West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

sabato 25 aprile 2026

Il piffero delle Quattro Province

 


Il piffero delle Quattro Province 

Una storia antica che continua a parlare al presente


Nell’Appennino che unisce idealmente Alessandria, Genova, Piacenza e Pavia esiste uno strumento che da secoli accompagna feste, riti e danze: il piffero delle Quattro Province. Un flauto ad ancia doppia, costruito in legno chiaro di bosso o in ebano scuro, capace di un suono penetrante e insieme caldo, riconoscibile già dalle prime note. La sua storia è fatta di artigiani, musicisti erranti, leggende e un patrimonio culturale che ancora oggi continua a rinnovarsi.

Nelle valli circola ancora il ricordo di figure quasi epiche, come Draghin, pifferaio dell’Ottocento noto per il carattere irrequieto e per la sua abilità. Si racconta che, imprigionato a Bobbio, avesse costruito da solo un piffero per dimostrare che non era uno strumento “proibito”. I suonatori dell’epoca, spesso in viaggio tra crinali e borghi, non sempre erano ben visti dal clero locale, che guardava con sospetto alle feste popolari. Eppure, proprio grazie a loro la musica riusciva a portare leggerezza nelle comunità contadine.

Draghin, realmente esistito e appartenente alla famiglia Suzzi della Val Boreca, è ricordato come custode di una sorta di “chiave” segreta dell’arte dei pifferai, tramandata di maestro in allievo. Viaggiò molto, suonò anche a Milano e secondo la tradizione morì proprio lì.

Accanto ai musicisti, la storia del piffero è legata a quella dei suoi artigiani. Nell’Ottocento botteghe come quella di Ferdinando Cogo, a Cantalupo Ligure, rifornivano i migliori suonatori del tempo. A Cicagna, in Val Fontanabuona, Nicolò Bacigalupo – conosciuto come “U Grisu” – contribuì a definire le forme e le misure dello strumento moderno. Il suo laboratorio è stato preservato grazie all’opera di Ettore Guatelli, appassionato raccoglitore di oggetti della cultura popolare.

Nel Novecento e fino ai giorni nostri la tradizione non si è interrotta: artigiani come Giovanni Agnelli ed Ettore Losini, in Val Trebbia, hanno continuato a costruire pifferi mantenendo viva una competenza che passa di mano in mano.

Lo strumento affonda le sue radici nella diffusione medievale dell’oboe in Europa e nella presenza, nell’Italia nord-occidentale, della ciaramella. È parente della bombarda bretone e presenta una canna lunga e sottile, spesso decorata con incisioni che richiamano animali o motivi vegetali. Per secoli ha suonato insieme alla musa, la cornamusa appenninica, oggi sostituita quasi ovunque dalla fisarmonica.

Dipinti del Seicento – come quelli di Bernardino Strozzi – testimoniano la presenza di strumenti simili nell’Italia settentrionale. Ma è nelle Quattro Province che il piffero ha trovato la sua identità più forte, diventando simbolo di appartenenza e memoria condivisa.

Secondo gli studi di Claudio Gnoli, esisteva una vera e propria scuola di pifferai che trasmetteva oralmente repertori, tecniche e segreti del mestiere. Ancora oggi i suonatori guidano feste e riti comunitari: canti come le bujasche e gli stranot, danze come la piana, l’alessandrina, la monferrina, la giga, la polca a saltini, la mazurca e il valzer.

Tra i protagonisti contemporanei spicca Stefano Valla, originario di Cegni, erede musicale del pifferaio Ernesto Sala. Insieme al fisarmonicista Daniele Scurati porta la musica delle Quattro Province in festival, teatri, conferenze e celebrazioni locali, mantenendo un equilibrio tra tradizione e rinnovamento.

Da oltre vent’anni il piffero è anche al centro dell’Appennino Festival, ideato da Maddalena Scagnelli e Franco Guglielmetti. La rassegna, diffusa e itinerante, unisce musica antica, canti popolari e scoperta del territorio: monasteri, borghi, pascoli d’alta quota, boschi e sentieri diventano scenari naturali per concerti e performance.

Il festival nasce nel 2002 lungo il crinale che unisce Val Boreca, Val Borbera e Val Staffora, e nel tempo è diventato un motore di turismo lento, capace di valorizzare un’area ancora poco conosciuta. Le antiche vie del sale e la Via degli Abati, che collegavano Europa continentale e Mediterraneo, ritrovano così una voce attraverso un paesaggio sonoro ricco di forme, stili e strumenti unici.







Nessun commento:

Posta un commento