Il piffero delle Quattro Province
Una storia antica che continua a
parlare al presente
Nell’Appennino che unisce idealmente Alessandria, Genova,
Piacenza e Pavia esiste uno strumento che da secoli accompagna feste, riti e
danze: il piffero delle Quattro Province. Un flauto ad ancia doppia,
costruito in legno chiaro di bosso o in ebano scuro, capace di un suono
penetrante e insieme caldo, riconoscibile già dalle prime note. La sua storia è
fatta di artigiani, musicisti erranti, leggende e un patrimonio culturale che
ancora oggi continua a rinnovarsi.
Nelle valli circola ancora il ricordo di figure quasi epiche,
come Draghin, pifferaio dell’Ottocento noto per il carattere irrequieto e per
la sua abilità. Si racconta che, imprigionato a Bobbio, avesse costruito da
solo un piffero per dimostrare che non era uno strumento “proibito”. I
suonatori dell’epoca, spesso in viaggio tra crinali e borghi, non sempre erano
ben visti dal clero locale, che guardava con sospetto alle feste popolari.
Eppure, proprio grazie a loro la musica riusciva a portare leggerezza nelle
comunità contadine.
Draghin, realmente esistito e appartenente alla famiglia
Suzzi della Val Boreca, è ricordato come custode di una sorta di “chiave”
segreta dell’arte dei pifferai, tramandata di maestro in allievo. Viaggiò
molto, suonò anche a Milano e secondo la tradizione morì proprio lì.
Accanto ai musicisti, la storia del piffero è legata a quella
dei suoi artigiani. Nell’Ottocento botteghe come quella di Ferdinando Cogo, a
Cantalupo Ligure, rifornivano i migliori suonatori del tempo. A Cicagna, in Val
Fontanabuona, Nicolò Bacigalupo – conosciuto come “U Grisu” – contribuì a
definire le forme e le misure dello strumento moderno. Il suo laboratorio è
stato preservato grazie all’opera di Ettore Guatelli, appassionato raccoglitore
di oggetti della cultura popolare.
Nel Novecento e fino ai giorni nostri la tradizione non si è
interrotta: artigiani come Giovanni Agnelli ed Ettore Losini, in Val Trebbia,
hanno continuato a costruire pifferi mantenendo viva una competenza che passa
di mano in mano.
Lo strumento affonda le sue radici nella diffusione medievale
dell’oboe in Europa e nella presenza, nell’Italia nord-occidentale, della
ciaramella. È parente della bombarda bretone e presenta una canna lunga e
sottile, spesso decorata con incisioni che richiamano animali o motivi
vegetali. Per secoli ha suonato insieme alla musa, la cornamusa appenninica,
oggi sostituita quasi ovunque dalla fisarmonica.
Dipinti del Seicento – come quelli di Bernardino Strozzi –
testimoniano la presenza di strumenti simili nell’Italia settentrionale. Ma è
nelle Quattro Province che il piffero ha trovato la sua identità più forte,
diventando simbolo di appartenenza e memoria condivisa.
Secondo gli studi di Claudio Gnoli, esisteva una vera e
propria scuola di pifferai che trasmetteva oralmente repertori, tecniche e
segreti del mestiere. Ancora oggi i suonatori guidano feste e riti comunitari:
canti come le bujasche e gli stranot, danze come la piana, l’alessandrina, la
monferrina, la giga, la polca a saltini, la mazurca e il valzer.
Tra i protagonisti contemporanei spicca Stefano Valla,
originario di Cegni, erede musicale del pifferaio Ernesto Sala. Insieme al
fisarmonicista Daniele Scurati porta la musica delle Quattro Province in
festival, teatri, conferenze e celebrazioni locali, mantenendo un equilibrio
tra tradizione e rinnovamento.
Da oltre vent’anni il piffero è anche al centro
dell’Appennino Festival, ideato da Maddalena Scagnelli e Franco Guglielmetti.
La rassegna, diffusa e itinerante, unisce musica antica, canti popolari e
scoperta del territorio: monasteri, borghi, pascoli d’alta quota, boschi e
sentieri diventano scenari naturali per concerti e performance.
Il festival nasce nel 2002 lungo il crinale che unisce Val
Boreca, Val Borbera e Val Staffora, e nel tempo è diventato un motore di
turismo lento, capace di valorizzare un’area ancora poco conosciuta. Le antiche
vie del sale e la Via degli Abati, che collegavano Europa continentale e
Mediterraneo, ritrovano così una voce attraverso un paesaggio sonoro ricco di
forme, stili e strumenti unici.






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