West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

venerdì 22 agosto 2014

“Ufficio di scollocamento”, di Simone Perotti e Paolo Ermani.



Avevo la ferma intenzione di recensire - parola grossa! - “Ufficio di scollocamento”, di Simone Perotti e Paolo Ermani.
Mentre Simone scriveva una dedica sul libro appena acquistato, gli anticipavo le mie intenzioni: “Lo leggo e butto giù qualcosa”… una promessa? Una minaccia? Sarebbe certamente più utile se le parole uscissero copiose e obiettive, e venissero pubblicate dal quel famoso giornalista da lui citato, censore volontario per “esigenze politiche”. Ma il mosaico si completa con tanti minuscoli frammenti, e alla fine anche il mio pensiero potrà forse rappresentare un piccolo contributo alla diffusione di questo saggio atipico.
Purtroppo sono esageratamente coinvolto da situazioni personali, e risulterà alla fine impossibile il restare entro i confini che normalmente si dovrebbero rispettare in queste occasioni.
Parto quindi dalla genesi di questa mia conoscenza per esaltare il positivo derivante dalla tecnologia avanzata, fatto doveroso perché senza di essa non avrei probabilmente mai conosciuto “Ufficio di scollocamento” e uno dei suoi autori.
E’ un mercoledì sera quando nella posta elettronica trovo l'usuale comunicazione della Libreria Ubik, foriera di novità e di futuri incontri.
Il titolo del book mi colpisce immediatamente e le note di accompagnamento sono talmente efficaci che d’istinto cerco “Simone Perotti” su facebook e lo trovo. Scrivo d’istinto un piccolo messaggio e dopo un’ora trovo una risposta, e mi convinco che il giorno dopo, alle 18, devo ascoltare cosa lui ha da dire, nella mia città, Savona.
Arrivo con un po’ di anticipo e lo vedo girare nelle vie circostanti, lo chiamo e pare si ricordi di me; qualche parola e prendiamo posto nella saletta dove il libro verrà presentato.
Prima di proseguire nel racconto della giornata devo evidenziare che mai mi era capitato di trovarmi nella situazione in cui l’esposizione e l’interazione avessero una tendenza verso l’infinito; se l’incontro fosse stato programmato in un’ora più favorevole - ma le 18 sono perfette per la maggior parte dei casi- tre ore non sarebbero bastate, tenuto conto che una l’avrei portata via io. Vedremo qualche dettaglio in più a seguire.
“Scollocarsi” non è un gioco di parole, ma è esattamente il contrario di ”collocarsi”, e sta a significare, in soldoni, smettere di lavorare e cominciare a vivere. Detto così suona come utopistico, anarchico, superficiale, riassunto populistico di un comune malessere che trova facili consensi.
E per “scollocarsi” nascono reali “uffici di scollocamento”, sparsi in tutta Italia, e gestiti con professionalità, con l’intento di aiutare a cambiare vita.
Non posso proseguire senza sottolineare che non ho avvertito nessuna posizione politica specifica. E’ questo un libro politico, e far riflettere sulla necessità di lasciare il mondo del lavoro significa assolutamente fare politica, ma non saprei attribuire a Perotti nessuno dei colori che siamo soliti dare, seguendo categorie ben conosciute  e rassicuranti.
Aggrapparsi alla situazione sociale attuale, immaginando di essere  buoni manager, e ipotizzando quindi la realtà, fatta di disastrosi scenari futuri, porta con facilità a condividere il pensiero contenuto nel libro.
La nostra società non funziona… non funziona più, e qualcuno avrebbe dovuto spingerci a pensare per tempo che non si può crescere all’infinito e che il momento della saturazione non era cosa che riguardava altri. Sarebbe lungo, ma facile, fare ora un elenco delle cose che abbiamo assorbito, accumulato, e ritenuto indispensabili per uniformarci, incoscienti e speranzosi che la cosa potesse durare per molto, almeno sino alla pensione, momento tutt’altro che destinato al riposo, ma, al contrario, l’inizio della vera vita.
E come è noto tutto quanto ci è ora negato da chi ha deciso che l’asticella si è alzata e che vivremo molto più a lungo. Beh… riutilizzo la parola “manager”, perché in uno dei miei innumerevoli corsi sulla comunicazione mi è stato spiegato che “… il MANAGER ha la capacità di prevedere scenari futuri e quella di pianificare le azioni atte a guidare i cambiamenti”, e quindi i  grandi manager del momento sono al lavoro secondo l’assioma appena citato, e ci aspetta un roseo percorso da settantenni.
Non credo che il problema sia ciò che sta accadendo ora, o ciò che è avvenuto venti… trenta anni fa, con differenti “conduttori” al potere. Mi sono guardato attorno, ho posato un occhio sull’azienda in cui lavoro, assumendola come significativa e rappresentativa di qualcosa di più generale, e  ho pensato alle persone che la popolano, tutti, senza esclusione alcuna: operai, impiegati, quadri, dirigenti… nessuno, nessuno, nessuno, ha scelto il mestiere che esercita… tutto è stato casuale, fortuito, necessario per la sopravvivenza, per la formazione di quel microcosmo familiare che potesse ricreare il modello sociale che altri hanno disegnato per noi, e che alla fine abbiamo ritenuto fosse l’unico possibile, e degno della medaglia dopo i venticinque anni di lavoro, per non parlare dell’orologio d’oro dei trentacinque, a un passo dalla pensione. In realtà è un mondo di infelici, dove far passare la giornata è un enorme peso psicologico, oltre che, in molti casi, fisico. Un mondo di lavativi e fannulloni? Ingrati? Superficiali?
Simone Perotti (non ho idea dell’età di Paolo Ermani) ha capito precocemente ciò che prima o poi tutti riescono a capire, con il raggiungimento di una certa età, ma credo che certi sentimenti siano più forti in chi ha avuto buone opportunità di carriera, in chi godeva nel raccontare le sue dodici ore di lavoro medie, in chi si crogiolava nel raccontare che aveva dovuto trascurare la famiglia e i propri piaceri, in chi ha avuto una sana ambizione che magari lo ha condotto ad immedesimarsi con chi era la causa del suo enorme impegno, arrivando persino ad acquistare l’auto privata uguale, per colore e tipologia, a quella aziendale!
E arriva il giorno della verità, e tutto crolla, perché si realizza che il tempo a disposizione è limitatissimo e non si può più perdere un attimo e occorre pensare a vivere realmente, a dedicarsi a se stessi e ai propri cari, a osservare ciò che ci circonda, ad apprezzare le piccole cose, a imparare tutto ciò che prima non interessava o si pensava non potesse interessare, ad oziare.
I manager- sempre loro- che ci spiegano che avremo tempo per tutto questo perché vivremo a lungo, sono purtroppo poco credibili, e tutti i buoni proposti appena elencati riempiranno il libro dei sogni.
Ma il cambiare vita, secondo gli autori, diventerà una necessità, perché i presupposti su cui si è basato sino ad oggi il nostro benessere sono destinati a cadere.
Il libro di cui sto scrivendo propone cose concrete, e la nascita dei primi “uffici” ne è la prova.
La scelta di rinunciare a quella che è considerata tradizionalmente “la sicurezza di un futuro sereno”, è quella fatta da Perotti, che dopo venti anni di lavoro nel settore della comunicazione, con stipendio invidiabile e prospettive luminose -secondo canoni conosciuti- ha deciso di vivere in modo alternativo.
Casa decentrata e posta a contatto con la natura, autoproduzione di ciò che necessita (energia, cibo e prodotti della terra), antica pratica dello scambio, lavoro stagionale nel campo da lui conosciuto, quello della navigazione, riduzione massima di esigenze e costi, fabbisogno mensile ridotto al minimo consentito.
Gli uffici di “scollocamento” hanno quindi il compito di guidare il cambiamento e formare e supportare chi decide almeno di provare, seguendo il proprio istinto.
Il fenomeno non è certo nuovo ed esistono comunità fuori dai nostri confini che sono decisamente collaudate, così come non mancano gli esempi di chi ha estremizzato il concetto ed ha rinunciato completamente al denaro, per non parlare di chi, già nel secolo scorso, teorizzava la necessità di vivere secondo determinati canoni più a misura d’uomo.
La discussione nel corso della presentazione è stata davvero coinvolgente e ha stimolato domande di un certo spessore. Ma il fatto sorprendente e che l’incontro è “cresciuto” col passare dei minuti sino al punto massimo, registrato quando una donna presente si è consegnata nelle mani di Simone Perotti, chiedendo conforto per le proprie coraggiose scelte - come quella di aver optato volontariamente per il part time- e operando una sorta di confessione che ha dato la sensazione di  una liberazione terapeutica.
Ciò che sto trattando con una buona dose di cosciente e ricercata superficialità, e cioè i dettagli dell’opera, dovranno essere scoperti, step by step, nel corso della lettura.
Personalmente sono rimasto entusiasta dai principi e ritengo che ciò che gli autori hanno illustrato debba costituire uno stimolo alla riflessione; tra il bianco e il nero ci sono una vasta gamma di tonalità che rappresentano la posizione che ognuno di noi può assumere, magari modificandola col passare del tempo. L’importante è prendere coscienza che è finito il mondo che abbiamo ingenuamente creduto fosse l’unico possibile e che la “crescita continua” era un’illusione e, con un po’ di attenzione in più, lo avremmo potuto capire da tempo. Questa consapevolezza può portarci almeno a qualche piccola variazione nello stile di vita che, se passata ai nostri figli, può essere l’origine del vero cambiamento culturale.
Avrei potuto essere al posto di Perotti o meglio, assieme a lui, alla Ubik, e sarei stato in grado di parlare per ore, per giorni, forse, dando spunti per confermare le parole dello scrittore. Lo farò in altro modo, iniziando dal diffondere questo mio scritto.
In tutto quanto sentito e letto ho però trovato qualcosa che rende difficile l’applicazione in determinati casi, nonostante la convinzione di operare scelte coraggiose.
Colgo poche parole tratte dal libro: “ Lo scollocamento è una scelta dell’individuo…”. L’impressione che ho avuto è che, se da un lato capire e agire può essere fatto estremamente rapido, dall’altro diventano proibitive le scelte collettive, laddove i componenti di una famiglia, fatta di uomini e donne inseriti in contesti conosciuti, possono non condividere o non percepire il bisogno di cambio di rotta, così come la tranquillità economica può essere necessaria in alcuni momenti fondamentali, come ad esempio il completamento di un ciclo di studio.
Simone Perotti potrà darmi qualche delucidazione supplementare, ma credo che lui  e Paolo Ermani abbiano centrato almeno parte dell’obiettivo, consapevoli che i cambiamenti culturali richiedono del tempo, e che il loro libro è un concentrato di stimoli che vanno nella giusta direzione.
Da qualche parte occorre iniziare, senza pensare di scalare in un sol giorno una montagna, e una piccola e inusuale azione, prolungata nel tempo, può fornire il coraggio necessario ad un passo successivo. “Ufficio di scollocamento” mi ha dato la spinta per attuare una prima piccola, significativa modifica… e altre seguiranno, in quello che poteva essere lo speranzoso sottotitolo del libro…”effetto domino”.



“Ufficio di scollocamento” ,  di  Simone Perotti e Paolo Ermani
Editore Chiarelettere


INFO DALLA RETE

Simone Perotti (www.simoneperotti.com) dopo quasi vent’anni di lavoro nel settore della comunicazione ha lasciato tutto e oggi si dedica a scrivere e navigare. È autore del primo libro che ha portato in Italia il fenomeno del DOWNSHIFTING (scalare marcia, rallentare), ADESSO BASTA (Chiarelettere 2009, 11 edizioni). Con Chiarelettere ha pubblicato anche AVANTI TUTTA (2011).

Paolo Ermani (www.pensarecomelemontagne.it), presidente dell’associazione Paea (Progetti alternativi per l’energia e l’ambiente), da oltre due decenni lavora sui temi energetici, ambientali e degli stili di vita. Ha pubblicato, con Valerio Pignatta, PENSARE COME LE MONTAGNE (Ed.Terra Nuova 2011). È tra gli ideatori del quotidiano on line “Il Cambiamento”.


lunedì 4 agosto 2014

“Stelle grigie-racconti”. il libro di Luca Vicenzi



Ho da poco terminato la lettura di  “Stelle grigie-racconti”, in una modalità per me anomala, un file PDF che scorre più o meno veloce sotto ai miei occhi. Pare sia il futuro, ma la carta, se si parla di libri, resta ancora la mia scelta primaria.
Dopo l’immagine iniziale, capace di dare indicazioni, se si possiede un certo allenamento e un minimo di sensibilità, sono “caduto” sulla prefazione di Emanuele Rozzoni, eminente letterato che fornisce una sua visione precisa dell’autore e della sua opera.
Per avere un’idea della lunghezza dello scritto, ho fatto scorrere velocemente il cursore e mi sono arrestato sulla postfazione di Fabrizio Fantoni, professionista nel campo della Psicologia e Psicoterapia, che nell’occasione indaga sui personaggi e sulle ambientazioni che li vedono in azione, motivando alcuni comportamenti all’interno di episodi caratterizzanti, utilizzati per un’analisi precisa e coinvolgente.
Raccontata così potrebbe sembrare l’inutile scoperta dell’assassino, in un giallo avvincente, prima di aver letto le premesse, e come ci viene spesso ricordato, l’obiettivo non è la meta, ma il percorso. Concordo.
Ciò che Luca Vicenzi descrive non è fortunatamente materia per soli esperti e studiosi, e questo mi permette  di affermare con soddisfazione che “Stelle grigie” non è parto per sola nicchia.
Conosco Luca da molti anni, ma non lo conosco.
Specifico, non ho mai avuto il piacere di un incontro personale, ma attraverso conoscenze comuni e un po’ di sana tecnologia, sono entrato nel suo mondo musicale, ho conosciuto i suoi progetti, e ho estrapolato un’immagine di genio, che crea indipendentemente da ciò che il mercato vorrebbe, utilizzando il mondo dei suoni per comunicare, anche se l’impressione è che sia più importante la ricerca rispetto alla preoccupazione di essere compresi sino in fondo. Sì, la musica che ho assimilato, la sua musica, non si preoccupa dell’eventuale isolamento, e forse proprio in quello trova una buona motivazione nello sperimentare.
Intendiamoci, il problema riguarda migliaia di anime che rifiutano la sfera commerciale, ma nel caso specifico, ritornando al libro, posso dire che quanto ho letto non mi ha stupito, anzi, ha arricchito la mia picture di Luca, confermando le impressioni basate su alcuni CD e su qualche scambio di battute via mail, diventate poi interviste.
Luca Vicenzi snocciola una serie di racconti - ventidue mi pare - che sforando nel campo musicale potrei definire elementi di un concept album, interconnessi tra loro, eppure episodi singoli che vivono di vita propria.
Ripensando ai diversi momenti in cui ho portato avanti la lettura, direi che ogni narrazione potrebbe essere considerata rappresentativa dell’intero libro, essendo un concentrato capace di contenere un significato che si ritrova cammin facendo, riga dopo riga.
Se dovessi dare un colore con cui dipingere adeguatamente il libro, associando umore a contenuti, non esiterei nell’usare il grigio, sfumatura che mi ha accompagnato per tutta la lettura, e sono certo di non essere stato influenzato dal titolo dell’opera.
Impossibile non immedesimarsi in una delle tante situazioni descritte, talmente reali che devono per forza far parte del vissuto - più o meno diretto - di Vicenzi.
Stati di disperazione, di alienazione, di disagio acuto, di apparente sollievo e rapido ritorno alla realtà, con epiloghi che aspettano una continuazione, e momenti in cui si è presi dall’angoscia. E’ un racconto del sociale malato che è ben conosciuto, che per lungo tempo si legge solo nei contenitori di altri, mantenendo le distanze, e che poi arriva a colpirci quando meno ce lo aspettiamo, e capiamo magari che da tempo era in atto una pericolosa convivenza, forse latente, inconscia, all’improvviso manifesta.
Mestieri precari, amori impossibili, racconti di fantasia, con un fondo estremamente corposo che si chiama solitudine, anche in mezzo a milioni di persone.
Viviamo in un’era caratterizzata da immense possibilità tecnologiche, e la comunicazione viaggia in un nanosecondo verso gli estremi del mondo, rimandandoci indietro una risposta, più o meno soddisfacente, nello stesso spazio temporale. Eppure… nessuno è capace di ascoltare, in modo attivo intendo.
La lettura ha contemplato numerose soste riflessive, e in una di queste mi è venuto spontaneo pensare a quante persone ho conosciuto nella vita capaci di “saper ascoltare”, e la risposta che mi sono dato è drammatica, perché, ben che vada, sono racchiuse nel pugno di una mano.
Che cosa può alleggerirci nel percorso? Cosa può attenuare il dolore?
Forse condividerlo senza pudore, alla ricerca di un positivo punto di incontro.
Forse il viaggio della nostra vita, reale o immaginario, purché in corretta compagnia.
Il tutto non può prescindere dall’amore, anch’esso da mettere in comune, amore per una donna, per un uomo, per qualsiasi entità capace di dare una risposta e chiudere il loop. O forse il solo sapere donare, senza chiedere niente in cambio, è un modello perfetto a cui ispirarsi.
Ritorno alla musica, una trama scritta apposta per “Stelle grigie”.
Abbandona per un attimo l’avanguardia, la sperimentazione, l’elettronica, Luca.
Inventa qualcosa che possa diventare il sottofondo dei tuoi personaggi, dall’operaio demotivato all’impiegato frustrato, dall’amante ferita al tassista vissuto.
Ma inventa soprattutto la colonna sonora dell’infelicità diffusa di cui racconti.
Per me è chiara la scelta, solo un lungo e sofferto blues può esprimere certi sentimenti: “no pain no blues…”. E assieme al grido di dolore nascerà anche la speranza che solo quella musica è capace di contenere, una visione che tende ad allontanarsi dal grigiore a cui accennavo, verso la ricerca di colori più decisi e positivi, gradazioni che hanno a che fare con la certezza che prima o poi qualcosa accadrà. E noi sapremo cogliere l’attimo.

“E dopo un viaggio lungo una vita, muovendo sempre nella stessa direzione, si ritrovò al punto di partenza, con occhi nuovi per vedere, e finalmente la sua sete si placò: la meta era raggiunta, finalmente a casa...".



giovedì 24 luglio 2014

Langston Hughes e ... i nostri sogni



Mentre girovagavo in rete, alla ricerca di un testo inglese da musicare, sono incappato in questo scrittore, per me sconosciuto.

La poesia è la seguente.

Il suo primo romanzo, pubblicato nel 1930 "Not Without Laughter" gli valse la medaglia d'oro Harmon per la letteratura. Hughes, che dichiarava di essere stato fortemente influenzato da Paul Lawrence Dunbar, Carl Sandburg e Walt Whitman, è conosciuto principalmente per i suoi ritratti penetranti e vivaci della vita dei neri in America, dagli anni '20 agli anni '60. Scrisse romanzi, racconti brevi e lavori teatrali, oltre alla poesia.
Langston Hughes voleva raccontare le storie del suo popolo in un modo che riflettesse la loro cultura autentica, sia la sofferenza che il loro amore per la musica, il loro saper e voler ridere nelle avversità ed anche il loro linguaggio.
Le sue opere pubblicate fino al 1967 comprendono nove libri di poesie, otto racconti brevi, due romanzi, sette libri per bambini, un discreto numero di opere teatrali, saggi e traduzioni ed una autobiografia in due volumi. Nel 1961 Hughes fu invitato a far parte del National Institute of Arts and Letters.
Hughes, come molti artisti neri dell'epoca, si sentì attratto dalle promesse del socialismo, come alternativa ad una America segregata. Andò in Unione Sovietica per partecipare alla produzione di un film che non fu mai girato e viaggiò in lungo e largo nell'Asia centrale ed in aree dell'Unione Sovietica che erano solitamente interdette agli occidentali. Le poesie di Hughes venivano spesso pubblicate sul giornale del PCUS e fu coinvolto in iniziative promosse da organizzazioni comuniste, come la lotta per liberare gli Scottsboro Boys e sostenere la Repubblica spagnola. Sebbene vicino ad alcune organizzazioni socialiste negli USA, come i John Reed Clubs e la Lega per la lotta per i Diritti dei Neri, fu più un simpatizzante che un partecipante attivo.
Langston Hughes morì per le complicazioni di un tumore alla prostata il 22 maggio 1967.



"Bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile. Ma non esiste un sogno perpetuo. Ogni sogno cede il posto ad un sogno nuovo. E non bisogna volerne trattenere alcuno" (Herman Hesse)

venerdì 13 giugno 2014

Un gruppo antipatico... ma forse molto di più!


Il sindaco della città in cui “si stanno ricaricando” gli azzurri afferma che il clan italiano è antipatico, riferendosi al muro issato a difesa dei nostri calciatori e dei loro accompagnatori.
Su questo giudizio pesa il fatto che il primo cittadino di Mangaratiba non è riuscito ad entrare nel resort per consegnare un dono a Ballottaggi, sorry, Balottelli. Pare abbia detto:  "Nemmeno Obama ha simili filtri!”.
Per contro si vede il tecnico inglese, la nostra buona conoscenza Roy Hodgson, uscire tranquillamente dall'hotel in cui soggiorna, in piena solitudine, lasciandosi anche avvicinare da tutti quei rompiscatole che cercano di bloccarlo parlandogli del clima e di tutte le banalità che possono passare per la mente, peraltro domande fatte senza proferire verbo nella lingua di Albione.
Sembra un affare di stato... De Sciglio si è infortunato! Lo vediamo salire su un auto, quasi nascosto, coccolato come neanche Gesù Cristo ... e chi sarà mai quest'uomo? Quando mai è riuscito a fare un cross per la testa di un attaccante? E io sono milanista!
E poi i tweet, le fidanzate, le mogli... un nugulo di persone privilegiate, con l'aereo personale pronto per uno spostamento interno di quattro ore, tanto da non dover sottoporsi ai soliti noiosi controlli, a cui noi tutti, comuni mortali, dobbiamo sottostare, giustamente, quando affrontiamo un viaggio.
Il controllo dell'umidità, della temperatura, del cibo... e poi, al primo italiano che realizza un goal, un quintale di miele in regalo! Ma diamolo a chi vive nelle favelas il miele! Ma ne avete mai vista una, di favela,  voi del clan azzurro, con a capo  dei portaborse l'utilissimo Albertini? E io sono milanista. E pensare che i tedeschi hanno persino palleggiato con i bambini che vivono in quei luoghi così... inusuali!
E che dire dei tanti inviati? Ma chi diamine li paga quegli inutili personaggi che raccontano cose che possono interessare solo chi è dotato di un unico neurone, che funziona solo nel fine settimana? Pierre... Pierre... tutti chiamano Pierre... ma da dove è uscito questo Pierre con il suo Tiki Taka? Sarà anche bravo, ma è sempre messo di profilo, sempre in posa, fa la star, e noi siamo già pieni di star. Non bastava una schiera di persone inutili che parla di aria fritta? Possibile che si debba pendere dalle labbra di questa gente che ogni giorno aumenta di svariate unità, tra sciabolate morbide e palle nel traffico?
E un solo commentatore era poco... ci voleva l'esperto di appoggio. Esperto? Ma di che? Solo perché sapevi dare quattro calci al pallone ora pretendi di parlare correttamente e di raggruppare idee in modo organico? Non sei già stato baciato fin troppo dalla fortuna?
Quando arrivano i mondiali di calcio la squadra degli illuminati si infittisce, e i santoni prolificano in modo trasversale sui vari canali TV, tra molteplici trasmissioni tutte uguali, e a quel punto ci tocca ascoltare per forza ciò che dice Bartoletti, il sacerdote con in baffi, che spazia tra musica e calcio con estrema disinvoltura. E lui sa tutto, prevede tutto, sogna tutto, e il suo più grande desiderio, a due giorni dalla gara di avvio, è quello di veder giocare assieme i tre ex giocatori del Pescara, Immobile, Insigne e Verratti: ma che bella storia da libro cuore!
Sono profondamente convinto che tutta questa gente il calcio lo conosca molto bene... attraverso la Play Station. E qui posso inserire anche molte anime che tifano, e trovano soddisfazione e rivincita personale, nel caso in cui la propria equipe vinca - queste in parte giustificabili. Non mi spiego infatti quanto accaduto successivamente al quarto di finale tra Italia ed Inghilterra, finito positivamente con il "cucchiaio" di Pirlo, eseguito sul noto rigore: era il Giugno 2012. I commenti a seguire, anche quelli dei colleghi calciatori, sono stati del tipo... fenomeno... rispetto... che classe... ma di cosa state parlando? Se in un campionato di allievi regionali, ma che dico regionali, provinciali, succedesse la stessa cosa, un qualsiasi modesto allenatore taglierebbe immediatamente il piede di un giovane disgraziato che, dopo aver visto Pirlo, decidesse di correr tale rischio: Tira forte e angolato e nessun portiere ci arriverà mai, altro che cucchiaio. E io sono milanista!
Che fare allora? Niente, il mio momento di rabbia acuta, forse, passerà nel momento dello start up, sabato sera, quando il mio amore per lo sport che pratico da cinquant'anni si miscelerà al senso patriottico, e probabilmente scatterò in piedi nel momento della prima rete azzurra (felice per il quintale di miele). Magari siglata con un tapin (altro termine che odio!) di Ballottaggi, pardon, Balottelli (ho chiesto a Froid e mi ha risposto che Ballottaggi fa rima con ortaggi e quindi...). E io sono milanista!
Ma una cosa proverò a farla, toglierò l'audio, cercando l'autocommento, la critica e l'apprezzamento che arriva dall'intimo, senza ascoltare i pareri insulsi dei tanti opinionisti, uomini e donne, di cui davvero posso fare a meno.
Un parola anche per quel signore dalle buone maniere che ha il ruolo di coach, Cesare Prandelli. Persona seria, a modo, mai fuori dalle righe... ma una sua gaffe mi ha colpito, quella legata al povero Criscito, trombato per la seconda volta consecutiva, un calciatore dignitoso a cui il mister ha mandato a dire, giustificandone l'esclusione: "... di cosa si lamenta, non mi pare sia Cabrini o Maldini!". Una simile offesa, in un qualsiasi ambiente di lavoro degno di questo nome, sarebbe costata cara, essendo lesiva della persona, procurata inoltre nel momento peggiore per l'uomo, quello in cui ha perso la serenità e l'autostima, perchè è scontato che l'appuntamento mondiale è l'incontro con la storia, comunque vadano le cose, e nessuno vorrebbe mancarlo.
Ma davvero, caro Cesare, è necessario avere in nazionale un giocatore mediocre come Motta, brasiliano, impegnato in campionato estero (come Criscito e Diamanti), chiudendo la porta ad un equivalente italiano, che sicuramente esiste? Boh!
Il Brasile è un paese in rivoluzione, anche se l'accumulo di vittorie (sperando che le prossime siano meritate, non come quella dell'esordio) potrà attenuare, momentaneamente, gli attriti. Il calcio in quei luoghi è un'ossessione, più che in ogni altra parte del mondo, e solo chi ha visto cosa accade nel quotidiano può capire il senso di queste righe, ma le sorprese sono sempre dietro l'angolo. Come è stata per me una sorpresa scoprire che il mito delle belle donne è superato, così come quello dei bravi calciatori sparsi tra la cittadinanza comune, perchè... loro ce l'anno nel DNA, il calcio!
E allora Forza Italia (in senso calcistico), come sempre, ma per favore... usiamo il corretto distacco, non credo che questa gente meriti tutta l'attenzione che mediamente gli regaliamo, con fede incrollabile, accecati dal Dio Calcio. Io ci proverò... a distaccarmi un pò, e voi?

Una vera sciagura...





giovedì 22 maggio 2014

"A TE" di Patrizia Macchia


Ho da poco aperto questo nuovo spazio in rete per oltrepassare l’argomento “Musica”, mio pane quotidiano, ma non ho una meta precisa.
Accogliere amici e conoscenti è comunque un obbligo, e non importa l’argomento proposto, ma la voglia di esprimersi che ciascuno dimostra.
Conosco Patrizia Macchia sin dai tempi delle elementari, forse dell’asilo, così come il fratello Paolo, con cui ho condiviso tutte le esperienze adolescenziali e con cui ho creato la prima band. Non ho mai perso di vista Paolo, ma ho visto raramente Patrizia, perché le strade della vita divergono, anche se spesso arrivano a ricongiungersi.
Ho incontrato Patrizia pochi giorni fa e ho così scoperto che da pochi anni è sbocciata in lei la vena artistica, a lungo latente, e fiorita nella maturità.
Pittura e scrittura, tele e poesia.
I concetti che seguono hanno un sapore amaro.
Sono dedicati a un padre assente, sempre e comunque, e rappresentano una dichiarazione d’amore per una madre che ha avuto il doppio ruolo. La storia non è poi così originale, purtroppo.
Fatti di vita, non certo rari; in ogni famiglia un dramma, anche in quelle apparentemente da invidiare, quei modelli che alla lunga si sgretolano e ci portano a dire: “… forse eravamo meglio noi!”
Non mi permetterei un commento se non avessi letto, in tempi lontani, un po’ di dolore nei loro occhi, come loro avranno visto il mio in altre occasioni. Era un periodo in bianco e nero, dalla TV ai giochi per strada.
Era invece a colori il Cinema Olimpia, e quando Paolo riusciva a farci entrare gratis, con l’aiuto di quel padre, direttore, spesso assente in famiglia, il contatto era sempre frettoloso e cupo, e forse la pellicola troppo lunga da sopportare.
Ma su quegli argomenti difficilmente ci si confronta quando si è bambini.
Oggi a Patrizia capita quello che succede a tutti quelli che, non più giovanissimi, decidono di aprire il sacco, abbandonando ogni pudore, ogni vergogna,  godendo del proprio coraggio, perché parlare ad un padre pubblicamente è uno sfogo che un tempo poteva sembrare inadeguato, mentre oggi è un atto dovuto, e nemmeno troppo difficile da compiere.
Leggendo il dolore, il disagio, l’amore e la delusione di Patrizia, sarà facile per molti riconoscersi in lei, in fondo il mondo è pieno di genitori latitanti, anche se vivono tra le mura domestiche.
Il destinatario della missiva non è più tra noi, e il tempo per recuperare è svanito, ma forse, in un’altra dimensione, tutto ritroverà la giusta collocazione. Senza fretta lo scopriremo.


A TE


Grazie, uomo che, con mia madre, mi hai concepita, grazie per il dolore che a lei hai dato e a noi, tuoi figli, scusa se non posso e non so chiamarti padre.
Grazie per la tua indifferenza, che mi ha ricordato le ore interminabili dedicatemi da mia madre, con amore e nascosta sofferenza, con orgoglio e dignità.
Grazie ancora per averci dimenticati, messi in un angolo buio in una casa vuota, privati della tua presenza, della tua protezione, del tuo amore.
Grazie per averci fatto sentire diversi, smarriti, soli in un ormai lontano, indimenticabile Natale, perché meravigliosi sono stati tutti gli altri senza te, in una casa calda, piena di luce, di gioia, doni e tanto amore.
Il nostro "tutto" era lei, quella luce i suoi verdi occhi, felici di vederci crescere sani, buoni e sereni, quel grande amore e la sua enorme generosità, la sua tenacia e quelle sue grandi, forti braccia sempre pronte ad accoglierci e scaldarci, braccia di mamma...
Grazie per averci deluso, ingannati e dimenticati, grazie per le tue menzogne e  il tuo scarso coraggio, grazie infine per non esserci mai stato, perché la tua assenza mi ha fatto apprezzare tutto ciò che da lei ho ricevuto con fatica e sudore e mi ha fatto diventare la donna che oggi sono, senza mai scordare la bimba che ero... che tu non sei stato capace d'amare.
Non so se ringraziarti ancora per non aver mai tentato di riavvicinarti a noi, di sapere di noi e gioire per noi, di pensare a noi senza prima aver pensato a te e gioito per te.
Sai non provo rancore, davvero, solo un pò d'amarezza per te, che non hai vissuto tutto quell'amore, infinito e speciale, che solo un genitore può capire e provare; mi spiace,non ce l'hai fatta a smorzare il tuo egoismo, a rinunciare a quel tuo mondo dorato, fatto di niente, senza di noi.
Forse sarai stato felice, non lo so e mai lo potrò sapere, perché con te hai portato ogni cosa nell'ultimo dei tuoi viaggi.

So solo che l'ultimo giorno ci hai cercati, peccato era scaduto il tempo, era ormai troppo tardi.

Tua "figlia"


venerdì 16 maggio 2014

Luciano Regoli e Napoleone


Luciano Regoli è noto come un grande musicista, dal nobile passato e dal presente attivo.
Non so però se sia più musico o pittore, perché la sua arte, anzi, le sue arti, pare non abbiano linee di separazione.
Tra pochi giorni Portoferraio, il luogo in cui vive, sarà testimone di un evento significativo, una cerimonia che vedrà Luciano assolto protagonista…

Inaugurazione del grande dipinto
Lo sbarco di Napoleone all’Isola d’Elba (cm 530 x 270)
Mercoledì   21 Maggio 2014 ore   19.00

Sala San Salvatore  del Centro Congressuale De Laugier –  Portoferraio.
Il dipinto verrà successivamente posizionato definitivamente nella Pinacoteca Foresiana di Portoferraio.


Il filmato a seguire regalerà qualche dettaglio in più..



lunedì 5 maggio 2014

"NY la vita intorno” (a Ground Zero)


Qualche anno fa, in occasione della nefasta ricorrenza dell’11 Settembre,  sono stato invitato ad una mostra fotografica di Franco Olivetti,  irrimediabilmente attratto dal soggetto, New York.
Titolo della rappresentazione infatti : “NY la vita intorno” (a Ground Zero).
Sono totalmente incapace di valutare una fotografia dal punto di vista artistico e ogni mio scatto, ogni mio video, hanno la mera funzione di fissare dei ricordi. In realtà qualcosa a livello inconscio avviene, se è vero che una fotografia “professionale” riesce a tirarmi fuori i pensieri più reconditi, e forse l’essere capaci a far emergere le emozioni e i ricordi nascosti negli anfratti della nostra mente è solo affare per professionisti.
Detto questo, posso affermare che una qualsiasi mostra fotografica non mi spinge ad uscire di casa, e non lo dico con orgoglio.
In questo caso ho pensato che valeva la pena vedere New York attraverso occhi altrui, quelli del professionista appunto.
Il mio commento alla mostra non può suscitare interesse, ma ciò che ho visto mi da modo di parlare di una città che lascia il segno.
Chi mi conosce sa del mio amore infinito per un mondo lontano, l’America, capace di regalare momenti emozionanti, diversi ogni cinquanta miglia. Ovviamente è il punto di vista di un uomo di passaggio, perché viverci comporta, probabilmente, qualche problema in più.
Sono stato molte volte negli Stati uniti, e ho visto Stati e città differenti, ma nessun luogo mi ha impressionato come New York City. La caoticità che colpisce inizialmente, e che può far pensare a un luogo invivibile, smette di essere un problema col passare delle ore, e a ogni angolo di strada quelli della mia generazione scoprono che ciò che era rappresentato nei filmetti americani dei nostri pomeriggi antichi esiste davvero e si può toccar con mano.
Avrei miriade di immagini da raccontare, dai gospel di Harlem a Little Italy, da Central Park al Greenwich Village.
Recupero uno stralcio di un mio vecchio racconto, dove descrivevo un viaggio da Philadelphia a N.W., in auto, con due amici. E’ questo il mio omaggio alla “Grande Mela”.

E’ giovedì mattina quando terminiamo le varie traduzioni e scopriamo di avere il pomeriggio libero.
Chiediamo informazioni:” Quanto impieghiamo, in auto, per arrivare a N.Y.?”
Sono due ore, solo due ore e decidiamo di partire.
Non avrei mai pensato di arrivare con l’auto davanti all’entrata principale dell’Empire.
Avevamo costeggiato Central Park, e ora eravamo sulla Fifth Avenue, e dopo aver sgranato gli occhi davanti a Tiffany eravamo alla ricerca di un parcheggio ... in pieno centro. Ma non è poi così difficile. Lì, regna una certa efficienza.
E’ d’obbligo una puntata sulla cima del grattacielo, anche se gli ultimi piani si devono fare a piedi. “Come mai? Qualcosa non va?” Mi guardo attorno cercando i visi della security, alla ricerca di espressioni confortanti. “Che spettacolo! “.
In una giornata piena di sole, dall’ultimo piano si vede tutta Manhatthan. I ponti celebri, la Statua della Libertà, le avenues che si incrociano perfettamente a 90 gradi con le streets, con una variante, Broadway, scheggia impazzita in un lay out perfetto. Credo che orientarsi a N.Y. sia molto più semplice che in una qualsiasi città italiana. E’ sufficiente conoscere due coordinate e il gioco è fatto. Non ci sono le vie dei santi, quelle dei musicisti o delle città … due numeri e la via ètrovata.
“Scusa, sai indicarmi dov’è l’Hard Rock Cafè?” “Sure”.
Con i numeri magici ci dirigiamo verso il luogo di culto. Sono molto emozionato e anche Maurizio cela male gli stati d’animo. All’interno c’è gente di ogni nazionalità e la musica fa parte del menù, ma non si può scegliere. C’e’ eccitazione in chi è li per la prima volta, si palpa nell’aria e si legge nei volti.
Il mio feeling del momento non si può descrivere. Ci accomodiamo al piano superiore. Ogni tavolo, ogni angolo, è un pezzo di storia. Ci sono bacheche ovunque, piene di cimeli storici. Il flauto di Ian Anderson, la chitarra di Jimmi Page, un vestito nero di John Lennon. Mi affaccio dalla balaustra vedo sulla parete laterale una batteria completa, appesa. Scopro che è quella di Ringo Starr. Che brrrrrrrrrividi! Una foto devo farla per forza!
Maurizio, ogni volta che riparliamo di quella sera, alza la maglia e mi dice:” Guarda, mi viene la pelle d’oca a ricordarla ...”.
Riprendiamo la macchina in una città che più passano le ore più si anima. Prima una passeggiata sui marciapiedi enormi, tra barboni, ragazzi, negri, bianchi, cinesi, pakistani ... ecco la sintesi del mondo. N. Y. Di notte ha un fascino discreto.
Attraversiamo il ponte di Brooklyn mentre io mi addormento. All’andata ero stato ”messo in mezzo“ per la mia paura di restare senza carburante: ” E bravo Athos … ma come si fa a pensare di rimanere all’asciutto proprio qui ... ma la vedi la TV?”
Al ritorno lascio l’incombenza e mi appisolo, soddisfatto come poche volte nella vita. In fondo, lo stato di beatitudine non può essere lungo e piccoli momenti felici possono dare grandi soddisfazioni.
Beato è chi trae beneficio da cose minuscole, magari microscopiche per occhio esterno, ma enormi per chi le sa cogliere. Si può misurare tutto ciò? Io uso il mio solito metodo … se per un attimo mi manca il respiro … ho colto un briciolo di felicità.
La visone di New York mi ha dato questa possibilità.

Franco Olivetti
Nasce a Roma il 19 febbraio 1956, fotografa dal 1978.
Nel 1988, Kodak utilizza una sua immagine di mongolfiere per pubblicizzare la pellicola Ektachrone 100 hc. In seguito ha realizzato immagini per le case editrici Sansoni, Ventaglio e per i mensili Arco Informagiovani, Roma Rome, Notiziario Lions. Durante la sua carriera ha tenuto corsi di fotografia sulle piu' svariate tecniche: camera oscura bianco nero, stampa da diapositiva, duplicati diapositive, viraggi totali e parziali, riprese in esterno con pannelli riflettenti, fotografia ed elaborazioni digitali, uso di più flash, etc...
Ha vinto innumerevoli premi nazionali ed internazionali, tra cui uno indetto dal quotidiano La Repubblica, uno dall'Ambasciata Francese, uno dal Comune di Roma ed uno dalla Squibb Meyers a Londra. Viene pubblicato nel 1993 nella selezione internazionale del Minolta Mirror di Osaka (Giappone).