La parabola di Ugolino
è una di quelle che sfuggono alle categorie. Non appartiene alla canzone
d’autore classica, non rientra nella satira, non è cabaret, non è pop. È un
territorio tutto suo, un piccolo laboratorio dove l’assurdo diventa forma, dove
la leggerezza si mescola a un’ironia tagliente, dove la voce si fa strumento
teatrale più che musicale.
Già nei primi lavori - Ugolino (1971), Nudo e crudo
(1972), Siam rimasti fregati e Liberi tutti - si percepisce un’intuizione che oggi appare
chiarissima: Ugolino stava anticipando un genere che in Italia sarebbe esploso
solo anni dopo, quello che poi chiameremo “demenziale”. Ma lui lo faceva senza
etichetta, senza manifesto, senza la cornice che avrebbe permesso al pubblico
di riconoscerlo.
Brani come I soldi non son tutto, Meno male, La Vita è bella giocano con il nonsense, con la deformazione
linguistica, con la teatralità portata all’estremo. Non c’è mai la ricerca
della risata facile: c’è piuttosto un gusto per l’assurdo che ricorda certi
umoristi francesi, certi cantautori che usavano la comicità come lente per
osservare il mondo. Ugolino non imitava nessuno. Inventava.
Il problema è che inventava troppo presto. L’Italia dei primi
anni Settanta non aveva ancora gli strumenti per leggere quel tipo di ironia.
Il pubblico cercava la canzone impegnata, la poesia civile, la ballata
politica, oppure la leggerezza televisiva. Ugolino non apparteneva a nessuna di
queste due sponde. Era un corpo estraneo, e i corpi estranei, quando non
trovano un contesto, restano sospesi.
Anche la discografia non sapeva come trattarlo. Troppo colto
per essere comico, troppo comico per essere colto. Troppo teatrale per la
radio, troppo musicale per il teatro. Una terra di mezzo che oggi definiremmo
“di nicchia”, ma che allora non aveva nemmeno un nome.
Riascoltandolo ora, tutto appare più nitido. Ugolino aveva
intuito che la canzone poteva diventare un piccolo teatro dell’assurdo, un
luogo dove la parola si libera dalle convenzioni e gioca con sé stessa. Una
strada che più tardi percorreranno Elio e le Storie Tese, gli Skiantos, gli
Squallor, gli stessi cantautori comici degli anni Ottanta e Novanta. Ma lui era
già lì, anni prima, a sperimentare senza rete.
Forse non è stato compreso perché non cercava di farsi
comprendere. O forse perché il suo linguaggio era troppo avanti rispetto al
tempo, ma proprio in questa incomprensione sta la sua forza: Ugolino resta un
artista che non si è mai piegato alla logica del mercato, che ha preferito la
libertà alla riconoscibilità, che ha scelto di essere unico invece che
popolare.
E oggi, mentre i suoi brani tornano a circolare tra
appassionati e curiosi, si ha la sensazione che il suo lavoro stia finalmente
trovando il suo posto. Non un fenomeno, non un comico, non un cantautore… qualcosa
di più raro: un anticipatore, uno che ha visto prima degli altri, uno che ha
parlato una lingua che allora sembrava strana, e che oggi suona
sorprendentemente moderna.
Nessun commento:
Posta un commento