West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

domenica 22 marzo 2026

Chi ricorda Ugolino?

 



UGOLINO, L’UOMO CHE ARRIVÒ TROPPO PRESTO


La parabola di Ugolino è una di quelle che sfuggono alle categorie. Non appartiene alla canzone d’autore classica, non rientra nella satira, non è cabaret, non è pop. È un territorio tutto suo, un piccolo laboratorio dove l’assurdo diventa forma, dove la leggerezza si mescola a un’ironia tagliente, dove la voce si fa strumento teatrale più che musicale.

Già nei primi lavori - Ugolino (1971), Nudo e crudo (1972), Siam rimasti fregati e Liberi tutti - si percepisce un’intuizione che oggi appare chiarissima: Ugolino stava anticipando un genere che in Italia sarebbe esploso solo anni dopo, quello che poi chiameremo “demenziale”. Ma lui lo faceva senza etichetta, senza manifesto, senza la cornice che avrebbe permesso al pubblico di riconoscerlo.

Brani come I soldi non son tutto, Meno male, La Vita è bella giocano con il nonsense, con la deformazione linguistica, con la teatralità portata all’estremo. Non c’è mai la ricerca della risata facile: c’è piuttosto un gusto per l’assurdo che ricorda certi umoristi francesi, certi cantautori che usavano la comicità come lente per osservare il mondo. Ugolino non imitava nessuno. Inventava.

Il problema è che inventava troppo presto. L’Italia dei primi anni Settanta non aveva ancora gli strumenti per leggere quel tipo di ironia. Il pubblico cercava la canzone impegnata, la poesia civile, la ballata politica, oppure la leggerezza televisiva. Ugolino non apparteneva a nessuna di queste due sponde. Era un corpo estraneo, e i corpi estranei, quando non trovano un contesto, restano sospesi.

Anche la discografia non sapeva come trattarlo. Troppo colto per essere comico, troppo comico per essere colto. Troppo teatrale per la radio, troppo musicale per il teatro. Una terra di mezzo che oggi definiremmo “di nicchia”, ma che allora non aveva nemmeno un nome.

Riascoltandolo ora, tutto appare più nitido. Ugolino aveva intuito che la canzone poteva diventare un piccolo teatro dell’assurdo, un luogo dove la parola si libera dalle convenzioni e gioca con sé stessa. Una strada che più tardi percorreranno Elio e le Storie Tese, gli Skiantos, gli Squallor, gli stessi cantautori comici degli anni Ottanta e Novanta. Ma lui era già lì, anni prima, a sperimentare senza rete.

Forse non è stato compreso perché non cercava di farsi comprendere. O forse perché il suo linguaggio era troppo avanti rispetto al tempo, ma proprio in questa incomprensione sta la sua forza: Ugolino resta un artista che non si è mai piegato alla logica del mercato, che ha preferito la libertà alla riconoscibilità, che ha scelto di essere unico invece che popolare.

E oggi, mentre i suoi brani tornano a circolare tra appassionati e curiosi, si ha la sensazione che il suo lavoro stia finalmente trovando il suo posto. Non un fenomeno, non un comico, non un cantautore… qualcosa di più raro: un anticipatore, uno che ha visto prima degli altri, uno che ha parlato una lingua che allora sembrava strana, e che oggi suona sorprendentemente moderna.







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