dello spettacolo italiano è in lutto per la scomparsa di Ornella Vanoni, l'iconica interprete, attrice e conduttrice che si è spenta nella serata di ieri, venerdì 21 novembre 2025, nella sua casa di Milano. L'artista, che aveva compiuto 91 anni, è stata colpita da un arresto cardiocircolatorio poco prima delle 23. L'arrivo dei soccorritori del 118 non è purtroppo servito a nulla, potendone solo constatare il decesso.

Una carriera lunga quasi settant'anni, iniziata nel lontano 1956, che ha attraversato generazioni e generi, lasciando un'eredità artistica inestimabile.

Nata nel 1934, figlia dell'alta borghesia milanese, Ornella Vanoni ha debuttato nel mondo dello spettacolo con il teatro, diventando negli anni '50 la "ragazza della Mala" grazie all'incontro fondamentale con Giorgio Strehler e l'ambiente del Piccolo Teatro di Milano.

Proprio da questa esperienza nascono i primi capolavori, le cosiddette "Canzoni della Mala", come "Ma mi" e "Le mantellate", brani che hanno fatto scandalo e storia.

Uscita dal sodalizio con Strehler, il suo percorso incrocia quello della Scuola Genovese e l'amore con Gino Paoli, che verrà immortalato in una delle canzoni più belle della storia della musica italiana: "Senza fine". Un'amicizia e un sodalizio artistico che è continuato per tutta la vita.

Altri successi indimenticabili che hanno segnato la sua carriera includono brani come "L'appuntamento" e "Io ti darò di più".

Considerata tra le voci più autorevoli della musica leggera, con vendite superiori ai 55 milioni di copie, Ornella Vanoni era amata non solo per la sua voce raffinata e profonda, ma anche per la sua sferzante ironia e la sua squisita irriverenza, che l'hanno resa un personaggio televisivo molto amato anche negli ultimi anni. Le sue partecipazioni a programmi come Che Tempo Che Fa con Fabio Fazio erano diventate un appuntamento fisso, dove, con la sua inimitabile autoironia, era solita mescolare battute esilaranti a profonde riflessioni.

Solo pochi giorni fa, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, aveva scherzato sul suo stato di salute, pur confessando di non stare bene.

Non appena la notizia si è diffusa, un'ondata di commozione ha travolto il mondo della musica e dello spettacolo. Artisti di diverse generazioni, da Vasco Rossi a Renato Zero, da Elodie (con cui aveva recentemente collaborato) a Mahmood, hanno espresso il loro dolore e la loro gratitudine per l'artista che definiscono "immensa, irripetibile, libera".

Fabio Fazio, suo amico e conduttore che l'ha ospitata fino all'ultimo, ha affidato il suo dispiacere ai social: "Non sono in grado di dire niente. Non ero pronto a tutto questo. Non mi pare possibile. Non riesco a dire proprio niente".

Ornella Vanoni lascia il figlio Cristiano. Resta la sua musica, la sua voce e la sua personalità inimitabile, che continueranno a volare "senza fine" nel cuore di tutti gli italiani.








giovedì 20 novembre 2025

21 novembre 1877 – Edison e il fonografo: la nascita della memoria sonora



Come Edison ha acceso la scintilla di una rivoluzione che ancora risuona nei nostri ascolti quotidiani

 

Il 21 novembre 1877 Thomas Alva Edison annunciò al mondo un’invenzione destinata a cambiare per sempre il rapporto dell’uomo con la musica e la voce: il fonografo. Per la prima volta nella storia, i suoni potevano essere registrati e riprodotti. Non più effimeri, non più destinati a svanire nell’aria: la parola, il canto, la musica diventavano oggetti, tracce permanenti, memorie tangibili.

Il fonografo di Edison era un dispositivo semplice ma rivoluzionario:

  • Un cilindro rotante ricoperto di stagnola.
  • Un ago vibrante che incideva i solchi in base alle onde sonore.
  • Un secondo ago che, ripercorrendo i solchi, restituiva il suono registrato.

Il primo esperimento fu quasi poetico: Edison registrò la filastrocca Mary Had a Little Lamb. La voce tornò indietro, metallica ma riconoscibile. Era la prova che il tempo poteva essere catturato.

L’annuncio del fonografo segnò l’inizio di una nuova epoca:

  • Musica: i concerti non erano più esperienze irripetibili; potevano essere ascoltati e diffusi.
  • Scienza: la voce umana e i suoni naturali diventavano oggetti di studio.
  • Società: la memoria collettiva si arricchiva di un archivio sonoro, aprendo la strada a radio, dischi, cassette, CD e streaming.

Il fonografo non era solo un’invenzione tecnica: era un atto culturale che trasformava il modo di percepire il tempo e la presenza.

Dal cilindro di stagnola ai vinili, dalle bobine ai file digitali, tutto nasce da quel giorno del 1877. Edison non inventò soltanto una macchina: inventò la possibilità di ascoltare il passato, di dare voce ai ricordi, di rendere immortale la musica.

Oggi, ogni volta che premiamo “play”, compiamo un gesto che affonda le radici in quell’annuncio. Il fonografo fu il primo mattone di un edificio sonoro che ancora abitiamo.


Evoluzione della registrazione sonora 

  • 1877 – Edison annuncia il fonografo (cilindro di stagnola).
  • 1887 – Berliner inventa il grammofono (disco piatto).
  • 1948 – Introduzione del vinile LP, che diventa lo standard per decenni.
  • 1963 – Nasce la cassetta audio compatta, portatile e diffusa.
  • 1982 – Lancio del Compact Disc (CD), rivoluzione digitale.
  • 1999 – Diffusione di MP3 e file digitali, la musica entra nel computer.
  • 2006  – Arriva lo streaming musicale online, la musica diventa ubiqua e on-demand.



mercoledì 19 novembre 2025

Norman Greenbaum: un ebreo ortodosso e lo "Spirito nel Cielo" del Rock

 


20 novembre: la data di nascita di Norman Greenbaum, l'uomo che, pur essendo estraneo al mondo del gospel, scrisse uno degli inni spiritual-rock più potenti di tutti i tempi


Il 20 novembre 1942 nasceva a Malden, Massachusetts, Norman Joel Greenbaum, un cantautore statunitense la cui carriera, pur essendo spesso associata all'etichetta di one-hit wonder, ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock psichedelico grazie a un unico, iconico brano: "Spirit in the Sky".

Pubblicata nel 1969, la canzone "Spirit in the Sky" divenne un successo internazionale clamoroso, vendendo oltre due milioni di copie e raggiungendo il 3° posto nella classifica Billboard Hot 100 negli Stati Uniti. Il brano è immediatamente riconoscibile per un suono di chitarra fuzz intenso e distorto, ottenuto grazie a un innovativo effetto incorporato nella sua Fender Telecaster, che conferisce alla melodia un tono quasi extraterrestre.

Inoltre, il testo, che parla di morire e di avere "un amico in Gesù" per raggiungere il "posto che è il migliore" (il Paradiso), sorprese molti data l'educazione di Greenbaum, che crebbe in un'osservante famiglia Ebraica Ortodossa, un fatto che rende il tema cristiano della canzone ancora più intrigante. Lo stesso Greenbaum raccontò di aver trovato l'ispirazione in due fonti inaspettate. Dopo aver visto il cantante country Porter Wagoner eseguire un brano gospel in televisione, pensò: "Potrei farcela anch'io", pur non sapendo nulla di musica gospel, e scrisse il testo in circa 15 minuti.

L’immagine di morire "con gli stivali ai piedi", come i "cattivi" nei film western, fu un'altra fonte di ispirazione per l'idea spirituale della morte.

Nonostante il successo, alcune linee del testo, come "Non sono mai stato un peccatore / Non ho mai peccato / Ho un amico in Gesù", suscitarono critiche negli ambienti cristiani più devoti, in quanto contraddicevano il concetto della nascita con il peccato originale. Greenbaum, però, minimizzò, affermando di non aver avuto una formazione cristiana e di aver semplicemente scritto le parole che gli venivano in mente.

Prima del suo successo solista, Greenbaum era stato il leader e compositore della Dr. West's Medicine Show and Junk Band, un gruppo folk-psichedelico noto per il singolo "The Eggplant That Ate Chicago" (1966).

Sebbene "Spirit in the Sky" sia rimasta la sua unica hit mondiale, Greenbaum pubblicò altri album e singoli (come "Canned Ham" nel 1970) che ebbero un discreto successo, ma non riuscirono a eguagliare la popolarità del brano del 1969.

"Spirit in the Sky" continua a risuonare nel tempo, essendo stata utilizzata innumerevoli volte in film, serie TV e pubblicità, cementando la sua posizione come una delle cult-songs più resistenti e riconoscibili della storia del rock.