West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

martedì 28 gennaio 2025

Liriche e musica... Se io lavoro


"Se io lavoro" è una canzone delle Orme, estratta dall'album "Storia o leggenda" del 1977. È un brano molto interessante per diversi motivi…

Un'anticipazione del synth-pop: molti considerano "Se io lavoro" uno dei primi esempi di synth-pop in Italia, grazie all'utilizzo innovativo dei sintetizzatori e a una struttura musicale più essenziale rispetto ai lavori precedenti della band.

Un testo che fece discutere: la frase "Se io lavoro è perché non so che fare" suscitò non poche polemiche all'epoca, in quanto venne interpretata come un'offesa nei confronti dei disoccupati. In realtà, il testo va interpretato in modo più complesso, come una riflessione sull'alienazione del lavoro e sulla ricerca di un senso nella vita.

Un brano che ha anticipato i tempi: la canzone, nonostante le polemiche, è stata in grado di riscuotere un buon successo e merita di essere riscoperta e riascoltata. È un pezzo di storia della musica italiana e un esempio di come certe liriche possano essere un veicolo verso la riflessione e il cambiamento.

Le Orme-Storia o Leggenda (1977)

Se io lavoro
Se io lavoro è perché non so che fare
Ho pochi amici con cui passare il giorno
E non vorrei che si parlasse di me 
Che si dicesse che cerco solo di guadagnare
Perché questo non è vero, non è mai stato vero
Primavera, estate, autunno, inverno
Canto il giorno della terra in festa
E così sereno
Resto qui ad aspettar la sera

Se io lavoro è perché non so che fare
Perdere tempo vuol dire restare indietro
E se dovessi tornare a nascere un'altra volta
Direi al Signore di darmi la forza del contadino 
E non mi manca certo la gioia di vivere
Primavera, estate, autunno, inverno
Canto il giorno della terra in festa
E così sereno
Resto qui ad aspettar la sera




venerdì 24 gennaio 2025

Le stagioni...

Tre età dell'uomo (Tiziano)


A vent’anni si danza al centro del mondo.

A trenta si vaga dentro il centro.

A cinquanta si cammina lungo la circonferenza, evitando di guardare sia l’esterno sia l’interno.

In seguito non importa: privilegio dei bambini e dei vecchi è essere invisibili.

Christian Bobin


Christian Bobin è nato nel 1951 a Le Creusot (città che non ha mai lasciato). Poeta e scrittore molto conosciuto in Francia, per la sua scrittura intensaed efficace, che porta alla luce un sentire profondo, condivisibile intorno all’uomo e al suo contesto fatto di materia “vita”. “E’ uno di quegli scrittori di cui in Italia non si saprebbe trovare l’equivalente, che vive nell’attesa silenziosa che la vita prenda forma a partire dal fondo di sé, che diventi parola. Nella sua scrittura la vita è appesa alle piccole cose quotidiane, a cose esili e fragili. Di questo autore in italiano sono apparsi “L’uomo che cammina”, su Gesù, “Francesco e l’infinitamente piccolo”, su San Francesco, “Resuscitare”, “Elogio del nulla”, “Presenze”, “Autoritratto” e “Geai”.




venerdì 17 gennaio 2025

Ci ha lasciato David Lynch, Maestro del Cinema Sperimentale


David Lynch: Un Maestro del Cinema Sperimentale

Una Vita di Visione e Creatività

 

David Lynch è stato uno dei cineasti più influenti e innovativi del nostro tempo. Nato il 20 gennaio 1946 a Missoula, Montana, Lynch è cresciuto con un profondo interesse per l'arte visiva e la narrazione. Questo interesse lo ha portato a frequentare la Pennsylvania Academy of the Fine Arts, dove ha iniziato a sperimentare con il cinema.

Gli Inizi 

Il primo grande successo di Lynch è arrivato con il film cult Eraserhead (1977), una pellicola surreale che ha catturato l'attenzione per la sua atmosfera disturbante e unica. Questo film ha segnato l'inizio del suo stile inconfondibile, caratterizzato da trame non lineari, immagini oniriche e temi inquietanti.

Il Successo di Hollywood

Nel 1980, Lynch ha diretto The Elephant Man, un film biografico che racconta la vita di Joseph Merrick. Il film ha ricevuto otto nomination agli Oscar, consolidando la reputazione di Lynch come regista di talento. Il suo successivo progetto, Dune (1984), un adattamento dell'omonimo romanzo di fantascienza, è stato meno acclamato, ma ha mantenuto il suo status di regista visionario. 

Opere Iconiche 

Nel 1986, Lynch ha diretto Blue Velvet, un thriller psicologico che esplora il lato oscuro della suburbia americana. Questo film è stato acclamato per la sua estetica distintiva e per la sua capacità di combinare bellezza e terrore in modo magistrale.

Twin Peaks: Un Fenomeno Culturale

Forse il contributo più duraturo di Lynch alla cultura popolare è stata la serie televisiva Twin Peaks (1990-1991, 2017). La serie ha rivoluzionato il panorama televisivo con il suo mix di mistero, surrealismo e melodramma, diventando un fenomeno cult.

Un Artista Eclettico

Oltre al cinema e alla televisione, Lynch si è dedicato a molte altre forme d'arte, tra cui la pittura, la fotografia, la musica e la meditazione trascendentale. La sua versatilità e il suo spirito innovativo lo hanno reso una figura di culto in vari ambiti creativi.

Film Successivi

Negli anni '90 e 2000, Lynch ha continuato a sperimentare con il mezzo cinematografico. Film come Lost Highway (1997), Mullholland Drive (2001) e Inland Empire (2006) hanno ulteriormente esplorato temi complessi e atmosfere inquietanti, mantenendo viva la sua reputazione di regista audace e innovativo 

Un Eredità Duratura

David Lynch è stato un pioniere del cinema sperimentale, un maestro nel creare mondi complessi e inquietanti che sfidano le convenzioni narrative. La sua capacità di esplorare gli angoli più oscuri della psiche umana e di presentare visioni oniriche in modo così vivido e memorabile lo ha reso un'icona del cinema contemporaneo.

La sua morte segna la fine di un'era, ma la sua influenza continuerà a essere sentita nelle opere di registi, artisti e creativi di tutto il mondo. David Lynch non era semplicemente un regista; era un visionario che ha trasformato il modo in cui vediamo e comprendiamo il cinema.




giovedì 16 gennaio 2025

Renata, i Genesis, e l'ispirazione improvvisa!

L'ispirazione è un dono prezioso. Forse tutti vivono momenti catartici, ma pochi, rispetto alla massa, decidono di lasciarsi andare, rompendo il cordone del pudore e facendo sì che quel momento magico diventi condivisibile e… un momento per sempre.

Nel corso delle lezioni alla UniSavona, nellla giornata dedicata ai Genesis, Renata Rusca è stata “toccata” da un brano contenuto nell’album “The Lamb Lies Down on Broadway”, il cui titolo è “The Carpet Crawlers".

Ascoltare una canzone può essere una fonte di ispirazione incredibilmente potente per scrivere poesie. La musica ha la capacità di evocare emozioni profonde, creare immagini e stimolare la creatività in modi che le parole da sole non sempre riescono.

Ecco il regalo di Renata…


Il mio corpo si alza libero nell’universo 

le braccia, lo sguardo in alto 

e so volare… lassù lassù 

dove non c’è dolore, né fatica 

e l’aria profuma di eterno


Renata Rusca Zargar

 

giovedì 2 gennaio 2025

"I Punkinari", di Alessandro Pagani e Massimiliano Zatini

 


Alessandro Pagani (autore dei testi) e Massimiliano Zatini (autore dei disegni), in occasione della fine dell’anno, ci hanno proposto un po’ di buonumore attraverso il book a fumetti I PUNKINARI. 

I Punkinari è la storia a fumetti di due calciatori 'punk' perennemente in panchina, che grazie all'ironia combattono il tempo (incluso il meteorologico) e la frustrazione di essere riserve a vita. 

Posto il fatto che tutto ciò che porta ad un minimo di sorriso va preso in modo estremamente serio… possiamo leggere qualcosa di diverso/parallelo nell’infinita attesa dei due “punkinari”? Cosa ci raccontano i due ragazzi sui generis, amici sul campo e nella vita, che non aspettano altro che la loro occasione per brillare.

Utilizzo la sinossi ufficiale, tanto per non rischiare una eccessiva opera di spoileraggio:

 I Punkinari, fumetto umoristico di Alessandro Pagani con i disegni di Massimiliano Zatini, dà il via alla nuova collana (di perle) Chicche di riso della casa editrice di Firenze Nepturanus. Tra le sue pagine scoprirete l’ironia di due uomini con la cresta costretti a sedere in panchina in tutte le loro partite, mai un minuto giocato e la speranza di entrare sul terreno verde che non svanisce mai. Eppure, la “panca” insegna che si può comunque vivere nell’attesa di qualcosa pur godendosi il passare delle stagioni, sempre con una risata pronta all’uso. Gag, battute, giochi di parole che si possono sentire in un bar, dal panettiere, in ufficio, dentro la casa di una famiglia che non perde mai l’umorismo. Ecco cosa si può trovare all’interno di queste pagine, da leggere con pigrizia e senza stancarsi troppo, in pieno stile Punkinari: due ragazzi sui generis, amici sul campo e nella vita, che non aspettano altro che la loro occasione per brillare. E se non ci fanno giocare? Giochiamo lo stesso. Con la prefazione di Stefano Manca di Pino & Gli Anticorpi.

Vado a ruota libera, scrivendo ciò che la lettura - e le risate - mi ha suscitato, poco importa se, in questa sezione, mi allontanerò dal sentimento degli autori.

Ho catturato il concetto di “attesa” come una metafora universale.

Gli autori, attraverso una serie di immagini evocative e contrastanti ci presentano la sosta forzata come un'esperienza obbligatoria che accomuna tutti gli esseri umani, indipendentemente dalle loro condizioni sociali, dai loro desideri o dalle loro paure.

Si spazia dagli argomenti più banali sino ad arrivare a quelli esistenziali, e questa ampia gamma di possibilità sottolinea come l'attesa sia una condizione intrinseca alla vita umana, un momento di sospensione tra passato e futuro.

L'accostamento tra la condizione dei punkinari e l'attesa evidenzia come quest’ultima possa diventare una vera e propria filosofia di vita, un modo per affrontare l'incertezza e la precarietà dell'esistenza.

I due calciatori, sei-sei-sei e tre-tre-tre, pur vivendo una condizione di emarginazione, utilizzano l'attesa come un'opportunità per riflettere su sé stessi e sul mondo, per costruire relazioni e per trovare un nuovo significato alla loro vita.


Il testo pone l'accento sull'importanza dei silenzi, di quei momenti in cui non accade nulla di apparentemente significativo. I silenzi, infatti, possono essere un'occasione per ascoltare sé stessi e gli altri, per cogliere le sfumature della realtà e per dare un senso al proprio percorso esistenziale.

In definitiva, questo "piccolo manuale di sopravvivenza" è un inno alla resilienza, alla capacità di affrontare le difficoltà della vita con coraggio e determinazione.

I due “punkinari” riportano sulla schiena due numeri sicuramente studiati accuratamente (666 e 333) e ciò riporta ad un certo simbolismo.

Anche qui vado a briglia sciolta e spero mi perdoneranno i due autori!

Il numero 666 è tradizionalmente associato al diavolo, all'Anticristo e a tutto ciò che è considerato malvagio, e ciò potrebbe indicare una sorta di emarginazione o di "maledizione".

Il numero 333, al contrario del 666, è generalmente associato a significati positivi. In molte culture, il numero 3 è considerato un numero perfetto, simbolo della trinità e dell'armonia, spesso interpretato come un segno di incoraggiamento divino, un invito a seguire la propria intuizione e a credere in sé stessi.

Potrebbe rappresentare quindi una sorta di contrappeso al numero 666, indicando un potenziale non ancora realizzato, una speranza di riscatto o di cambiamento.

Il contrasto tra il 666 e il 333 crea una dinamica interessante tra i due personaggi, sottolineando le loro diverse personalità e i loro destini apparentemente opposti e i numeri rappresentano forse le forze antagoniste che agiscono all'interno di ogni individuo.

L'autore utilizza queste "cifre" in modo ironico, giocando con le aspettative del lettore e sovvertendo i significati tradizionali.

Le battute, le freddure, le micro-barzellette, sono spesso mortali, quelle che, ogni tanto nascono spontanee anche in chi non ha uno spiccato senso dell’umorismo, ma la varietà presentata da Pagani tende all’infinito, e l’opera di Zattini è evocativa e accompagna in modo perfetto le battute, tanto che nel corso della lettura si ha quasi l’impressione di vedere una pellicola che scorre davanti ai nostri occhi.

Che altro aggiungere se non le info oggettive?

A proposito, io me l’ero dimenticato, ma vale la pena andare rileggere la storia del citato (nella prefazione) Carlos Henrique Raposo, il calciatore brasiliano che, con l’aiuto di presunti certificati medici e amicizie importanti, arrivò in vent’anni a vincere due campionati giocando cento minuti e con zero reti all’attivo: e pensare che i due punkinari avrebbero fatto carte false per entrare e segnare un goal!

Con i disegni di Massimiliano Zatini e la prefazione di Stefano Manca di Pino e gli Anticorpi, la pubblicazione è edita da Nepturanus, che con questa uscita inaugura la collana Chicche di riso.

Titolo: I Punkinari

Editore: Nepturanus info@nepturanus.com

Testi: Alessandro Pagani

Disegni: Massimiliano Zatini

Progetto grafico e impaginazione: Laura Venturi

Illustrazioni aggiuntive: Matteo Cialdella

Prefazione: Stefano Manca (Pino e gli Anticorpi)

Pagine: 127

Data di uscita: 10 Dicembre 2024



lunedì 16 dicembre 2024

Claudio Sottocornola-"La fatica dell'intero-Il pensiero come arte dell'incontro", di Elisa Enrile

 


Claudio Sottocornola

La fatica dell'intero-Il pensiero come arte dell'incontro

Oltre Edizioni


Commento di Elisa Enrile

La fatica dell'intero - Il pensiero come arte dell'incontro di Claudio Sottocornola è un'opera filosofica che si distingue per la sua riflessione profonda sul ruolo del pensiero nel contesto delle relazioni. L'autore, attraverso un linguaggio ricco e accessibile, affronta tematiche fondamentali del vivere e del percepito umano, che vengono trattate in modo da sollecitare una revisione critica e trasformativa del modo in cui viviamo le nostre interazioni con gli altri e con il mondo, invitando il lettore a concepire il pensiero come un'arte dell'incontro, un processo di apertura all'altro che abbatte le barriere tra l'individuo e la realtà collettiva.

Il libro si sviluppa attraverso tredici quesiti dicotomici, che si incastrano l’uno nell’altro proponendo al lettore una profonda riflessione su alcune categorie strutturali che da sempre costituiscono le basi della società, provando a scardinare alcune convinzioni e mettendo sotto i riflettori la storia - conosciuta e meno conosciuta – di molti costrutti sociali e culturali.

Così l’autore si muove sapientemente tra concetti come bisogno o libertà, verità o disuguaglianza, eroismo o gentilezza, saltando da una casella all’altra senza perdere il filo, ma anzi tessendo una trama piena di incroci e rimandi che donano al lettore un quadro complesso e completo della realtà in cui viviamo.

Muovendosi tra esperienze vissute in prima persona, attualità, cultura popolare sacra e profana, Il libro si distingue per un linguaggio chiaro ma sofisticato, che riesce a comunicare concetti complessi in modo accessibile. La riflessione filosofica di Sottocornola si sviluppa infatti attraverso richiami ad autori e correnti filosofiche contemporanee, come l’ermeneutica e il pensiero dialogico, riuscendo a fare delle incursioni nelle tradizioni spirituali senza rinunciare all’aspetto emotivo, in un intreccio di temi, dove l'autore esplora concetti di interconnessione, di appartenenza e di trasformazione, invitando il lettore a superare le barriere che isolano l’individuo per abbracciare una visione più ampia e integrata del mondo. Questo approccio multidimensionale conferisce al libro una profondità che va oltre la filosofia pura, permettendo di aprire nuovi orizzonti di pensiero anche per chi non è un esperto del settore.

Sottocornola invita il lettore a considerare il pensiero non come un atto solitario e introspettivo, ma come una pratica sociale e comunitaria che si realizza attraverso l'incontro con l'altro. Il pensiero, dunque, non è solo un’attività individuale, ma si fa "arte dell'incontro", in cui l’interazione con l'altro diventa il motore di un processo creativo che arricchisce la nostra comprensione della realtà. Il titolo stesso dell’opera - La pratica dell’intero - suggerisce un'idea di totalità che abbraccia non solo la dimensione individuale ma anche quella collettiva, in un dialogo continuo tra il pensiero e la realtà. Da qui emerge l’importanza dell’ascolto reciproco, che assume più valore che mai se calato in una società in cui la comunicazione risulta ormai superficiale e distratta.

La fatica dell’intero è un'opera affascinante che invita a una riflessione profonda sul valore del pensiero come strumento di incontro e trasformazione. La proposta di Sottocornola non è solo teorica, ma si presenta come un invito concreto a cambiare il nostro approccio alle relazioni e al pensiero, facendo dell’ascolto e del dialogo una pratica quotidiana. Un libro consigliato a chi è interessato alla filosofia contemporanea, al pensiero dialogico e a chi desidera riflettere sulla propria esperienza del mondo e degli altri in modo più profondo e significativo.


L'AUTORE

Claudio Sottocornola (Bergamo, 1959) si è laureato all’Università Cattolica di Milano con una tesi in Storia della teologia. Già ordinario di Filosofia e Storia nei licei, è stato anche docente di IRC, Materie letterarie, Scienze dell’educazione e Storia della canzone e dello spettacolo alla Terza Università di Bergamo. Iscritto all’Ordine dei giornalisti dal 1991, ha collaborato con diverse testate, radio e tv.

Come filosofo si caratterizza per una forte attenzione alla categoria di interpretazione, alla cui luce indaga il mondo contemporaneo, ed ha spesso utilizzato musica, poesia e immagini per parlare a un pubblico trasversale, nelle scuole, nei teatri e nei più svariati luoghi del quotidiano.

È autore di numerose pubblicazioni, che coinvolgono tre aree tematiche prevalenti: l’autobiografia intellettuale, la cultura popular contemporanea, l’attuale crisi del sacro in Occidente e la sua possibile rimodulazione teologico-filosofica.

Fra le opere più recenti, Saggi Pop (Marna, 2018), Parole buone (Marna/Velar, 2020), Occhio di bue (Marna, 2021), Tra cielo e terra (Centro Eucaristico, 2023), Così vicino, così lontano (Velar, 2023).

 


lunedì 25 novembre 2024

Riflessione e libri di Renata Rusca Zargar: storie di donne

Quando ho iniziato a scrivere più assiduamente dopo la nascita della mia seconda figlia 32 anni fa, ho scelto di raccontare in maggioranza storie di donne proprio per mettere in evidenza la violenza contro le protagoniste e la mancanza di rispetto della pari dignità di tutti gli esseri umani.

I miei racconti sono ambientati sia in Oriente, mia seconda patria, che in Occidente e persino in un mondo futuro nello spazio perché purtroppo la sudditanza della donna è ancora un grave problema ovunque (in Italia viene uccisa una donna ogni tre giorni e non si sa quante siano obbligate a subire maltrattamenti, botte e ingiurie).

In occasione del 25 novembre, Giornata contro la violenza sulle donne, pubblico qui un mio racconto.

Renata Rusca


UN AMORE

Malini apre la porta che dà sul giardino. È sera inoltrata e l’intenso profumo dei fiori le penetra nelle narici. Intorno, il buio ricopre i vialetti ben curati e il prato verde, tagliato all’inglese. La porta si richiude alle sue spalle e con essa scompare anche il breve fascio di luce che rischiarava la veranda. Malini avanza sicura e, oltrepassato il cancello, si spinge nella notte, verso il fiume. Il velo bianco che le ricopre i capelli neri ondeggia leggermente all’aria e raccoglie i raggi della luna che spicca tonda nel cielo. Il terreno scende dolcemente ed ella ricorda che, da piccola, correva all’impazzata su quel pendio con gli altri bambini del villaggio e poi andavano, tutti insieme, al fiume a bagnarsi. Allora ridevano, scherzavano, ancora non avevano compreso che cosa fosse la vita. Ma, come un tempo, Malini vuole di nuovo abbandonarsi completamente alla linfa dell’esistenza e, al ridosso di un piccolo gruppo di alberi, si sdraia sul terreno. La terra umida le rinfresca le membra, vicino sente lo sciacquio dell’acqua che scorre tranquillamente sulle pietre levigate. I suoi occhi sono chiusi.

Lentamente e delicatamente, una mano estranea prende ad accarezzarla sul braccio, poi sul ventre e sul seno. Indi, le solleva il sari di seta e le toglie le mutandine: l’uomo giace con passione e amore su di lei.

Due ore dopo, Malini rientra in casa. I suoi capelli lunghi si sono sciolti, morbidi, tra le mani del suo amante e ancora risente sul corpo le carezze che le hanno bruciato il sangue. Ella trascorre il resto della notte sveglia, a rivivere quei momenti.

La sera successiva, ultimate le faccende domestiche e atteso che tutti siano finalmente a dormire nelle loro stanze, riapre la porta ed esce nel giardino. I suoi piedi, inanellati e calzati da sandalini decorati in oro, la conducono ancora verso il fiume. Si siede ansante, con la bocca carnosa leggermente aperta, appoggiate le spalle a un albero, la testa un po’ all’indietro, chiude gli occhi e attende.

E l’amore ritorna, forte, prepotente, e le sue braccia l’accarezzano con un sentimento che mai prima aveva provato. Infine, Malini apre gli occhi e scorge, per la prima volta, il viso di chi, nella notte, ha sedato la sua sete infinita…

Eppure, ella sapeva bene chi fosse, anche senza averlo guardato né avergli parlato. Il suo cuore non le aveva mentito!

-Vieni, - egli le diceva quando erano bambini –andiamo a pescare al fiume, ci sono dei pesci grandi quanto il mio braccio!

-Va bene, vengo, ma non mi importa dei pesci, voglio raccogliere i sassolini bianchi per farmi una bella collana…-

Insieme, mano nella mano, perlustravano la campagna circostante ed era lui a proteggerla se un serpente scivolava lento tra l’erba mettendole paura. Gopal… Erano stati anni di spensieratezza e gioia.

Uscire di nascosto la sera, ormai, era diventata un’abitudine: egli l’aspettava tra i cespugli e di nuovo potevano stringersi le mani, parlare, riempire il loro cuore di quell’amore che aveva atteso anni per esplodere.

Di giorno, invece, l’esistenza era sempre la stessa: la cognata la comandava a bacchetta e le diceva tutto ciò che dovesse fare e, persino, ciò che dovesse dire, agli ospiti che praticavano la casa o, addirittura, ai familiari… Da quando suo marito era morto, due anni prima, non c’era più nessuno a proteggerla ed ella si sentiva sempre più estranea in quella casa.

“Ma ora” ella pensava “ho il mio segreto, anch’io ho qualcosa che nessuno può portarmi via.” E sorrideva tra sé, ripensando agli abbracci, ai sussurri, alla dolcezza degli occhi di lui.

Infine, però, le sue passeggiate serali non erano rimaste del tutto inosservate. Sua cognata Ruini, moglie di Balù, il fratello più anziano di suo marito, aveva notato che ella aveva un volto più disteso e roseo e sembrava sempre un po’ distratta. Così, aveva preso a esaminarla con attenzione. Ma non aveva trovato niente di sospetto. Malini si comportava nello stesso modo: non parlava con più familiarità con gli ospiti, non usciva quasi mai di casa, né chiedeva di farlo più spesso. “Tutto si dimentica!” aveva concluso Ruini “Ormai, il marito è morto da parecchio tempo ed ella si sentirà, forse, più sollevata perché l’avrà già dimenticato. Anche lei, come me, non ha avuto figli che rimangano a far ricordare le sembianze di chi non c’è più… E per noi, in questa casa, adesso è solo un’inutile bocca da sfamare!”

Malini captava questi pensieri: sapeva bene che le vedove sono un peso per la famiglia e, se non hanno figli che le possano accudire, rimangono, come oggetti abbandonati, ad attendere prima la vecchiaia e poi la morte. Purtroppo, ella non aveva generato ed era stata accusata dalla suocera, quando era ancora viva, di essere una buona a nulla, di non saper dare il sospirato erede al marito, un ricco proprietario terriero, dell’onorabile casta dei vaisya. Ma, ormai, di tutte queste angosce non si preoccupava più. Viveva in un suo mondo, dove non esiste tempo né dolore.

Una sera, però, Ruini, quando tutti erano già a letto, era scesa a piedi scalzi in cucina alla ricerca di qualcosa che le facesse passare il mal di stomaco. Per non disturbare i familiari che dormivano, non aveva acceso la luce. Allora, aveva scorto un’ombra scura aprire la porta che dava sul giardino e allontanarsi svelta nella notte.

La luna era offuscata dalle nuvole che preparavano le piogge dei monsoni e l’ombra scendeva svelta il pendio con un dupata giallo che veleggiava leggero intorno ai suoi lunghi capelli sciolti. Era Malini! “Dove va, a quest’ora?” si domandava la donna “È pericoloso uscire di notte, inoltrarsi nella campagna!” Ma non l’aveva chiamata, né si era fatta scorgere. L’aveva seguita. Quasi vicino al fiume, un’altra ombra dal lunghi bianco l’aveva avviluppata: i due si erano uniti in un abbraccio travolgente come quelli che si vedono nei film, poi, avevano proseguito mano nella mano, bisbigliando e ridendo felici come due bambini.

Tenendosi dietro agli alberi, ella si era avvicinata a loro ed aveva potuto distinguere chi fosse l’uomo. Lo conosceva bene, Gopal, l’intoccabile, colui che non poteva neppure avvicinarsi alla loro casa per non sporcarla, che non poteva sfiorare ciò che loro usavano! Essi erano discendenti di proprietari terrieri da molte generazioni, la loro famiglia stimata manteneva intatto il suo prestigio nel villaggio… E quella svergognata stava per distruggere il loro buon nome! Chi non accetta le divisioni di casta –tutti lo sapevano- non potrà procedere nella catena delle incarnazioni, sarà costretto a reincarnarsi in un essere inferiore, forse, addirittura in un animale! Inoltre, se la storia fosse diventata pubblica, nessuno dei nipoti, figli degli altri fratelli di suo marito, avrebbe potuto più avere una moglie o un marito onorevoli, degni della loro casta!

In silenzio, Ruini era tornata a casa. Il giorno seguente, e quelli successivi, non aveva detto nulla. Forse, il suo tono, quando comandava a Malini qualche lavoro domestico, era più acre del solito, ma non tanto da farci caso. E Malini, presa dalla sua passione, non vi aveva badato. Inoltre, da qualche giorno non si sentiva bene, aveva sempre un po’ di nausea, anzi, una mattina aveva persino vomitato.

L’estate stava per finire, ma il giardino era ancora zeppo di fiori dai mille colori. Era uno spettacolo ammaliante. Così pure il “loro pendio” era tutto verde, fertile di cespugli, arbusti, foglioline profumate. Là, nell’erba, mentre il cielo blu appariva e scompariva tra i rami scossi da una leggera brezza, ella dimenticava tutto, pianta tra le piante, foglia tra le foglie, anima nell’eterno divenire dell’universo. Era con lui, il suo tutto, l’unica ragione di vita, il diretto filo che la univa al Creatore.

E ogni sera si affrettava a raggiungerlo.

Quella volta, però, era un po’ in ritardo. I suoi cognati le avevano lasciato una grande quantità di lettere da battere a macchina (incarico sempre affidato a lei che aveva avuto una discreta istruzione superiore) ed ella voleva finirle per sentirsi più libera. Così, quando, di corsa, aveva disceso il prato nero per l’oscurità, non l’aveva trovato ad attenderla come al solito. “Forse, stanco di aspettare, sarà andato a fare un giro.” aveva ragionato e si era seduta appoggiata al solito albero. Indossava uno splendido sari rosso con ricami in oro che spiccavano anche sul velo, ugualmente rosso ma trasparente. Sapeva che gli sarebbe piaciuto.

Forse, si era appisolata, perché stava già per spuntare il primo chiarore dell’alba e un brivido di freddo le scuoteva le membra. Ma egli non era ancora arrivato. Un po’ preoccupata, si era alzata per rientrare a casa e, girando lo sguardo all’intorno, aveva notato qualcosa di bianco spuntare da un cespuglio. Si era avvicinata. Gopal giaceva con la faccia in giù, la bocca nella terra scura e un coltello piantato nella schiena! Era morto!

Malini era tornata a casa tremando e si era messa a letto. Quel giorno non era scesa nel soggiorno, come faceva di solito, per i pasti e la cognata Ruini era venuta in camera a portarle il pranzo.

–Forse hai un po’ di influenza. - le aveva detto premurosa – ti ho portato un po’ di brodo, ti farà bene. -

Il suo stomaco non avrebbe potuto ingerire neppure una goccia d’acqua, per cui ella aveva gettato il brodo dalla finestra che dava sul prato del lato posteriore della casa, perché non si accorgessero di nulla, e aveva detto a tutti di avere la febbre.

Il giorno dopo, la cognata era salita nuovamente nella sua camera: -Sai, - le aveva raccontato con la voce bassa che usano le donne per confidarsi qualche pettegolezzo -nel nostro piccolo paese ne succedono proprio di tutti i colori! Un certo Gopal, figlio di un bracciante agricolo che, per anni, ha lavorato sulle terre di tuo suocero, è stato trovato morto vicino al fiume, con un coltello nella schiena. Sicuramente tu non lo ricordi perché, anche se eravate bambini nello stesso periodo, egli è un intoccabile e quindi tu l’avrai sempre evitato, come fanno tutte le persone delle caste superiori. Chissà, avrà fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare, si sarà avvicinato a chi non avrebbe dovuto avvicinare… Era un intoccabile e doveva rispettare il suo ruolo. È la giusta punizione, tutti lo dicono, oggi, al villaggio.- Con un sorriso sulle labbra, Ruini l’aveva salutata ed era tornata al piano di sotto, in soggiorno.

“Ecco, -ora un lampo le squarciava la mente- in qualche modo Ruini sapeva. Tutto era tornato come allora…”

Infatti, un giorno lontano, mentre era al fiume con Gopal, intenta a cercare nella ghiaia qualche pietrolina colorata, suo fratello l’aveva scorta. Immediatamente, l’aveva trascinata a casa dove il padre l’aveva castigata rinchiudendola per qualche mese nella sua camera. Là le venivano serviti i pasti ed ella non poteva uscire neppure per andare in bagno.

–Possibile che tu abbia tradito la mia fiducia in questo modo!- aveva affermato seccamente il padre – Nessun uomo per bene ti vorrà più, se si saprà che hai frequentato un intoccabile! Come ti è saltato in mente? Non ricordi che noi non possiamo neppure toccare ciò che è stato toccato da loro? Ora sarai in castigo fino a che non avrai compreso il tuo errore. Verrà un guru a insegnarti i sacri testi Veda, in modo che tu sappia ciò che è giusto e non debba mai più sbagliare. Non andrai più a scuola insieme agli altri, ma svolgerai le tue lezioni qui, a casa, sotto la guida di un buon maestro. Poi, cercheremo una famiglia in cui sistemarti, prima che tu distrugga il nostro prestigio. E ricordati di non parlare mai con alcuno di questo increscioso incidente! -

Un anno dopo, l’avevano fidanzata con quello che sarebbe stato suo marito e non era più uscita di casa se non al momento del matrimonio, quattro anni dopo il fidanzamento, per trasferirsi nell’abitazione di lui.

Aveva quattordici anni. Altro che harijan, amati da Dio, come chiamava Gandhi gli intoccabili! Nonostante la Costituzione del 1947 avesse soppresso le caste, esse rimanevano spesso tali nella pratica.

Era vero ciò che le aveva raccontato Gopal in una notte in cui ella giaceva tra le sue braccia forti e il silenzio del creato sottolineava le sue dure parole: -La nozione di casta apparve nel clan degli Arii (bianchi) che avevano conquistato la pianura indo-gangetica. Le caste, varna, in sanscrito, che significa, appunto, colore, sono state rifiutate da tutti i riformatori, tra cui anche Budda, eppure hanno attraversato i millenni. Oggi non esistono più per legge, anzi, sono stati previsti dal Governo un certo numero di posti di lavoro riservati a beneficio degli intoccabili, specialmente nelle carriere mediche e paramediche, proprio per eliminare le distanze tra gli uni e gli altri. Eppure, dopo aver concluso gli studi all’Università, il posto in ospedale a me riservato, non mi è stato dato. Le manifestazioni contro queste evidenti ingiustizie hanno insanguinato lo Stato, ci sono stati centinaia di morti, migliaia di feriti… Io stesso sono stato arrestato e quindi ho deciso di tornare qui, non come medico ma ancora come contadino. In India i cambiamenti sono molto più lenti dello scorrere delle vite! -

Dopo qualche giorno, Malini aveva dovuto alzarsi dal letto e riprendere le solite faccende. Ruini non sembrava diversa dal solito con lei, per cui spesso ella dubitava che avesse saputo veramente della sua relazione e concludeva che era solo la paura a scatenarle l’immaginazione.

Ella continuava, però, a non sentirsi bene, qualche volta vomitava la mattina, aveva dei capogiri. Un pomeriggio di sole, Ruini, gentilmente, l’aveva accompagnata dal medico e, durante la visita, era rimasta ad aspettarla pazientemente nella sala d’attesa.

-Signora, - le aveva detto il medico dopo aver ascoltato la descrizione dei sintomi e averla visitata acuratamente – lei attende un bambino. Non ci aveva pensato?

-Un bambino?!- aveva ripetuto Malini e il sangue le era affluito alla testa. -Ma io non so fare bambini. Mia suocera me lo diceva sempre!

-Da quanto tempo non ha le mestruazioni?

-Mah, non ricordo, adesso che ci penso, potrebbero essere due mesi, forse tre… Credevo fosse per l’età, ormai non sono più giovanissima, e non ci ho fatto caso…

-No, lei non ha l’età per la menopausa. Mancano ancora diversi anni per quello. -

Il medico la conosceva bene, curava tutti i membri della famiglia. Sapeva anche che suo marito era deceduto due anni prima. Anzi, era stato proprio lui a costatarne la morte!

-Dottore, lei è al corrente che mio marito non c’è più. La prego, non dica nulla a nessuno, troverò una soluzione…

-Stai tranquilla bellezza. Non dirò niente a nessuno. - aveva risposto l’uomo cambiando improvvisamente tono di voce e atteggiamento. Intanto le sue mani frugavano avidamente sotto il sari di Malini e le abbassavano le mutandine: -Stai buona. Vedrai, non succederà niente. Non vuoi fare uno scandalo, vero? -

Malini era rimasta immobile, come di pietra. Il terrore, misto a disgusto, la paralizzava mentre il medico, visibilmente eccitato, la toccava dappertutto, ansimando. Il suo alito puzzava di cipolla. La mente di Malini indagava freneticamente se potesse fare qualcosa, se potesse ribellarsi e come.

Ma non poteva fare nulla. Aspettava un bambino da un uomo che non era suo marito, un intoccabile che, per giunta, era stato ucciso! Per questo, con gli occhi chiusi, pregava solo che tutto quell’orrore che contaminava il suo corpo finisse presto. E infine, finalmente, egli si era abbattuto esausto su di lei.

–Sei bellissima. Torna presto. Il tuo corpo è caldo come una profonda tana dove entrare a ristorarsi. Ti curerò volentieri. Non rimpiangerai – una risatina aveva accompagnato quelle parole - chi ti ha messo incinta! -

Malini si era ripulita e ricomposta. Il medico l’aveva riaccompagnata nella sala d’aspetto e a Ruini, che s’informava della salute della cognata, aveva spiegato:

-Trovo la signora un po’ affaticata, ma nulla d’importante. Le prescrivo queste pastiglie che le ridaranno vigore. Gliene dia una al mattino prima di colazione e una prima di pranzo e cena. Ma me la riporti presto, però, che devo ricontrollarla e vedere se la cura fa effetto. -

A casa, i pensieri impazziti e le emozioni giostravano nella testa di Malini: “Un bambino! E tu Gopal non ci sarai a vederlo. Non ero, dunque, io l’incapace, ma mio marito! Cosa farò adesso? Tra qualche tempo si vedrà la pancia e che ne sarà di me? Sarà lo scandalo, mi scacceranno di casa, diventerò una mendicante, forse mi uccideranno… e con me nostro figlio! Il medico, quello schifoso maiale, ha subito approfittato della situazione… Come posso sopportarlo? E fino a quando tacerà? Cosa potrei fare? Un bambino tuo, Gopal, il figlio del nostro amore! Egli continuerà la tua vita.”

Varie e improbabili soluzioni affaccendavano la sua mente ma, poi, nel giro di qualche giorno, aveva messo a punto un suo piano: sarebbe rimasta in quella casa finché la sua condizione avesse potuto essere nascosta sotto gli abiti. Intanto avrebbe messo via un po’ di denaro, sottraendolo, poco per volta, alla cassa comune. Poi, sarebbe andata via e si sarebbe recata nella città dove si trovava la ditta alla quale la famiglia inviava i prodotti agricoli della loro terra per essere inscatolati e alla quale ella scriveva, per conto dei cognati, le lettere commerciali. Là avrebbe trovato un lavoro e si sarebbe sistemata. Avrebbe cresciuto il figlio di Gopal, Gopal junior, dalla pelle un po’ scura come quella dei membri delle caste inferiori, ed egli sarebbe vissuto ancora.

Nonostante il tremendo dolore per la perdita dell’unico amore della sua vita e dell’orrida relazione con il medico, pensando al piccolo Gopal, Malini riusciva a sopravvivere.

In famiglia, tutto sembrava tranquillo ed ella era ormai sicura che nessuno avesse intuito il suo segreto. Anzi, Ruini era abbastanza gentile, le raccomandava sempre di prendere la medicina per riprendersi al più presto e, ignara del comportamento del dottore, l’accompagnava spesso da lui. Egli, infatti, le praticava delle iniezioni di ferro per via endovenosa e, nel frattempo, approfittava per fare i suoi comodi sul corpo di Malini.

–Sei sempre più bella! - le diceva mentre la penetrava –Il tuo seno è inturgidito, mi fai impazzire. - e si agitava su e giù con foga.

Malini sopportava con pazienza. Chiudeva gli occhi e si concentrava sulle lettere da scrivere, le incombenze da sbrigare, i libri che aveva letto negli ultimi tempi…

Ma che altro avrebbe potuto fare? Ella sapeva, anche se non ne aveva mai viste, che esistevano delle donne, le prostitute, che sopravvivevano accettando che gli uomini facessero i propri comodi con il loro corpo. “Se esse, che sono donne come me, possono subire uomini spesso ripugnanti che si dimenano su di loro, perché non io dovrei farcela? Tutto ciò è per salvare mio figlio. Ormai, manca poco tempo alla partenza e quest’orribile tortura sarà finita! Gopal, perdonami, il mio cuore, come vedi, è solo tuo. Me ne andrò, dirò che sono vedova e che mio marito è morto da poche settimane. Nessuno dubiterà.”

Qualche volta, Ruini si rammaricava di non poterla aiutare: -Mi dispiace di non poterti sostituire nel disbrigo della corrispondenza in modo che tu possa riposarti almeno qualche giorno. Ma, come tu sai, non so leggere né scrivere. Mio padre non ha ritenuto utile farmi imparare.

-Non ti preoccupare – rispondeva lei – non è un lavoro faticoso ma piacevole. E mi mette in contatto con altri paesi e città, è un po’ come aprire una finestra sul mondo. -

Intanto il bimbo cresceva, ella lo avvertiva. Iniziava anche a muoversi dentro il suo ventre, a scalciare, ad allungare le braccine come a comunicare con lei, darle coraggio, farle sentire la sua presenza. A sera, dopo cena, si sdraiava sul letto nella sua camera, chiudeva gli occhi, si accarezzava il ventre e Gopal era lì, accanto a lei, e l’amava come qualche mese prima. Il suo respiro si faceva veloce e il bimbo si agitava felice.

Una notte, però, che sembrava come tutte le altre, aveva iniziato a provare dei tremendi dolori dappertutto nel corpo. Spaventata, aveva tentato di chiamare i parenti, ma la voce le usciva assai debolmente dalla gola e non ce la faceva neppure ad alzarsi dal letto. Solo Ruini, dunque, in attesa, l’aveva sentita. Ed era giunta, ma non certo in suo aiuto. L’osservava, come si osserva un ributtante insetto che si contorce mentre sta concludendo la sua vita.

Nella mente di Malini, infine, era tutto chiaro e, mentre la cognata se ne andava in silenzio, rinchiudendo lentamente la porta senza far rumore, ella aveva compreso che la vita del suo piccolo si era già spenta nel suo ventre. Indi, prostrata dal cocktail di veleni per uso agricolo che le era stato somministrato, misto alle verdure piccanti che condivano il riso, con la bava alla bocca, anch’ella aveva terminato quell’incarnazione tanto dolorosa.

Tutto il resto si era svolto assai velocemente. Il giorno dopo, il medico, chiamato dal cognato poiché Malini era stata trovata esanime nella sua camera, aveva redatto il certificato di morte per collasso cardio-circolatorio. Subito, il suo corpo era stato avviato verso il fiume per la cremazione. Proprio in fondo al “loro” pendio, era stata innalzata la pira sulla quale Malini era bruciata con il suo amore e il suo futuro.

Poi, le sue ceneri erano state disperse nelle acque del fiume, come era successo a Gopal, non tanto tempo prima.

La sera, Ruini si era coricata nel letto matrimoniale, fatto venire molti anni prima apposta da Bombay. Le sue mani accarezzavano dolcemente il prezioso copriletto di broccato di seta ricamato a mano di Benares. Vicino a lei, suo marito, dormiva tranquillamente.

La tresca, che avrebbe potuto distruggere la famiglia, addirittura con la nascita di un figlio intoccabile e illegittimo, era definitivamente finita. L’onore era salvo e, anche se nessuno ne avrebbe saputo mai niente, era stata proprio lei a proteggerlo.

Con un sospiro di soddisfazione, si era girata su di un fianco e si era addormentata serenamente. 

Questo racconto è stato pubblicato nel libro: 

CHE TE NE FAI DI UN'ALTRA FEMMINA?

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che comincia proprio con la storia della nascita della figlia che mi ha dato la forza di rimettermi a scrivere, una figlia in pericolo e ritenuta inutile perché femmina.

Leggendo l'estratto del libro, sul sito di Amazon, troverete proprio lei:

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In ogni caso, io ringrazio i miei genitori che mi hanno dato la vita e la possibilità di studiare per essere libera.  Ringrazio mia madre che mi ha educata e mi ha resa forte e capace di conquistare la felicità.

So che ha fatto degli errori perché era una donna e le avevano insegnato a considerare le donne meno importanti dei maschi. Dato che ho avuto la fortuna di assisterla quando era malata, ho fatto del mio meglio -e anche di più- per lei, quindi, sono certa che nella prossima incarnazione avrà un'opinione molto diversa. 😍