West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

sabato 8 novembre 2025

Festival della Poesia–Atto Zero: parole che uniscono-La 1° giornata - Savona (7-11-25)

 


Festival della Poesia – Atto Zero: parole che uniscono

 

Savona, 7 novembre 2025. Nel cuore antico della città, tra le mura silenziose delle Sale Espositive della Curia, è andata in scena la prima giornata del Festival della Poesia: anno zero! — un debutto che ha avuto il sapore di casa, di incontro vero, di parole che non chiedono applausi ma ascolto.

Non un concorso, non una gara. Nessun podio, nessuna classifica. Solo persone, emozioni, versi. Poeti navigati e voci alla prima uscita si sono alternati con naturalezza, ciascuno portando un frammento di sé: una breve presentazione, due poesie, e — per chi ha voluto — un oggetto simbolico, scelto per raccontare la propria storia. Una tazza da latte, una pietra raccolta in viaggio, un paio di binocoli, un ukulele: piccoli talismani che hanno aperto varchi nel silenzio e reso ogni intervento unico, intimo, vero.

Il pubblico, numeroso e attento, ha accolto ogni parola con rispetto e calore. Si sono vissuti momenti di commozione, di saggezza, di leggerezza. Ma soprattutto si è respirata una voglia profonda di condividere, di stare insieme, di riconoscersi. Il Festival ha mostrato che la poesia non è solo letteratura: è gesto umano, è cura, è comunità.

E come ogni festa che si rispetti, la giornata si è conclusa con un rinfresco semplice e sentito, preparato grazie al contributo spontaneo dei presenti. Un tavolo imbandito di dolci fatti in casa, focacce, vino, sorrisi. Si è brindato, si è chiacchierato, si è riso. Le parole hanno lasciato spazio ai gesti, e la poesia ha continuato a vivere nei volti, negli abbracci, nel clima di familiarità che ha avvolto tutti.

Un ringraziamento ai registi di tutto ciò, cioè Giacomo Franco (l’ideatore) e Roberto Fiaschi che, in qualità di gestore del gruppo culturale che fa capo alle Paoline, ha aderito senza indugio alcuno.

Giacomo e Roberto

Per essere un “atto zero”, è stato molto più di una prova: è stato un seme piantato con cura, destinato a crescere. Domani, la seconda e ultima giornata. Ma già oggi, Savona ha vissuto qualcosa di raro: un tempo sospeso, dove la bellezza ha trovato casa.

Vediamo un sunto degli interventi (il nome degli autori è fruibile nella tabella a seguire, quella sulla sx).





giovedì 6 novembre 2025

NOV "Tutti morimmo a stento": il capolavoro sinfonico di Fabrizio De André

 


Nel novembre del 1968, nel pieno di una rivoluzione culturale e sociale che scuoteva il mondo, usciva un album destinato a cambiare per sempre la storia della musica italiana: Tutti morimmo a stento di Fabrizio De André. Lontano dalle sonorità tipiche del cantautorato dell'epoca, questo lavoro segnò una svolta radicale, elevando il concetto di album a quello di vera e propria opera d'arte.

Non è semplicemente una raccolta di canzoni, ma un vero e proprio concept album, una Via Crucis laica dedicata a "gli ultimi", i reietti e i dimenticati della società. De André, in collaborazione con il poeta Giuseppe Bentivoglio per i testi e con il maestro Gian Piero Reverberi per gli arrangiamenti, dipinge un affresco crudo e poetico che dà voce a chi è condannato, al tossicodipendente, all'eretico. Il titolo stesso, tratto dalla poesia "Mors", di Agostino di Ippona, suggerisce la sofferenza universale e la dignità nella morte di chi ha vissuto ai margini.

"Tutti morimmo a stento" fu il primo album in cui De André si avvalse di un'intera orchestra. Gli arrangiamenti di Gian Piero Reverberi sono sontuosi e complessi, unendo la delicatezza della musica da camera con la potenza sinfonica, senza mai soffocare la voce e la profondità dei testi. Questo mix audace creò un suono unico e riconoscibile, che spingeva i confini della canzone d'autore verso nuovi orizzonti artistici, quasi a metà strada tra la musica folk, la classica e la poesia recitata.

Ogni traccia è un tassello fondamentale in questo racconto di miseria e speranza. Canzoni come "La ballata degli impiccati", che narra il testamento di un condannato a morte, offrono una prospettiva insolita sulla giustizia e la moralità. Ma è in "Cantico dei drogati" che l'album raggiunge uno dei suoi apici più toccanti. Con una lucidità disarmante, De André descrive la disperazione e il dolore della dipendenza, in un brano che, per l'epoca, era di una forza e onestà quasi scioccanti.

Nonostante le iniziali perplessità di pubblico e critica, che lo ritenevano troppo complesso, l'album ha resistito alla prova del tempo. Oggi è riconosciuto come uno dei vertici della discografia di Fabrizio De André e un pilastro della musica italiana.

"Tutti morimmo a stento" non è solo un disco da ascoltare, ma un'opera da studiare, un testamento artistico che ha dimostrato come la musica popolare potesse farsi veicolo di contenuti profondi e di un impegno civile e umano senza compromessi. A oltre cinquant'anni dalla sua uscita, continua a risuonare potente e attuale, ricordandoci che la vera poesia non ha tempo.







Bruno Canfora: il Maestro che ha fatto la storia della musica e della TV Italiana (6 novembre 1924)

 

Il 6 novembre 1924 nasceva a Milano Bruno Canfora, una figura centrale e straordinariamente prolifica nel panorama musicale e televisivo italiano del dopoguerra. Compositore, direttore d'orchestra e arrangiatore di genio, Canfora è l'uomo dietro alcune delle melodie più iconiche che hanno accompagnato intere generazioni, dalle sigle televisive ai grandi successi discografici.

Dopo gli studi al Conservatorio di Milano, dove si dedicò al pianoforte e all'oboe, Canfora sviluppò una precoce e profonda passione per il Jazz americano, genere che, seppur osteggiato durante il regime, influenzò profondamente il suo stile innovativo. Dopo la Liberazione, si affermò rapidamente nell'ambiente radiofonico e musicale, vincendo nel 1948 il prestigioso concorso radiofonico "Bacchetta d'oro".

Tuttavia, è con l'avvento della Televisione che il talento di Canfora esplose in tutta la sua versatilità. Dagli anni '50 in poi, divenne una colonna portante delle orchestre Rai, dirigendo in trasmissioni storiche come il Festival di Sanremo e componendo le musiche per commedie musicali del celebre duo Garinei e Giovannini.

Il suo nome è indissolubilmente legato alla nascita del fenomeno della canzone nazional-popolare degli anni '60, grazie alle collaborazioni con artisti che hanno fatto la storia:

La sua musica era un sapiente mix di eleganza, swing e modernità, capace di passare con disinvoltura dal jazz sinfonico alle melodie orecchiabili, creando evergreen che ancora oggi risuonano, come "Zum Zum Zum" e "Stasera mi butto" (cantata da Rocky Roberts).

Bruno Canfora, scomparso nel 2017 all'età di 92 anni, non è stato solo un direttore d'orchestra, ma un vero architetto sonoro che ha plasmato l'identità musicale di un'epoca d'oro dello spettacolo italiano, lasciando un'eredità di successi che testimoniano la sua straordinaria poliedricità artistica.






martedì 4 novembre 2025

Oggi è il compleanno di Art Garfunkel! 84 candeline per la voce d'oro dei Simon & Garfunkel

 


Oggi, 5 novembre, compie 84 anni Art Garfunkel.

Quando pensi agli anni '60 e al folk-rock, non puoi non pensare a lui e al suo amico di una vita, Paul Simon. Insieme formavano i leggendari Simon & Garfunkel. Paul Simon scriveva canzoni incredibili, ma la magia vera veniva fuori quando Art apriva bocca.

Art Garfunkel ha una voce... beh, è difficile da descrivere. È così pura, alta e cristallina che ti sembra di sentire un angelo che canta. È la sua voce che senti su capolavori che tutti conosciamo, come The Sound of Silence (il silenzio non è mai stato così bello!), Mrs. Robinson e, ovviamente, Bridge Over Troubled Water, dove la sua performance vocale è semplicemente da brividi.

Nonostante il duo abbia avuto le sue belle liti e si sia separato più volte, l'impronta che hanno lasciato nella musica è eterna. Dopo la rottura, Garfunkel ha fatto anche cose da solista ed è persino finito al cinema, dimostrando che sapeva fare anche l'attore.

Insomma, oggi alziamo un bicchiere (o mettiamo su un vinile) in onore di Art Garfunkel: l'uomo che, con la sua voce, ha trasformato la musica popolare in poesia.





lunedì 3 novembre 2025

4 Novembre: ricordando il cantore della lirica rock, Vittorio De Scalzi

 

Il 4 novembre, data incisa nel calendario italiano per l'Armistizio e la Giornata dell'Unità Nazionale, ha un significato in più per la musica, in quanto si ricorda la nascita di Vittorio De Scalzi (Genova, 4 novembre 1949 – 24 luglio 2022), un uomo che ha incrociato la sua vita con la Storia, nascendo in un giorno solenne e destinando la sua arte a unire mondi apparentemente distanti: il rigore della musica classica e la libertà selvaggia del rock.

Vittorio De Scalzi non è più con noi fisicamente, ma l'eco delle sue melodie risuona oggi più potente che mai, quasi a voler marcare il tempo, come un inconfondibile rintocco genovese.

Nel 1971, il progetto del Concerto Grosso per i New Trolls segnò una svolta: un audace esperimento di fusione tra barocco e rock, ideato dal compositore Luis Bacalov e sostenuto dal produttore Sergio Bardotti. Fu nei New Trolls che questa visione trovò la sua voce, e in Vittorio De Scalzi uno dei suoi interpreti più ispirati. Polistrumentista sensibile e curioso, seppe accogliere la sfida: far dialogare il flauto con il fuzz, la fuga con l’improvvisazione, l’orchestra con la band. Non fu solo esecuzione, ma adesione profonda a un’idea di musica che potesse essere colta e popolare, rigorosa e libera. Il Concerto Grosso fu il frutto di questa alchimia, dove nessuno fu artefice unico, ma tutti furono necessari.

Nato nella città dei cantautori e dei poeti maledetti, il suo percorso fu segnato fin dall'inizio da legami sacri. L'album d'esordio, Senza orario senza bandiera, vide la penna di Riccardo Mannerini e il filtro di Fabrizio De André, una triade che scolpì nel rock versi di protesta e di malinconia ligure. Vittorio era il musicista che dava ali a queste parole, che trasformava la poesia in una nota lunga e vibrante.

Ascoltare oggi la sua voce, roca eppure avvolgente in brani come Quella carezza della sera, è come sfogliare un diario sentimentale che appartiene a tutti. È la carezza che cerca e la ricerca che non si arrende mai.

Vittorio ha sempre guardato oltre. In un mondo musicale spesso effimero, lui cercava l'essenza, il profumo della sua terra (celebrato in dialetto genovese nell'album Mandilli), l'eternità dei grandi maestri. E quando, nel luglio del 2022, la sua famiglia ha annunciato il suo addio, l'ha fatto con parole degne di un finale sinfonico: "Ha raggiunto la sua Aldebaran".

Aldebaran, la stella rossa più luminosa del Toro, dà il titolo al settimo album in studio dei New Trolls, ed è diventata, nella narrazione della sua vita, la meta finale del suo viaggio interiore.

Brindiamo alla sua memoria non con silenziosa reverenza, ma con il volume alto, perché l'opera di Vittorio De Scalzi è un invito a credere nella bellezza che nasce dall'unione degli opposti.






"Sospese nel tempo", di Fulvia Diotti



Recensione di un viaggio poetico tra memoria, emozione e resistenza al tempo


C’è una domanda che attraversa silenziosamente ogni pagina di Sospese nel tempo, la nuova raccolta poetica di Fulvia Diotti: che speranza di vita ha un’emozione? La risposta non è mai diretta, ma si svela nei versi, nei silenzi, nei ritorni della memoria che l’autrice intreccia con delicatezza e determinazione.

Diviso in tre sezioni — Passioni nel tempo dissolte, Il tempo non esiste, Senza fine — il libro si muove lungo un asse temporale che non è mai lineare. Il tempo, infatti, è il grande antagonista e al tempo stesso il complice di queste poesie: viene sfidato, negato, evocato, ma mai subito. Fulvia Diotti lo attraversa con la forza della parola, restituendogli forma attraverso immagini che oscillano tra il quotidiano e il mitico, tra l’intimo e l’universale.

I testi sono densi di riferimenti culturali e letterari — da Dante a García Lorca, da Woodstock al mito greco — ma non cedono mai alla citazione fine a sé stessa. Ogni richiamo è funzionale a un’emozione, a un nodo da sciogliere, a un ricordo da salvare. Così Beatrice e Dante nel XXI secolo diventa una riflessione sull’amore oltre il tempo e lo spazio, mentre Granada 1979 è un omaggio vibrante alla poesia e alla passione andalusa.

La scrittura di Diotti è visiva, sensoriale, spesso sinestetica. Le parole si fanno materia, odore, suono. In Si vedeva il mare… il paesaggio diventa rifugio e metafora di libertà, mentre in Le parole del vento il linguaggio stesso si trasforma in foglia, respiro, sogno. Non mancano momenti di disincanto, come in Amore stanco o Atque autumno carpere tempus, dove l’amore si confronta con la decadenza e la perdita, ma sempre con uno sguardo che cerca la bellezza anche nella fragilità.

Il titolo della raccolta è emblematico: queste poesie sono davvero “sospese nel tempo”, ma non inerti. Sono sospese come lo è una nota musicale che vibra ancora nell’aria, come un ricordo che non vuole svanire, come un’emozione che resiste all’oblio. E proprio questa resistenza — dolce, ostinata, poetica — è il cuore pulsante del libro.

Fulvia Diotti nasce in una piccola città della provincia di Savona, da genitori originari delle Langhe astigiane. Vive e lavora in Liguria, dove ha costruito un percorso professionale e umano ricco e sfaccettato. Laureata in Filosofia a Genova e in Psicologia a Roma, ha operato sia nel campo formativo che clinico, ma è nella scrittura che ha trovato il suo rifugio creativo. Dopo anni di attività poetica, ha pubblicato in raccolte collettive e tre volumi personali: Microcosmo del Macrocosmo, Incipit – parole miti emozioni, Erotica – la finestra sui ricordi. Sospese nel tempo è il suo lavoro più maturo e articolato, dove la parola si fa ponte tra vissuto e visione.

Un’opera che invita a rallentare, a sostare, a sentire. Un invito prezioso, oggi più che mai.






domenica 2 novembre 2025

Ai Watanabe incanta Savona: un ritorno a Stella Maris tra virtuosismo e poesia

 


Ai Watanabe incanta Savona: un ritorno a Stella Maris tra virtuosismo e poesia

 

Giovedì 30 ottobre 2025, alle ore 17.30, la Sala Stella Maris di Savona ha accolto nuovamente la pianista giapponese Ai Watanabe, protagonista di un recital che ha saputo fondere raffinatezza tecnica e profondo trasporto emotivo. Il pubblico, foltissimo nonostante il tempo impervio, ha riempito la sala con un silenzio carico di attesa e rispetto, contribuendo a un’atmosfera aulica che ha reso l’evento memorabile.

Il concerto, della durata di circa 60 minuti, ha previsto una breve interruzione tra la prima e la seconda parte e si è concluso con un piccolo bis. La scaletta ha offerto un viaggio musicale tra impressionismo, romanticismo, modernismo e jazz, con il seguente ordine:

1.   Maurice Ravel (1875–1937) – Miroirs

o   I. Noctuelles

o   II. Oiseaux tristes

o   III. Une barque sur l’océan

o   IV. Alborada del gracioso

o   V. La vallée des Cloches

2.   Sergej Prokofiev (1891–1953) – da Romeo e Giulietta Op.75

o   “Mercuzio”

3.   Federico Mompou (1893–1987) – da Canción y Danza n.6

4.   Isaac Albéniz (1860–1909) – Tango

5.   Sergej Prokofiev – da Romeo e Giulietta Op.75

o   “Montecchi e Capuleti”

6.   Alberto Ginastera (1916–1983) – da Danzas Argentinas Op.2

o   “Danza de la moza donosa”

7.   George Gershwin (1898–1937) – da Song Book

o   “The Man I Love”

8.   Earl Wild (1915–2010) – Studio n.6 su “I Got Rhythm” di Gershwin

9.   Alberto Ginastera – da Danzas Argentinas Op.2

o   “Danza del gaucho matrero” 


L’interpretazione Ai Watanabe ha incantato con una padronanza tecnica cristallina e una sensibilità interpretativa fuori dal comune. Il suo tocco ha saputo restituire le sfumature più intime di Ravel, la teatralità di Prokofiev, la malinconia di Mompou e l’energia ritmica di Ginastera. Il passaggio da Gershwin a Wild ha mostrato la sua versatilità nel jazz, mentre il bis finale - ancora “The man I love” - ha suggellato un’esibizione intensa e generosa.

Già protagonista in passato alla Stella Maris, Watanabe ha confermato il suo legame con Savona, accolta da un pubblico caloroso e attento. Il suo ritorno ha avuto il sapore di un abbraccio musicale, in cui ogni nota ha parlato direttamente al cuore degli ascoltatori.

In conclusione, un concerto che ha unito eleganza e passione, lasciando il pubblico rapito e riconoscente. Ai Watanabe ha dimostrato ancora una volta di essere una pianista capace di trasformare la sala in un luogo sospeso, dove la musica diventa esperienza viva e condivisa.


NOTE BIOGRAFICHE 

Ai Watanabe è una pianista giapponese con formazione internazionale. Ha studiato presso la Scuola Superiore e l’Università di Musica “Toho” di Tokyo, dove ha seguito il corso di diploma solistico sotto la guida di Etsko Tazaki. Nel 2009 ha vinto il Premio Via Vittoria, che le ha aperto le porte del Conservatorio Santa Cecilia di Roma per il perfezionamento. Ha poi conseguito il Master di II livello in pianoforte presso il Conservatorio G. Verdi di Milano, studiando con Giovanni Bellucci.

Il suo repertorio spazia da Scarlatti a Ligeti, con particolare attenzione alla musica del Novecento e alla letteratura pianistica cameristica. Ha interpretato opere come i quartetti di Brahms, il Quintetto di Schumann e la Sonata per due pianoforti e percussioni di Bartók. Attiva in Italia come concertista e docente, vanta oltre vent’anni di esperienza didattica.