West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

domenica 9 agosto 2026

"Tutta la luce che c'è": l'intreccio lirico e visivo nell'opera multimediale di Roberto Storace e Giacomo Franco

 


L'intreccio lirico e visivo nell'opera multimediale di 

 Roberto Storace e Giacomo Franco 

Un'analisi della struttura, della presenza iconografica e delle suggestioni di “Tutta la luce che c'è”

 

Il volume multimediale intitolato Tutta la luce che c'è raccoglie l'esito della collaborazione artistica tra Giacomo Franco - poeta - e il musicista, scrittore e fotografo Roberto Storace, avviata nella primavera del 2024. L'opera si configura come un percorso interdisciplinare in cui la poesia in versi liberi, la composizione per chitarra acustica e la fotografia convivono all'interno di una struttura organica, concepita sia per la lettura sia per la rappresentazione dal vivo.

La genesi del lavoro risiede in un contatto maturato nella loro città, Savona, grazie all'intermediazione dell'editore Marco Sabatelli, il quale ha favorito l'incontro tra i due autori, residenti a breve distanza senza essersi mai frequentati in precedenza. Da questa convergenza è nata la scelta di accostare la produzione poetica di Franco, caratterizzata da diverse sillogi già edite, alle strutture armoniche di stampo celtico e atmosferico create negli anni da Storace. All'interno del testo, la componente sonora è resa fruibile direttamente attraverso l'inserimento di codici QR che permettono l'ascolto di brani quali The storm, King's jig, Like words in the wind e Flying over the wilderness.

Dal punto di vista dei contenuti e del linguaggio, la poetica di Franco si definisce come “poesia di risacca”, un registro espressivo che impiega il verso libero per esplorare la dimensione del ricordo, del dormiveglia e del paesaggio naturale.

Come evidenziato nel commento introduttivo di Roberto Morando, i testi muovono da spunti quotidiani per articolarsi attorno a due nuclei principali: il tema del tempo, osservato nella sua ciclicità o nel suo sviluppo lineare, e la presenza trasformativa dell'elemento liquido. In questo contesto, la parola si misura con la concretezza delle cose e con lo scorrere degli eventi, trovando espressione in passaggi in cui l'atmosfera si fa metafora del mutamento:

Si fa buio

i cani dell’inverno

mordono il cuore

e nelle bianche città del silenzio

discendono i ricordi

come neve.

Nel cono di luce dei lampioni

la mia ombra si stacca

e come una barca

andrà in solitaria deriva

sul fiume della notte.

(Imbrunire)

In Tutta la luce che c'è, l'impianto visivo curato da Storace risponde a una precisa scelta strutturale: la fotografia non interviene mai come un elemento decorativo a margine, né viene confinata a un ruolo subordinato di pura illustrazione. Al contrario, l'immagine possiede un valore fondamentale e paritetico rispetto alla parola scritta, agendo come una seconda linea narrativa che esplora il reale attraverso la grammatica della luce e della materia. Le fotografie - che immortalano scorci costieri liguri, mari in tempesta ed elementi paesaggistici raccolti durante viaggi in Patagonia o in Irlanda - offrono un contrappunto visivo continuo alle suggestioni del testo, traducendo in campiture di luce e forme plastiche ciò che la poesia esprime in forma di verso.

La fotografia di Storace fissa i dettagli fisici del paesaggio - la grana scabra delle rocce, il movimento delle onde, i riflessi su superfici umide -, offrendo una concretezza che ancora l'astrazione del ricordo a una realtà tangibile. La tensione tra l'instabilità del tempo e il tentativo dell'arte di fermarne l'istante emerge nitidamente nel dialogo tra versi e scatti. L'immagine fotografica si fa così spazio fisico della memoria, trovando un parallelismo diretto nella dimensione lirica:

Acqua dal cielo, acqua dalla terra: oggi scavalca anche le nuvole il respiro del mare

(La mareggiata d’inverno)

Qui l'istantanea visiva e il testo poetico arrivano a coincidere: l'inquadratura cristallizza la violenza del mare e la resistenza della costa, trasformando il paesaggio in un correlativo oggettivo dell'esistenza.

La parte conclusiva del volume delinea i profili biografici dei due autori, ripercorrendo la formazione in ingegneria elettronica e i riconoscimenti chitarristici di Storace, unitamente ai premi letterari e alla produzione editoriale di Franco. L'impianto complessivo documenta anche il ciclo di presentazioni svolte sul territorio ligure presso la Libreria Paoline, il Centro Sociale Mezzalunga di Celle Ligure e la Società Dante Alighieri con il contributo critico di Franco Bonfanti.

L'opera si distingue per l'essenzialità del formato e per la scelta di evitare sovrapposizioni invasive tra le arti, affidando l'efficacia del progetto al semplice e misurato affiancamento di testo, suono e immagine visiva.

In definitiva, Tutta la luce che c'è supera la semplice sommaria unione di linguaggi differenti per approdare a una sintesi espressiva profonda, misurata e autenticamente luminosa. La sinergia tra la parola di Franco e l'obiettivo fotografico e le note di Storace non si limita a registrare la fragilità del tempo o lo scorrere della memoria, ma riesce a rintracciare, dentro ogni piega del paesaggio e della quotidianità, una sostanziale chiarezza di senso. Il percorso disegnato dai due autori lascia così un segno nitido e vitale, dimostrando come dall'equilibrio rigoroso tra versi, immagini e trame sonore possa scaturire una visione aperta, capace di restituire allo sguardo e all'ascolto una discreta, preziosa e persistente speranza.







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