Jamie Muir: il visionario che
trasformò il rumore in rivelazione
La morte di Jamie Muir,
il 17 febbraio 2025, ci riporta alla memoria una figura che non ha mai cercato
il centro della scena, e proprio per questo ha lasciato un segno indelebile.
Muir è stato uno di quegli artisti che non costruiscono la propria eredità
attraverso la quantità delle opere, ma attraverso l’intensità di un gesto, di
un’apparizione. La sua presenza nei King Crimson fu breve, ma così
radicale da cambiare per sempre il modo in cui il rock progressivo avrebbe
pensato il suono, il corpo e il rischio.
Quando nel 1972 entra nella band di Robert Fripp, Muir porta
con sé un arsenale che sembra uscito da un laboratorio alchemico: catene,
lamiere, gong, giocattoli metallici, oggetti trovati per strada. Ogni cosa,
nelle sue mani, diventa un’estensione del corpo, un detonatore di possibilità.
Non cerca il ritmo, cerca l’imprevisto. Non accompagna la musica, la mette in
crisi, la apre, la costringe a respirare in modo diverso. Fripp lo definisce
“una forza della natura”, mentre Bill Bruford racconta che lavorare con lui
significò disimparare tutto ciò che sapeva. È in questo clima di continua
tensione creativa che nasce Larks’ Tongues in Aspic, un disco che ancora
oggi vibra di un’energia primordiale. Le percussioni di Muir non sono un colore
in più: sono la scintilla che trasforma la musica in rito, in esperienza
fisica, in qualcosa che non si limita a essere ascoltato ma che accade.
La sua permanenza nei King Crimson dura pochi mesi. Una
caduta sul palco, un infortunio, e poi la decisione di lasciare tutto. Ma non è
una fuga: è un atto di coerenza. Muir non ha mai cercato la carriera, né la
visibilità. Cercava un modo di vivere che fosse all’altezza della sua
sensibilità, e il rock, con le sue dinamiche e i suoi ritmi, non poteva
contenerlo. Si ritira, si dedica alla meditazione buddhista, scompare dalla
scena musicale con la stessa naturalezza con cui vi era entrato, come se la sua
presenza fosse stata un lampo necessario, ma irripetibile.
Eppure, la sua influenza continua a vibrare. Ha ridefinito il
ruolo della percussione nel rock progressivo, trasformandola da strumento
ritmico a dispositivo performativo, teatrale, quasi sciamanico. Ha mostrato che
il rumore può essere linguaggio, che l’oggetto quotidiano può diventare suono,
che l’imprevisto può essere una forma di verità. Molti musicisti sperimentali
degli anni successivi lo hanno citato come riferimento, anche se lui non ha mai
cercato di esserlo. Paradossalmente, proprio la sua assenza lo ha reso un punto
di orientamento per chi voleva esplorare territori nuovi.
La sua vita di Muir è stata un attraversamento continuo tra musica e gesto, tra caos e contemplazione, tra palco e meditazione. È stato un lampo, sì. Ma alcuni lampi illuminano più di un sole.

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