Il 16 aprile 1970 è una di quelle giornate in cui un
riconoscimento formale arriva a confermare ciò che il pubblico aveva già capito
da mesi: Whole Lotta Love dei Led Zeppelin non era soltanto un singolo di successo, era un
segnale di trasformazione.
La RIAA certifica il disco d’oro dopo un milione di
copie vendute negli Stati Uniti, un traguardo che sorprende solo chi non aveva
colto la portata di quel brano. Perché Whole Lotta Love non seguiva le
regole del pop radiofonico dell’epoca, anzi le sfidava apertamente. Durava
troppo, aveva una sezione centrale che sembrava uscita da un laboratorio di
suoni più che da uno studio rock, e portava in primo piano un’energia quasi
fisica, fatta di riff che non concedevano tregua.
Jimmy Page aveva costruito quel suono come un architetto che
lavora con materiali incandescenti, mentre la voce di Robert Plant oscillava
tra desiderio, invocazione e pura elettricità. John Bonham teneva tutto insieme
con un drumming che non era accompagnamento, era struttura portante. John Paul
Jones, come spesso accadeva, cuciva gli spazi, riempiva i vuoti, dava
profondità.
Che un brano così arrivasse a vendere un milione di copie
negli Stati Uniti significava che il pubblico era pronto a qualcosa di diverso,
forse più ruvido, più diretto, più vicino alla sensazione di un concerto che a
quella di un singolo da classifica. Era il rock che usciva definitivamente
dall’adolescenza e cominciava a parlare con un’altra voce.
La certificazione d’oro non cambiò la traiettoria dei Led
Zeppelin, che era già lanciata verso un decennio di dominio, ma ne sancì la
forza in un mercato che spesso diffidava delle deviazioni. Quel giorno del 1970
resta come un punto fermo: il momento in cui un brano nato per scuotere
diventò, ufficialmente, un classico.
E ancora oggi, quando parte quel riff, sembra di sentire la stessa scintilla che convinse un milione di persone a portarsi a casa quel singolo. Una scelta istintiva, quasi inevitabile, come tutte le cose che funzionano davvero.

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