Una canzone che non voleva essere un successo e invece...
cambia tutto
Ci sono canzoni che nascono per essere dei singoli, costruite
con l’idea di funzionare in radio, di catturare subito. Losing My Religion
non è una di quelle. E forse è proprio per questo che, quando esce il 9
marzo 1991, sembra aprire una porta nuova, non solo per i R.E.M., ma per tutto il rock alternativo
americano.
La storia comincia in modo quasi banale, quando Peter Buck
compra un mandolino, lo porta in studio e inizia a giocherellarci. Non cerca
nulla, non sta componendo, sta provando, eppure, da quel giro ripetuto, un po’
ipnotico, nasce l’ossatura del brano. È una musica che non spinge, non strappa,
non cerca l’effetto. Si muove in cerchio, come un pensiero che non riesci a
scrollarti di dosso.
Su quella spirale si appoggia la voce di Michael Stipe,
esitante e intensa. Il titolo inganna: non c’è religione, non c’è misticismo.
C’è un’espressione tipica del Sud degli Stati Uniti che significa più o meno “sto
perdendo la pazienza”, “sto uscendo dai binari”. È la storia di un
sentimento che non sai come gestire, di un’ossessione che non vuoi confessare,
di un amore che non sai se esiste davvero o se te lo sei inventato. Una
fragilità detta sottovoce, senza melodrammi.
Poi arriva il video di Tarsem Singh, che è un piccolo
mondo a parte: immagini sospese, rallentate, quasi pittoriche, che sembrano
uscire da un sogno barocco. MTV lo manda in onda di continuo, e all’improvviso
quella canzone così strana, così poco “radiofonica”, diventa un simbolo.
Il risultato è sorprendente: i R.E.M., fino ad allora la band
di culto per eccellenza, i campioni del college rock, si ritrovano catapultati
nel mainstream mondiale. Losing My Religion entra nelle classifiche, Out
of Time esplode, arrivano i Grammy. Ma soprattutto arriva una nuova
percezione: che si può essere autentici, introversi, non allineati… e parlare
comunque a milioni di persone.
A distanza di anni, il fascino del brano resta intatto. Non
perché sia stato un successo, ma perché non ha mai cercato di esserlo. È una
canzone che sembra quasi capitata, come certe rivelazioni che arrivano quando
non le stai aspettando. E forse è proprio questo che la rende ancora così viva.

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