Gary Thain nasce in Nuova Zelanda nel 1948, lontano da tutto, e forse
per questo porta sempre con sé un senso di estraneità. È un ragazzo silenzioso,
riservato, con un talento naturale per il basso; non è un virtuoso
esibizionista, ma uno che costruisce fondamenta solide e melodiche sotto i
piedi degli altri.
Quando entra negli Uriah Heep nel 1972, la band sta
vivendo il suo momento d’oro. E lui diventa subito il cuore pulsante del
gruppo: linee di basso eleganti, creative, mai banali. È il motore
nascosto di album come Demons and Wizards, The Magician’s Birthday,
Sweet Freedom. La
sua presenza è magnetica ma discreta: non cerca la luce, la sostiene.
Ma dietro quella calma apparente c’è un ragazzo fragile, che non regge bene la pressione, le tournée infinite, l’ambiente tossico del rock anni ’70. Inizia a usare eroina per “reggere”, per anestetizzare l’ansia, per non sentire il peso del mondo. E lentamente scivola in una spirale che non riesce più a controllare.
È il 15 settembre 1974. Gli Uriah Heep stanno suonando a
Dallas, uno dei tanti concerti di un tour massacrante. Gary Thain è stanco,
pallido, consumato dalle droghe e dalla pressione, ma quando sale sul palco
sembra trasformarsi: il basso diventa la sua armatura, il suo rifugio.
A metà concerto succede qualcosa che nessuno dimenticherà
mai. Gary tocca un microfono difettoso mentre è collegato al suo basso. Una
scarica elettrica violentissima attraversa il suo corpo. Cade a terra,
immobile. La band si ferma, il pubblico trattiene il fiato. Per un attimo
sembra morto.
Lo portano via, lo rianimano. Sopravvive. Ma quella scossa
non è solo fisica… è simbolica. Da quel giorno Gary non è più lo stesso. Ha
paura del palco, paura degli strumenti, paura di sé stesso. La sua dipendenza
peggiora, la sua salute crolla, la band perde la pazienza.
Quando gli Uriah Heep lo licenziano, Gary vive quel gesto
come un tradimento irreparabile. Era la sua famiglia, il suo mondo, l’unico
posto dove si sentiva qualcuno. Senza la band, senza un ruolo, senza un futuro,
si lascia andare. Muore pochi mesi dopo, in silenzio, lontano dai riflettori.
La scossa di Dallas non lo ha ucciso sul momento, ma ha acceso
una crepa che non si è mai più richiusa.


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