Il 22 febbraio 1977 gli Eagles
pubblicano Hotel California come singolo. È uno di quei momenti che, a
posteriori, sembrano quasi inevitabili: una canzone che non appartiene più
soltanto a un gruppo o a un’epoca, ma a un immaginario collettivo. Eppure, al
momento dell’uscita, nessuno poteva prevedere fino in fondo la traiettoria che
avrebbe preso quel brano: un viaggio lento, magnetico, destinato a trasformarsi
in un classico assoluto e a conquistare il Grammy come “Record of the Year”.
Hotel California è una canzone, un luogo, una soglia, una metafora che si
apre e non si chiude mai del tutto. Gli Eagles, che fino ad allora erano stati
percepiti soprattutto come alfieri del country‑rock californiano, con questo
singolo compiono un salto di qualità sorprendente. La scrittura si fa più cupa,
più simbolica, più stratificata. La musica abbandona la leggerezza della West
Coast per abbracciare un’atmosfera quasi cinematografica, sospesa tra sogno e
inquietudine.
Il brano si muove come un racconto: un arrivo notturno, un
luogo accogliente e minaccioso allo stesso tempo, figure che appaiono e
scompaiono, un senso di bellezza che sfuma nell’ambiguità. È la California come
mito e come disillusione, come promessa e come trappola. Una parabola perfetta
per la fine degli anni Settanta, quando il sogno americano cominciava a
mostrare le sue crepe.
E poi c’è l’assolo. Quell’assolo. Una costruzione a due
chitarre che è diventata un manuale di stile, un dialogo tra Don Felder
e Joe Walsh che ancora oggi viene studiato, imitato, celebrato. Non è
virtuosismo fine a sé stesso, ma una narrazione nella narrazione, un modo per
dire ciò che le parole non possono più contenere.
Il successo del singolo fu immediato, ma la sua consacrazione è avvenuta nel tempo. Hotel California è una di quelle canzoni che non invecchiano, cambia con chi l’ascolta, si adatta alle generazioni, continua a risuonare perché parla di smarrimento, desiderio, identità. Temi che non appartengono a un’epoca, ma all’essere umano.

















.jpg)







