West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

sabato 25 aprile 2026

Il piffero delle Quattro Province

 


Il piffero delle Quattro Province 

Una storia antica che continua a parlare al presente


Nell’Appennino che unisce idealmente Alessandria, Genova, Piacenza e Pavia esiste uno strumento che da secoli accompagna feste, riti e danze: il piffero delle Quattro Province. Non è – come talvolta si legge – un flauto ad ancia doppia, perché i flauti non hanno ance: generano il suono grazie al labium che mette in vibrazione la colonna d’aria interna. Il piffero appartiene invece alla grande famiglia degli oboi popolari, come le ciaramelle, le bombarde, le zurne o i duduk, strumenti in cui è l’ancia doppia a vibrare e a creare il timbro caratteristico. Negli strumenti ad ancia semplice – i cosiddetti clarinetti popolari – vibra invece una sola lamella battente.

Il piffero delle Quattro Province è dunque un oboe popolare costruito in bosso o in ebano, dalla voce penetrante e calda, riconoscibile già dalle prime note. Per secoli ha dialogato con la müsa, la cornamusa appenninica: nel chanter della müsa troviamo un altro oboe, mentre nei bordoni risuonano canne ad ancia semplice, quindi “clarinetti” nel senso organologico del termine. È un mondo vasto, affascinante, in cui è facile perdersi e altrettanto bello lasciarsi guidare.

Negli anni ’30 del Novecento la müsa venne progressivamente sostituita dalla fisarmonica, che cambiò anche il modo di suonare il piffero. Prima era il piffero a marcare gli accenti e a guidare il tempo; con l’arrivo della fisarmonica fu quest’ultima a stabilire la pulsazione, mentre il piffero iniziò a muoversi con maggiore libertà melodica sopra un tappeto sonoro più stabile.

Nelle valli circola ancora il ricordo di figure quasi epiche, come Draghin, pifferaio dell’Ottocento noto per il carattere irrequieto e per la sua abilità. Si racconta che, imprigionato a Bobbio, avesse costruito da solo un piffero per dimostrare che non era uno strumento “proibito”. I suonatori dell’epoca, spesso in viaggio tra crinali e borghi, non sempre erano ben visti dal clero locale, che guardava con sospetto alle feste popolari. Eppure, proprio grazie a loro la musica riusciva a portare leggerezza nelle comunità contadine.

Draghin, realmente esistito e appartenente alla famiglia Suzzi della Val Boreca, è ricordato come custode di una sorta di “chiave” segreta dell’arte dei pifferai, tramandata di maestro in allievo. Viaggiò molto, suonò anche a Milano e secondo la tradizione morì proprio lì.

Accanto ai musicisti, la storia del piffero è legata a quella dei suoi artigiani. Nell’Ottocento botteghe come quella di Ferdinando Cogo, a Cantalupo Ligure, rifornivano i migliori suonatori del tempo. A Cicagna, in Val Fontanabuona, Nicolò Bacigalupo – conosciuto come “U Grisu” – contribuì a definire le forme e le misure dello strumento moderno. Il suo laboratorio è stato preservato grazie all’opera di Ettore Guatelli, appassionato raccoglitore di oggetti della cultura popolare.

Nel Novecento e fino ai giorni nostri la tradizione non si è interrotta: artigiani come Giovanni Agnelli ed Ettore Losini, in Val Trebbia, hanno continuato a costruire pifferi mantenendo viva una competenza che passa di mano in mano.

Lo strumento affonda le sue radici nella diffusione medievale dell’oboe in Europa e nella presenza, nell’Italia nord-occidentale, della ciaramella. È parente della bombarda bretone e presenta una canna lunga e sottile, spesso decorata con incisioni che richiamano animali o motivi vegetali. Per secoli ha suonato insieme alla musa, la cornamusa appenninica, oggi sostituita quasi ovunque dalla fisarmonica.

Dipinti del Seicento – come quelli di Bernardino Strozzi – testimoniano la presenza di strumenti simili nell’Italia settentrionale. Ma è nelle Quattro Province che il piffero ha trovato la sua identità più forte, diventando simbolo di appartenenza e memoria condivisa.

Secondo gli studi di Claudio Gnoli, esisteva una vera e propria scuola di pifferai che trasmetteva oralmente repertori, tecniche e segreti del mestiere. Ancora oggi i suonatori guidano feste e riti comunitari: canti come le bujasche e gli stranot, danze come la piana, l’alessandrina, la monferrina, la giga, la polca a saltini, la mazurca e il valzer.

Tra i protagonisti contemporanei spicca Stefano Valla, originario di Cegni, erede musicale del pifferaio Ernesto Sala. Insieme al fisarmonicista Daniele Scurati porta la musica delle Quattro Province in festival, teatri, conferenze e celebrazioni locali, mantenendo un equilibrio tra tradizione e rinnovamento.

Da oltre vent’anni il piffero è anche al centro dell’Appennino Festival, ideato da Maddalena Scagnelli e Franco Guglielmetti. La rassegna, diffusa e itinerante, unisce musica antica, canti popolari e scoperta del territorio: monasteri, borghi, pascoli d’alta quota, boschi e sentieri diventano scenari naturali per concerti e performance.

Il festival nasce nel 2002 lungo il crinale che unisce Val Boreca, Val Borbera e Val Staffora, e nel tempo è diventato un motore di turismo lento, capace di valorizzare un’area ancora poco conosciuta. Le antiche vie del sale e la Via degli Abati, che collegavano Europa continentale e Mediterraneo, ritrovano così una voce attraverso un paesaggio sonoro ricco di forme, stili e strumenti unici.







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