Roger McGuinn nasce il 13 luglio 1942 e cresce con una curiosità
musicale che sembra non avere confini. Da ragazzo ascolta il folk di Pete
Seeger, impara il banjo, studia armonie vocali, poi rimane folgorato dai
Beatles e capisce che la chitarra elettrica può diventare un ponte tra mondi che
fino a quel momento non si erano mai parlati davvero. È da questa intuizione
che nasce il suo percorso, una linea luminosa che attraversa gli anni Sessanta
e continua a influenzare musicisti di ogni generazione.
La sua Rickenbacker a dodici corde diventa presto un marchio
di fabbrica. Non è solo un suono, è una firma: arpeggi brillanti, accordi che
sembrano vibrare come campane, un timbro che porta aria, spazio, luce. Quando i
Byrds incidono Mr. Tambourine Man, quella chitarra crea un’atmosfera
nuova, sospesa tra tradizione folk e modernità elettrica. Dylan ascolta la loro
versione e capisce che la sua musica può cambiare pelle. McGuinn diventa così
uno dei protagonisti della svolta elettrica del cantautore di Duluth, un
passaggio che segna un’epoca.
Con i Byrds, McGuinn non si limita a definire il folk rock,
ma lo espande, lo spinge verso la psichedelia con Eight Miles High, poi
verso il country rock con Sweetheart of the Rodeo, un disco che anticipa
gli Eagles e tutta la stagione americana che unisce radici rurali e sensibilità
pop. Ogni volta che la band cambia direzione, lui è il punto di riferimento, la
bussola che indica la strada.
Dietro la sua figura c’è un musicista colto, curioso, sempre
pronto a sperimentare. Studia jazz, esplora la musica indiana, si avvicina ai
sintetizzatori quando quasi nessuno li usa. Negli anni Duemila crea Folk Den,
un archivio digitale di canzoni tradizionali americane che registra
personalmente per conservarne la memoria. È un gesto che racconta molto del suo
carattere: innovatore, sì, ma sempre legato alla tradizione, come se la sua
missione fosse quella di tenere insieme passato e futuro.
Roger McGuinn è uno dei pochi musicisti che possono dire di aver inventato un suono. La sua chitarra a dodici corde è diventata un simbolo, un modo di intendere la musica come spazio aperto, luminoso, capace di unire mondi diversi senza forzarli. Ogni volta che un arpeggio elettrico risuona limpido e cristallino, c’è un’eco del suo lavoro, una traccia di quella intuizione che, negli anni Sessanta, ha cambiato la storia del rock.


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