Il 17 maggio 2012 si spegneva Donna Summer, e con lei una delle voci che
hanno definito un’epoca. La chiamavano “regina della disco”, ma quella formula,
pur efficace, le sta stretta, perché Donna Summer non è stata soltanto il volto
luminoso delle piste anni Settanta ma piuttosto è stata un laboratorio vivente
di modernità, una cantante capace di attraversare generi, linguaggi,
tecnologie, lasciando un’impronta che continua a risuonare.
Nata a Boston, cresciuta tra gospel e teatro, arriva in
Europa nei primi anni Settanta e trova a Monaco di Baviera il terreno ideale
per un incontro che cambierà la storia del pop. Con Giorgio Moroder e Pete
Bellotte costruisce un suono nuovo, fatto di pulsazioni elettroniche,
sensualità controllata, linee melodiche che sembrano muoversi da sole. Love
to Love You Baby, I Feel Love, Last Dance, Hot Stuff:
ogni titolo è un tassello di un immaginario che non appartiene più solo alla
disco, ma alla cultura contemporanea.
La sua voce è il centro di tutto. Calda, mobile, capace di
passare dal sussurro alla potenza senza perdere eleganza. Una voce che non
imita, non rincorre, non si appoggia a cliché. È una presenza che guida la
musica, non la segue. In I Feel Love diventa quasi uno strumento
elettronico; in Last Dance torna alla dimensione della grande interprete
soul; in Hot Stuff si misura con il rock senza perdere identità.
Quando se ne va, nel 2012, la notizia attraversa il mondo con
un senso di riconoscenza più che di nostalgia. Non è solo la scomparsa di
un’artista amatissima, ma la chiusura di un capitolo che aveva aperto lei
stessa, con una libertà creativa che oggi diamo per scontata. La musica
elettronica, il pop da club, la dance contemporanea… tutto porta tracce del suo
lavoro.
Riascoltarla oggi significa ritrovare una modernità che non
ha perso smalto. Le sue canzoni non appartengono a un’epoca, ma a un modo di
intendere il corpo, il ritmo, la voce come strumenti di emancipazione e di
gioia. Il 17 maggio resta così una data che non segna una fine, ma un passaggio,
la consapevolezza che certe voci non scompaiono, continuano a vivere nel tempo.

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