West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

domenica 29 marzo 2026

Ci ha lasciato David Riondino, l’ultimo dei trovatori moderni



La notizia è arrivata ieri, nelle prime ore del mattino: David Riondino è morto a 73 anni, lasciando un vuoto difficile da colmare nel mondo della canzone d’autore, del teatro, della satira e di quella forma di narrazione che lui aveva trasformato in un’arte personale. A darne l’annuncio è stata l’amica Chiara Rapaccini, con un messaggio semplice e affettuoso, com’era nel suo stile. 

Riondino era nato a Firenze nel 1952, figlio di un maestro vicino alle avanguardie educative e amico di Giorgio La Pira. La sua formazione non è quella canonica del cantautore: prima di salire sui palchi, ha trascorso dieci anni tra gli scaffali della Biblioteca Nazionale di Firenze, catalogando libri e, forse, imparando a catalogare anche il mondo. È lì che si forma la sua voce, ironica, colta, capace di trasformare un dettaglio in racconto.

Negli anni Settanta fonda con altri compagni il collettivo Victor Jara, esperienza musicale e politica che lo porta nelle case del popolo, alle feste dell’Unità, nei luoghi dove la musica era ancora un gesto comunitario. Il 1979 è l’anno della svolta: apre i concerti del tour di Fabrizio De André con la PFM, un’occasione che lo proietta in un’altra dimensione. Da lì in avanti, la sua carriera diventa un percorso trasversale: canzoni, teatro, satira, televisione, libri. Una “girandola di immagini”, come l’ha definita chi lo conosceva bene.

Molti lo ricordano per la sua attività di verseggiatore satirico negli anni Ottanta, sulle pagine di Tango e Cuore, e poi su Comix, Linus, Il Male, l’Unità. Altri per il teatro, dove ha lavorato con Paolo Rossi, Sabina Guzzanti e soprattutto con Dario Vergassola, con cui ha condiviso un sodalizio lungo e fertile.

E poi c’è la canzone: Maracaibo, scritta da lui e portata al successo da Lu Colombo nel 1981, è diventata un classico popolare, spesso citato senza che molti sapessero chi ne fosse l’autore.

Riondino era un artista difficile da incasellare. Cantautore, attore, regista, scrittore, narratore orale, inventore di format teatrali e televisivi, promotore di festival come Il giardino della poesia a San Mauro Pascoli. Ogni volta che cambiava linguaggio, sembrava farlo con naturalezza, come se fosse la cosa più semplice del mondo.

Negli ultimi anni aveva lavorato alla Scuola dei Giullari, un progetto dedicato alla composizione di canzoni e alla tradizione della poesia orale. È rimasto incompiuto, ma racconta bene la sua idea di arte: un luogo aperto, condiviso, dove la creatività non è mai un gesto solitario.

I funerali si terranno martedì, alle 11, nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, a Roma. Un luogo simbolico, che accoglie spesso figure che hanno attraversato più mondi, come lui.

David Riondino lascia un’eredità vasta e sfaccettata. Non solo opere, ma un modo di guardare le cose: con ironia, con leggerezza, con quella capacità di trasformare la cultura in racconto, e il racconto in un gesto che appartiene a tutti.

Un trovatore moderno, davvero. E i trovatori, si sa, non muoiono mai del tutto, ma restano nelle storie che hanno saputo raccontare.








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