West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

martedì 1 aprile 2014

Rose e Lyseblå, di Cristina Mantisi

 


Rose e Lyseblå


Il vecchio marinaio giunse nel piccolo paese di Mefjordvær  in una fredda giornata di luglio. Il vento, teso e pungente, spingeva le onde oltre il molo, facendole allungare sulla piccola spiaggia bianca, al di sotto delle piccole case di legno, colorate, per lo più, di rosso. Solo la vecchia fabbrica del pesce, sulla palafitta che si spingeva parallela alla punta del porto, si staccava dalle case per il suo colore bianco. L’odore dei  merluzzi essiccati, appesi tutti in fila ai sostegni di legno, si mescolava al profumo salmastro dell’aria. L’uomo, di nome Johan Christian, posteggiò la sua vecchia roulotte, tirata da una macchina ancora più datata, nel piccolo slargo proprio all’inizio della passeggiata sul molo. Si sarebbe fermato lì finché ne avesse avuto voglia, fino a quando la sua instancabile irrequietudine di nomade senza pace non lo avesse spinto a cambiare zona. A quell’ora le strade erano deserte o quasi. I fari di un’auto si profilarono dalla curva in fondo alla via principale. Era una macchina familiare, di un colore come ormai non se ne vedevano più da anni. Il marinaio si consolò, guardando la sua. Non era il solo a girare con un pezzo d’”antikvitet”! Mentre preparava la lenza, caricando il rocchetto con del filo nuovo,  riguardò in direzione della macchina distrattamente, ma con un  quel poco di  attenzione da permettergli di notare che l’auto era stata fermata da  due bambine. “Saranno parenti venuti in visita”,  pensò tra sé. “Accidenti!”, inveì con gesto di rabbia: il venditore del negozio di Husöy  lo aveva imbrogliato e gli aveva rifilato un filo più sottile. Non avrebbe tirato su che sardine!  La macchina era sempre ferma. Si sarebbe potuto dire, anzi,  che stava cercando di spostarsi  per proseguire, ostacolata dalle due  bambine che continuavano a saltellarle intorno. “Beati i bambini  che han sempre voglia di giocare!”, pensò. Il mare era veramente brutto. Un’onda saltò tanto in alto da superare lo sbarramento dei grossi massi addossati al muraglione del molo. “Non fa niente”, pensò deciso, adocchiando un angolo più riparato,  “per ora proverò a pescare due pesci per la cena; semmai ci tornerò più tardi, se il vento si sarà calmato”. Generalmente dopo la mezzanotte il tempo cambiava decisamente, o in meglio o, anche, in peggio. Anche la punta all’imboccatura della baia avrebbe potuto essere un posto buono per pescare, a patto che il fondo non fosse stato pieno di alghe.  Una raffica di vento, più violenta delle altre, passando tra le due case vicine, soffiò forte come un ululato improvviso  facendolo trasalire. Si diede dello stupido: a lui il vento non aveva mai fatto paura, neppure quando usciva in barca spingendosi al largo. Allora sì che c’era da ridere. C’erano giornate in cui si ballava tanto  forte che, una volta tornati con i piedi per terra, si continuava a camminare come se si fosse ancora sulla gobba dell’onda.

Ecco, la canna era armata, la scatoletta degli ami e il secchio pronti. Avrebbe portato anche il retino. La macchina, intanto, sopraggiunse a velocità piuttosto forte superando di molto il limite dei trenta indicato dal cartello. Sgommando, nello slargo tra le case e la roulotte, eseguì un’ardita inversione di marcia con una sola manovra e, accelerando ulteriormente, ritornò sulla strada da dove era arrivata, sparendo, in un attimo, dietro la curva. L’uomo guardò le nuvole correre rapide, scure e accavallate le une sulle altre.
Correvano tanto veloci che Johan Christian si sentì sbandare, quasi fosse stato lui stesso un corpo in corsa nell’aria burrascosa. Avrebbe indossato  anche la cerata e gli stivaloni di gomma. Sulla strada, intanto,  era apparso un piccolo cane bianco che se ne andava tranquillamente a passeggio come se il resto del mondo non fosse esistito,  soffermandosi, ora vicino al muretto di un giardino, ora sotto un cespuglio o vicino a un palo. Non si curava del vento che gli arruffava il lungo pelo. L’uomo lo chiamò, ma il cane non lo degnò di uno sguardo. La lunga figura allampanata di un individuo gli passò vicino. Da dove era sbucato? Nessuno dei due salutò l’altro, ma quello sguardo gli trapassò l’anima.  Un brivido innaturale lo fece sussultare. Strano, neppure il vento lo aveva mai fatto rabbrividire in quel modo. Dicevano, al suo paese, quando era bambino, che quel brivido era  il diavolo, il freddo della morte che si avvicinava, travestendosi da viandante. Lo guardò allontanarsi lentamente. Come camminava piano! Chissà perché desiderò che accelerasse il passo e sparisse subito dalla sua vista.  Avrebbe aspettato un attimo, poi sarebbe andato a pescare. Si sorprese a chiedersi dove fossero finite le due bambine. Forse la mamma le aveva chiamate per la cena. Entrò nella sua roulotte per indossare un altro maglione, l’ultimo che gli aveva fatto la sua adorata moglie prima di andarsene all’altro mondo. Quanto gli mancava Charlotte! Se l’avesse ancora avuta vicino, non sarebbe diventato un orso solitario sempre alla ricerca di un posto in cui cercare  pace. Mai si sarebbe ridotto a girovagare come uno zingaro, mai… Accarezzò la morbida lana immaginandosi di toccare, con le sue, le mani di Charlotte. Forse, al culmine disperato dell’illusione, le sentì davvero quelle mani, filo dopo filo, in un intreccio di vecchi ricordi. Grosse lacrime gli scivolarono tra le rughe profonde del viso, seguendone il percorso come un ruscello percorre il suo alveo tortuoso. Dei pugni ripetuti e improvvisi alla porta della roulotte lo fecero trasalire. Quasi immediatamente altri due pugni ancora più forti e raccapriccianti. Si asciugò il viso con fare rabbioso e aprì la porta con violenza quasi a voler  cogliere di sorpresa gli autori di quel gesto così maleducato e irrispettoso. Sentì di odiarli ancor prima di averli visti: come  potevano permettersi di violare il suo dolce ricordo? Si sorprese nello scorgere le due bambine proprio lì, vicine alla sua roulotte. Le creature, dall’aspetto tanto innocente, vedendolo, cominciarono a ridere e a muovere un passo di danza come un girotondo infantile. L’uomo scrollò il capo, accennando un sorriso di rimprovero. Una delle due indossava una mantellina  e un berretto a larghe falde in tessuto cerato  color rosa come pure rosa erano gli stivaletti di gomma.  L’altra era tutta vestita di celeste. Entrambe bionde con grandi occhi azzurri. Erano molto graziose, pensò l’uomo, sarebbero sembrate due angeli se qualcosa in quello sguardo non lo avesse messo quasi a disagio. Ridendo vezzosamente risposero al suo saluto e corsero via saltellando e canticchiando un’antica  filastrocca. Quella filastrocca… l’aveva già sentita tanti anni addietro. Trafficò ancora in roulotte cercando un vecchio libro, l’unico libro di fiabe conservato. Dove era andato a finire? Era sicuro di averlo portato con sé. Rovistò nei contenitori sotto il divano, nei pensili, gettando fuori tutto ciò che gli venne tra le mani. Più cose ammassava sui piccoli divani, più sentiva crescere in lui un’ansia febbrile, da farlo star male. Doveva trovare quel libro, doveva leggere di nuovo quelle parole, doveva sapere chi erano le due bambine. Rammentava una storia che da piccolo gli faceva sempre tanta paura; ricordava le notti insonni mentre restava rannicchiato sotto la pesante coperta,  nascosto e fermo, vigile al minimo rumore, cercando quasi di non respirare  La mamma, però, non aveva mai saputo delle sue angosce, la sua voce era così tranquilla mentre  leggeva la sera, seduta vicino al suo letto. Johan Christian sapeva che, se fosse venuta al corrente delle sue paure, la mamma avrebbe smesso di leggergliele. Si guardò intorno: che pasticcio, adesso avrebbe dovuto rimettere tutto a posto. Stupido, si era proprio comportato da stupido, aver avuto di nuovo paura di una canzoncina come quando era un bambino!  Ma che cosa stavano cantando quelle due là fuori? C’era, in quelle voci, qualcosa di strano, avrebbe quasi detto di diabolico. L’uomo stava diventando irrequieto. Quella macchina, prima, non era andata via, no, quella macchina era …  fuggita via!Le onde si erano rigonfiate con più forza e, adesso, si accavallavano tutte sorpassando il molo. Ebbe la tentazione di riagganciare la roulotte alla macchina e scappare. Si diede nuovamente dello sciocco. Qualche anno prima non si sarebbe fatto suggestionare  così da una insensata combinazione d’eventi. Grandi nuvoloni avevano completamente ricoperto le montagne intorno; si erano abbassati talmente da sfiorare i tetti delle case. Adesso ricordava la filastrocca: narrava di due piccole streghe, Rose e Lyseblå, che vivevano sull’isola di Senja. Si presentavano sempre come due bambine dai volti ingenui e sorridenti. Arrivavano saltellando e giocando. Chiunque si fosse fermato ad ascoltarle, sarebbe stato catturato dalle loro voci. “Mio Dio!” esclamò Johan Christian e cadde in ginocchio, facendosi il segno della croce “non voglio morire adesso. Ti prego, salvami, non voglio morire” lo aveva gridato con una forza inaudita, mentre i singulti del pianto gli stavano squassando il petto. Si prese la testa tra le mani. Le sentì, erano dietro la porta della roulotte. Stavano ridendo perfidamente. Bussarono di nuovo con forti pugni ripetuti. 


Com’era raccapricciante quel loro bussare L’uomo si alzò di scatto e spalancò con forza la porta quasi a volerla scardinare. “Allora streghe, cosa volete, dannate! Eccomi, sono qui. Volete la mia anima, volete il mio corpo? Mai: Non mi avrete mai . Sparite subito dalla mia vista. Via! Mi avete sentito?”  La sua voce era un ruggito che prorompeva dalla sua anima tormentata. Il vento la sovrastava e il mare cercava d’inghiottirne  ogni suono. Le case del paese sembravano perdersi dietro il pulviscolo d’acqua che si levava dalle onde. Dov’erano tutte le anime di quel maledetto paese? Rose e Lyseblå lo presero per le braccia tirandolo verso di loro. “Lasciatemi”, gridò con voce sempre più alterata il pover’uomo. Ma le due bambine erano dotate di una forza che non poteva paragonarsi a nulla di umanamente possibile. I loro sguardi si andavano alterando a vista d’occhio e i volti, inizialmente infantili, adesso si erano trasformati, la pelle raggrinzita, i capelli scarmigliati. Le mani che lo tenevano prigioniero, erano diventati artigli dalle unghie ricurve. Risero sguaiatamente, con le bocche deformi, alitandogli addosso un fiato venefico. Johan Christian, al culmine della  disperazione, si liberò con un violento  strattone e corse veloce sul molo, su ciò che ormai del molo era rimasto. Il mare lo aveva  ricoperto quasi del tutto.  Si volse indietro ansimando. Rose e Lyseblå avevano accesso un fuoco e la sua roulotte vi stava bruciando dentro. “Non mi avrete mai” gridò di nuovo,  alzando il braccio in gesto di sfida. Si girò verso il mare andando incontro all’onda che stava sopraggiungendo più alta di tutte e vi si lasciò andare cercandovi l’ultimo respiro di pace. Un sottile raggio di luce  si stava muovendo dietro la punta del capo. Il tempo stava cambiando. A mezzanotte ci sarebbe stato il sole. Due uomini, usciti per strada a scrutare  il cielo, decisero che di lì a poco sarebbero andati a pescare. Il cane passò di nuovo soffermandosi vicino a qualche muretto, annusando l’aria. L’uomo allampanato si fermò un secondo per una rapida occhiata alla carcassa della roulotte e proseguì indifferente. Le due bambine avevano ripreso a correre e a saltellare, ridendo e canticchiando. I fari di una macchina si erano profilati nella curva della strada. 


venerdì 28 marzo 2014

Ai confini con la realtà-La clausola


Alcune sere fa mi sono rituffato nell'antico mondo di "Ai confini con la realtà.
Ho alcuni episodi da finire, contenuti in un cofanetto comprato a Natale, e questa sera eravamo tutti d'accordo nel passare un'ora in tensione: la  sigla e la voce di commento, ancor oggi, a distanza di anni, mi mettono i brividi.
Il nome originale della serie era..... The Twilight zone... di Rod Serling... 

2009...
I miei ricordi legati all’infanzia e all’adolescenza hanno il colore bianco e nero. Non so perché.
Ho bene impresse le svariate serie di filmetti americani che “attaccavano”allo schermo i genitori di allora, e conseguentemente noi bambini. Particolarmente triste era per me la domenica: Maigret, i Miserabili, Il Conte di Montecristo, i musical del Quartetto Cetra.
Tutto nero… bianco e nero.
Tra le tante cose che vedevo in quel periodo c’era una serie che mi ha sempre intrigato: “Ai confini con la realtà”.
Erano episodi di 25 minuti che mi mettevano i brividi, e già questo era motivo di “cattura”.
A dire il vero era per me sufficiente la musica iniziale, e il commento, sempre uguale, proposto da una voce suadente ed inquietante allo stesso tempo.
Per quanto riguarda i contenuti, ricordo bene come rimanessi di sasso davanti a certi finali inaspettati.
Per molti anni certe scene sono sparite dalle nostre case. Poi, come sempre accade, c’e’ il riflusso… basta aspettare. Ciò che sembra dimenticato e obsoleto ritorna di moda, e magari anche gli ultimi arrivati hanno la possibilità di vedere come eravamo un tempo, valutando autonomamente la validità delle vecchie proposte.
Gli episodi di “Ai confini con la realtà” sono andati recentemente in vendita in edicola, pubblicizzati alla TV, e la serie intera, durata anni, e’ stata riproposta elegantemente in cofanetti e volumi differenti. Io ho voluto rivederne alcuni, pur sapendo, per esperienza, che difficilmente si riescono a provare gli entusiasmi di un tempo.
Spesso mi e’ capitato di cercare film che avevano suscitato in me entusiasmo, ma rivedendoli, ho sempre provato un po’ di delusione. Fortunatamente, o purtroppo, noi cambiamo, e l’immobilità di alcune cose che ci circondano ci trova impreparati. Ho comunque trovato qualche episodio e ho messo alla prova i miei figli.
Anche loro sono rimasti colpiti, in un misto di angoscia e mistero, condito da 25 minuti di sana paura. Visti i risultati ho deciso di comprare il cofanetto della prima serie televisiva, quella del 1959. A quei tempi avevo 3 anni e quindi gli episodi contenuti nel box sono per me assolutamente sconosciuti. A grande richiesta, le ultime due sere abbiamo visto alcune puntate. Tutti sul divano quindi, luci  spente per ricreare l’atmosfera, e un episodio dietro all’altro, alla ricerca dell’overdose di paura, che tanto piace a grandi e piccoli.
Al di là del forte impatto emotivo, volutamente ricreato, i contenuti sono quasi sempre irreali, come e’ giusto che sia, data la serie. Ma alla fine del movie ci si aspetta sempre qualcosa che spesso non e’ quello che volevamo o ci attendevamo e allora si va alla ricerca della motivazione, della ragione di esistere, di qualcosa che non e’ solo istinto.
Sentendomi responsabile della visione, mi e’ venuto spontaneo giustificare i finali con frasi tipo: “Eppure se cerchi, trovi un significato profondo, molto attuale”.
Ma ci credo davvero.

Ed ecco lo spunto per le mie riflessioni...



La scena si apre in una camera da letto.
Il protagonista è un ipocondriaco poco più che quarantenne, in ottimo stato di salute, ma sicuro di essere malato e vicino alla morte.
Le sue imprecazioni verso l’ignoto fanno riferimento alla brevità della vita di un essere umano rispetto agli avvenimenti della storia e agli elementi della natura.
Il suo urlo di dolore e’ afferrato da un’entità impalpabile, il Diavolo in persona, che gli propone il classico contratto: il baratto dell’anima con l’immortalità.
Scambio allettante. Con una clausola in più, a favore dell’uomo: in qualsiasi momento si fosse stancato e avesse sentito la necessità di lasciare il mondo terreno, sarebbe stato possibile farlo, per effetto di una morte dolce e senza sofferenze.
Quanti vantaggi!
Una firmetta e via, verso una vita per sempre.
Ma non e’ così facile.
Niente scalfisce la pelle dell’uomo.
Non un treno che passa sul suo corpo.
Non una dose di veleno micidiale.
Non un autobus sul viso.
Una noia senza fine, senza alcuna emozione.
Ma ecco il colpo di genio.
Una passeggiata sul tetto di casa e… giù dal grattacielo… da lì sarebbe stato impossibile salvarsi e anche il Diavolo avrebbe dovuto arrendersi.
Ma la moglie lo segue e nel tentativo di fermarlo cade…
Ma certo… rendersi colpevole e’ la via sicura per la sedia elettrica… in quello stato americano!
“Polizia? Ho ucciso mia moglie”.
Ma la giustizia non segue il volere dell’uomo e il giudice decreta il carcere a vita.
Che beffa, raggiunta inaspettatamente l’immortalità, ottenuto un traguardo che tutti vorrebbero... tutto inutile.
Cosa serve un immortale in prigione?
Meglio usare la clausola di riserva e aspettare un attacco di cuore.

Ma e’ così banale questo micro racconto?



La ricerca dell’immortalità e della giovinezza per sempre e’ cosa comune e riguarda tutti, forse più oggi di un tempo.
La paura di passare a miglior vita e’ cosa palese, forse più oggi di un tempo.
L’angoscia derivante da ciò che non conosciamo, e a cui prima o poi dovremo arrivare, e’ palpabile, forse più oggi di un tempo.
La voglia di emozioni e la fuga dalla noia e’ elemento che tocca molti, forse più oggi di un tempo.
La certezza di essere meglio di altri, più scaltri di altri, capaci di gabbare il prossimo, e’ cosa usuale, forse più oggi di un tempo.
L’incapacità di godere di ciò che si ha, ricercando costantemente qualcosa in più, o comunque di diverso, e’ l’emblema della nostra epoca.
E la nostra insoddisfazione, la nostra ricerca affannosa del gradino superiore, possono trasformarsi in una gabbia, la nostra gabbia, da cui e’ impossibile uscire, se non a carissimo prezzo.

Chissa’ se Rod Serling aveva in mente questo quando ha scritto :”La Clausola”?



mercoledì 26 marzo 2014

Storie del passato


Lei

Lei era ormai vecchia… beh, in realtà avrà avuto una sessantina d’anni, ma ai mie occhi era anziana.
Aveva sofferto, per effetto delle vicissitudini legate alla guerra, e per una vita non certo felice, con un marito padre padrone, che sperperava i tanti soldi disponibili in feste e donne, mentre lei doveva misurare ogni tipo di spesa.
Lui non era cattivo, ma aveva nel DNA il distorto ruolo del capo famiglia, quell’immagine che tanto andava di moda agli inizi dello scorso secolo, atteggiamento difficile da modificare. Lei se ne andò molto prima di lui.
Ricordo un giorno, un episodio negativo che la turbò sino a condurla alle lacrime.
Era andata a fare la spesa, e per qualche strano motivo aveva perso il portafoglio, una misera busta che conteneva ciò che lui le aveva dato, come cifra quotidiana destinata all’acquisto del  mangiare.
Rifece la strada più volte, rientrò nei negozi disperata, si aggirò nel quartiere, accecata dalla preoccupazione, più che dalla rabbia. Ma niente, non c’era stato verso. Sarebbe stata sgridata come una bambina? Lo avrebbe sentito urlare?
Arrivò a casa piangendo e raccontò tutto... svuotò il sacco e si liberò.
“.. ma sì, vada come vada, non l’ho mica fatto apposta!”
Lui la guardò e… sdrammatizzò, si mise a ridere e lei, che si era mantenuta a debita distanza, incredula, diede dimostrazione di riconoscenza per quella reazione composta e adeguata alla pochezza dell’evento… fece un piccolo gesto che aveva un grande significato, anche se lui non poteva capire, come d’altronde accadeva da una vita.
Rimanendo sulla soglia della porta della cucina, alzò il braccio e, fissandolo negli occhi azzurri, avvicinò alla bocca il palmo della mano, contrasse le labbra e soffiò con estrema dolcezza.
Il bacio partì, uscì dalla bocca, rimbalzò sul polso e attraversò la mano, disperdendosi nell’aria.
Lei si convinse di aver centrato l’obiettivo, e questa fu alla fine la cosa più importante.
Non ho goduto abbastanza la mia nonna!


martedì 25 marzo 2014

Acqua alla gola...


L’onda era sempre più alta,
sempre più frequente.
E ogni volta il livello aumentava,
e oramai il mento era coperto.
Questi i miei ultimi minuti,
minuti per pentirsi, minuti per gioire,
minuti per perdonare od odiare per sempre.
Un minuto può durare una vita,
e non si sa come riempirlo.
In questo caso un minuto era un minuto, solo un minuto.
Nessun pentimento e nessuna gioia,
nessun perdono e nessun odio.
Non spenderò il mio ultimo tempo per pensare,
lascerò solo scorrere il film,
le immagini più importanti della mia vita,
ci sei anche tu, anche adesso che ho l’acqua alla gola.




lunedì 24 marzo 2014

Domande senza risposte...ci sarà un senso!?


Ci sarà un senso…

Bastano poche onde per far capire la nostra esatta dimensione.
Bastano poche onde, nemmeno troppo alte, persino cavalcabili dai più esperti…
e nell’anomala disgrazia ci ritroviamo uniti, tutti, indistintamente.
Ora non c’è nessuno contro cui potersi scatenare…
il nemico è conosciuto, ma inattaccabile.
Le immagini scorrono, vorremmo scappare, ma…
i disastri sono magneti e attirano il ferro che c’è in noi.
Il dolore è composto, contenuto, rassegnato.
Comportamenti ammirevoli, condannabili, detestabili.
Spiegazioni cercate con la forza, razionalità e fede.
Voglia di verità e domande imbarazzanti.
Perché lasci che ciò accada,
perché decidi che tutto ciò debba materializzarsi davanti a noi….
Dov’eri tu mentre i corpi si mischiavano al fango?
Non è il momento delle verità, non ancora.
Forse qualche risposta può arrivare a chi chiede,
a chi domanda il motivo della mia velata tristezza,
nelle cose che scrivo, in quelle che dico.
È una vita piena di insidie, ciò che sembra non è...
la festa si trasforma in lutto
il momento lieto è breve, e spesso ci illude.
La vecchiaia serena è un lusso per pochi.
Vivo con la certezza che la mannaia sia dietro all’angolo.
Vivo con la speranza che colpisca me prima dei miei figli.
Poi arriveranno le risposte,
e tutto ciò che ora è oscuro si illuminerà.
La notte sarà solo giorno …
e noi daremo un senso all’incomprensibile.





venerdì 21 marzo 2014

Il Labirinto


Il Labirinto

Alla fine del labirinto c’era la vita.
Il giovane e forte entrò con impeto
pieno di attrezzi e cattiveria.
I muri dovevano cadere ...
niente lo avrebbe fermato.
Ma là regnava il buio,
i muri erano impenetrabili,
le vie tutte uguali.
La forza non servì.
Il giovane e furbo entrò, con destrezza palese,
pieno di sogni e intelligenza.
I muri dovevano diventare invisibili,
perché niente lo avrebbe fermato.
Ma in quel luogo l’intelligenza inciampava,
la pressione premeva la nuca,
la luce accesa era spenta.
Niente servì.
L’uomo non più giovane, non più forte, non più intelligente
si fermò a riflettere, ma…
non perse tempo a cercare la vita,
lui la cavalcava già’.


giovedì 20 marzo 2014

Riflessioni ... finali


Settembre 2008

A Roberto.

Partecipare a un’onoranza funebre è un fatto tanto comune quanto sgradevole.
Forse “sgradevole” potrebbe essere sostituito da aggettivi differenti, ma l’evento non sarà mai associato a un ricordo positivo. I nostri “luoghi di pace”, quelli italiani intendo, non aiutano a vivere con serenità un momento che spesso significa “fine del dolore”, magari dopo una lunga malattia. Altra cosa in America, dove ho potuto valutare con i miei occhi come il verde assoluto, l’ordine,  l’uguaglianza e la semplicità dei sepolcri, non mettono addosso l’ansia che si prova nei nostri cimiteri.
Ripensando all’esperienze personali posso dire che tutte le cerimonie funebri a cui ho partecipato mi hanno provocato dolore variabile, in funzione del grado di parentela o meglio, del grado di affetto, e ogni volta ho cercato di ripercorrere con la mente i momenti  che mi legavano alla persona che veniva ricordata in quel contesto.
La logica delle cose fa si che ci si abitui all’idea che prima  o poi possa mancare un genitore o comunque esseri più grandi di noi e in questo senso credo di aver pagato quasi per intero il tributo. Ma anche un funerale può trasformarsi in un  momento di riflessione che non è solo di carattere religioso, ma l’osservazione attenta di quel particolare spazio temporale, in quel preciso contesto, può diventare la  valutazione di una o più vite.
E’ quello che mi è capitato ieri in quello che è stato “l’evento conclusivo” più “importante” a cui abbia mai  partecipato. L’aggettivo “importante” è utilizzato soltanto per evidenziare il livello dei partecipanti e non per stabilire una “graduatoria di merito”, dal momento che è palese che nell’atto finale tutte le differenze si annullano. Non so cosa accade dopo.
Non farò nomi e tanto meno cognomi, anche se mi piacerebbe rendere omaggio a un uomo che avevo avuto la fortuna di conoscere molti anni fa, in ambito lavorativo, e di cui avevo grande stima.
Era diventato davvero importante, quasi  irraggiungibile ma, pur nella rigidità che il ruolo richiedeva, aveva mantenuto la voglia e la capacità  di privilegiare  il  contatto umano, elemento di cui spesso si sente il bisogno, e quando lo si nominava difficilmente uscivano sguardi e parole fuori misura. Quanti episodi potrei raccontare!
Se ne è andato giovanissimo, forse appena arrivato alla pensione, ma il suo stato precario di salute non era di pubblico dominio.
In quella piazza ho trovato gente conosciuta direttamente e persone decisamente irraggiungibili, alcune delle quali arrivate in modo organizzato, con un bus dedicato.
In quella grande  piazza c’era tutta la capacità di un uomo di raccogliere consensi da tutte le direzioni possibili.
Ho visto tornare il passato antico rappresentato dalle persone che lo avevano conosciuto agli inizi della sua storia lavorativa, ho visto il passato più recente rappresentato da tanti collaboratori di diverse nazionalità, ho visto il presente e anche il futuro… perché una parte di mondo andrà avanti con gli stessi protagonisti. E poi i familiari, e il contatto tra loro e i conoscenti più intimi.
Forse qualcuno era presente per obbligo, come accade in tutte le circostanze simili, ma credo che la maggior parte delle anime  fosse spinta dai miei stessi sentimenti, e cioè desiderasse essere presente nell’atto conclusivo, per un  ultimo doveroso omaggio.
E’ un mondo dove niente avviene per caso, e anche il sedersi su di una panca, in una determinata posizione, può avere un significato.
Tutto nella norma. Ma la mia riflessione principale, non supportata da un’approfondita conoscenza di tutti i presenti e quindi basata su istinto e opinioni, è che in quella chiesa ci fossero solo parenti e figure legate al mondo del lavoro.
Gli ingranaggi che regolano i movimenti della nostra quotidianità stritolano le leggi del buon senso e tengono a far risultare l’uomo segregato all’interno di un sistema che tutto macina, restituendo solo scarti.
Non c’è niente di politico in questo mio pensiero, ma la consapevolezza che la vita dura un attimo e non è nemmeno un attimo felice, non tutto almeno. Parlo per esperienza personale.
In una dimensione infinitamente più piccola, sono passato anche io nel sentiero del “… senza di me il mondo non può andare avanti…”, salvo poi capire che il mondo corretto non è quello che mi impedisce di passare il giusto tempo con i miei cari, non é quello che annienta i miei interessi personali.
Ma è solo un punto di vista, peraltro diverso da quello che avevo anni fa, e sicuramente condizionato da fattori diversi e mutevole da persona a persona.
Il risultato è che tutti finiamo nello stesso posto, allo stesso modo, più o meno giustamente.
La consapevolezza di questa situazione non impedisce noi poveri mortali di proseguire con le nostre scelte sbagliate, e solo fatti estremi possono farci cambiare direzione, come fumatori incalliti che trovano la forza di smettere solo dopo un infarto.
Discorsi retorici, luoghi comuni, leggende metropolitane, storie popolari… tutto vero, ma se potessi disegnare  adesso il mio mondo ideale, la mia giornata ideale, il mio tempo ideale, inventerei un contenitore capace di miscelare in maniera equa gli interessi, i doveri, i piaceri, i diritti, le fatiche, i riposi e non permetterei a nessuno… a nessuno… di impormi quale degli ingredienti debba essere il più importante.
Che sia questa la saggezza legata alla maturità?

Quella piazza, quel momento, quell’uomo, resteranno per sempre con me.