West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

sabato 21 febbraio 2026

22 febbraio 1977 – Quando Hotel California diventò un luogo della mente



Il 22 febbraio 1977 gli Eagles pubblicano Hotel California come singolo. È uno di quei momenti che, a posteriori, sembrano quasi inevitabili: una canzone che non appartiene più soltanto a un gruppo o a un’epoca, ma a un immaginario collettivo. Eppure, al momento dell’uscita, nessuno poteva prevedere fino in fondo la traiettoria che avrebbe preso quel brano: un viaggio lento, magnetico, destinato a trasformarsi in un classico assoluto e a conquistare il Grammy come “Record of the Year”.

Hotel California è una canzone, un luogo, una soglia, una metafora che si apre e non si chiude mai del tutto. Gli Eagles, che fino ad allora erano stati percepiti soprattutto come alfieri del country‑rock californiano, con questo singolo compiono un salto di qualità sorprendente. La scrittura si fa più cupa, più simbolica, più stratificata. La musica abbandona la leggerezza della West Coast per abbracciare un’atmosfera quasi cinematografica, sospesa tra sogno e inquietudine.

Il brano si muove come un racconto: un arrivo notturno, un luogo accogliente e minaccioso allo stesso tempo, figure che appaiono e scompaiono, un senso di bellezza che sfuma nell’ambiguità. È la California come mito e come disillusione, come promessa e come trappola. Una parabola perfetta per la fine degli anni Settanta, quando il sogno americano cominciava a mostrare le sue crepe.

E poi c’è l’assolo. Quell’assolo. Una costruzione a due chitarre che è diventata un manuale di stile, un dialogo tra Don Felder e Joe Walsh che ancora oggi viene studiato, imitato, celebrato. Non è virtuosismo fine a sé stesso, ma una narrazione nella narrazione, un modo per dire ciò che le parole non possono più contenere.

Il successo del singolo fu immediato, ma la sua consacrazione è avvenuta nel tempo. Hotel California è una di quelle canzoni che non invecchiano, cambia con chi l’ascolta, si adatta alle generazioni, continua a risuonare perché parla di smarrimento, desiderio, identità. Temi che non appartengono a un’epoca, ma all’essere umano.







venerdì 20 febbraio 2026

21 febbraio 1995: il ritorno del Boss e della E Street Band sul palco di New York

 



Quando il Tramps di New York divenne il cuore pulsante di una reunion attesa da anni

 

Il 21 febbraio il calendario del rock segna una ricorrenza che profuma di asfalto e di rinascita, riportandoci a quella sera del 1995 in cui l’aria di New York sembrò farsi improvvisamente più densa. Il luogo scelto non fu uno dei grandi stadi a cui Bruce Springsteen ci aveva abituati negli anni Ottanta, ma la dimensione raccolta del Tramps, un club che permise a una manciata di fortunati di assistere a qualcosa che molti credevano ormai archiviato. Dopo circa sette anni di percorsi separati e un congedo che era apparso definitivo, il Boss tornava a dividere le assi del palcoscenico con la E Street Band.

VIDEO

L’occasione formale era dettata da esigenze tecniche: la necessità di filmare il materiale video per Murder Incorporated, un brano potente e crudo rimasto per anni nel cassetto delle sessioni di Born in the U.S.A. e finalmente pronto a vedere la luce all'interno del primo Greatest Hits del cantautore. Tuttavia, ciò che accadde tra le mura del locale andò ben oltre la semplice coreografia per le telecamere del regista Jonathan Demme. L'energia sprigionata non era quella di una messinscena orchestrata, ma il frutto di un'intesa muscolare mai sopita, dove il sax di Clarence Clemons e la batteria di Max Weinberg ripresero a dialogare con la chitarra di Springsteen come se il tempo si fosse fermato al 1988.

Nonostante l'obiettivo primario fosse la registrazione del clip, la scaletta della serata si espanse, regalando versioni viscerali di pezzi come Backstreets e She’s the One. La scelta di un ambiente così intimo sottolineò la natura tecnica e al contempo emotiva dell'operazione, trasformando un set cinematografico in un vero e proprio rito collettivo. In quel momento, apparve chiaro a tutti i presenti che la E Street Band non era solo un gruppo di supporto, ma un organismo vivente essenziale per l'espressività di Springsteen.

L'impatto di quella performance del 21 febbraio non si esaurì nello spegnimento dei riflettori del Tramps. Quel ritorno, seppur breve e finalizzato alla promozione di una raccolta, rappresentò il primo segnale tangibile di un riavvicinamento che avrebbe portato, pochi anni dopo, alla reunion ufficiale e ai tour mondiali che hanno segnato il nuovo millennio. È una data che ci ricorda come certi legami artistici, nati sulle strade del New Jersey e consolidati in decenni di concerti, possiedano una memoria muscolare capace di resistere a lunghi silenzi e a carriere soliste, riaccendendosi con la stessa intensità alla prima nota di un amplificatore.




giovedì 19 febbraio 2026

Kurt Cobain – 20 febbraio 1967: nascita di un’icona fragile

 

Oggi ricorre un’altra volta quel 20 febbraio del 1967 in cui, ad Aberdeen, nello stato di Washington, venne al mondo Kurt Donald Cobain. È una data che ormai si porta dietro un’aura quasi mitologica, come se la nascita di Cobain fosse stata il preludio inevitabile a una storia destinata a bruciare in fretta, ma a lasciare un segno profondo e indelebile.

Eppure, se ci si ferma un attimo, la sua vicenda non inizia affatto sotto il segno del mito. Aberdeen non è Seattle, non è la città del fermento culturale, non è il luogo dove ci si aspetta che nasca un artista capace di cambiare il corso della musica popolare. È una cittadina periferica, piovosa, economicamente depressa, dove la vita scorre lenta e spesso senza prospettive. È proprio da lì, però, che Cobain assorbe quella miscela di malinconia, rabbia e vulnerabilità che diventerà la sua cifra espressiva.

Riletta oggi, la sua storia sembra quasi una parabola americana al contrario… non l’ascesa verso il successo come coronamento di un sogno, ma un successo che arriva come un peso, come un rumore di fondo troppo forte per chi ha sempre vissuto in punta di nervi. Cobain non ha mai nascosto il disagio, l’inadeguatezza, la fatica di stare al mondo. E forse è proprio questo che continua a renderlo così vicino, così umano, così irriducibilmente autentico.

Mentre scorrono gli anni e la sua figura resta sospesa tra memoria e leggenda, vale la pena ricordare che prima del simbolo c’era un ragazzo. Un ragazzo che disegnava, che ascoltava i Beatles e i Melvins, che cercava un modo per dare forma al caos che aveva dentro. Un ragazzo che non immaginava certo di diventare la voce di una generazione, né tantomeno di essere trasformato in un’icona tragica.

Il 20 febbraio 1967 nasce un essere umano complesso, fragile, brillante, contraddittorio. Il mito è stato costruito dopo. E forse, ogni anno, ricordare quella data significa proprio questo, restituire a Cobain un po’ della sua umanità, sottrarlo alla retorica, riportarlo alla sua dimensione più vera, quella di un artista che ha saputo trasformare il dolore in bellezza, e la bellezza in una ferita che ancora oggi non smette di pulsare.






mercoledì 18 febbraio 2026

Ricordando Gary Brooker che ci ha lascaito il 19 febbraio 2022



Gary Brooker, un protagonista discreto della musica britannica


Gary Brooker è stato una delle figure più riconoscibili e al tempo stesso più discrete della musica britannica. Fondatore e voce dei Procol Harum, autore di A Whiter Shade of Pale, ha attraversato decenni di storia musicale con un passo misurato, quasi appartato, come se la sua arte non avesse bisogno di rumore per farsi ascoltare.

La sua voce portava con sé qualcosa di antico e di familiare, un timbro che sembrava provenire da un luogo dove il tempo scorre più lentamente, dove le emozioni non si consumano ma sedimentano. Brooker cantava con una naturalezza che non cercava mai l’effetto, e proprio per questo riusciva a toccare chi lo ascoltava. C’era in lui una malinconia gentile, una forma di eleganza che non si può imitare.

È inevitabile pensare a A Whiter Shade of Pale, una canzone che ha finito per diventare un paesaggio emotivo più che un semplice brano. Ma Brooker non la interpretava, la abitava. La sua voce entrava in quella melodia come si entra in una stanza dove si è già stati, riconoscendo ogni ombra, ogni riflesso. Non spiegava nulla, lasciava che fosse la musica a suggerire ciò che non si può dire apertamente.

Quando Gary Brooker è scomparso, il 19 febbraio 2022, molti hanno parlato della fine di un’epoca. Eppure, la sua presenza non si è dissolta… continua a vivere in quella luce tenue che la sua musica ha sempre emanato, una luce che non abbaglia ma accompagna. Brooker resta così, come un ricordo che torna senza preavviso, come una voce che non pretende di essere ascoltata e proprio per questo non smette mai di parlare.







martedì 17 febbraio 2026

Augusto Daolio – 18 febbraio 1947: la voce che ha dato un volto all’utopia

 


 Ritratto di un artista che ha trasformato la fragilità in poesia collettiva


Il 18 febbraio 1947, a Novellara, nasceva Augusto Daolio, e con lui un modo diverso di stare sulla scena… non come star, non come profeta, ma come uomo che canta con la stessa naturalezza con cui respira. La sua voce, inconfondibile, non era solo timbro, ma un gesto, un modo di guardare il mondo, un invito a rallentare e a sentire.

Daolio non è stato semplicemente il frontman dei Nomadi, ma il loro baricentro emotivo, la figura che teneva insieme inquietudine e dolcezza, protesta e tenerezza. In un’Italia che cambiava in fretta, lui rimaneva lì, con quella presenza scenica che non aveva bisogno di artifici, bastavano un sorriso obliquo, un movimento delle mani, un modo tutto suo di piegare le parole per farle diventare esperienza condivisa.

La sua voce portava dentro qualcosa di antico e qualcosa di nuovo. Antico, perché sapeva di terra, di piazze, di feste popolari, di racconti tramandati. Nuovo, perché riusciva a dare forma a un’idea di musica come comunità, come luogo dove riconoscersi senza bisogno di spiegazioni. Augusto cantava per chi si sentiva fuori posto, per chi cercava un altrove possibile, per chi aveva bisogno di una bussola emotiva.

E poi c’era l’uomo, ironico, schivo, profondamente curioso. Disegnatore, pittore, osservatore instancabile. La sua creatività non si esauriva sul palco, era piuttosto un modo di stare al mondo, trasformando ogni incontro in un frammento di racconto. Chi lo ha conosciuto ricorda la sua capacità di ascoltare, di accogliere, di rendere semplice ciò che semplice non era.

La sua morte, nel 1992, ha lasciato un vuoto che non si è mai davvero colmato. Ma il 18 febbraio continua a essere una data che non passa inosservata, un piccolo faro nel calendario, un promemoria di ciò che la musica può essere quando nasce da un’urgenza autentica. Augusto Daolio non ha mai cercato di essere un simbolo, e proprio per questo lo è diventato.

Oggi, ricordarlo significa tornare a un’idea di arte che non urla, non sgomita, non si traveste. Un’arte che parla piano, ma arriva lontano. Un’arte che, come lui, continua a camminare accanto a chi non ha smesso di credere che la musica possa ancora essere un luogo dove sentirsi a casa.






Jamie Muir, 17 febbraio 2025: l’addio al percussionista che incendiò i King Crimson

 


Jamie Muir: il visionario che trasformò il rumore in rivelazione

 

La morte di Jamie Muir, il 17 febbraio 2025, ci riporta alla memoria una figura che non ha mai cercato il centro della scena, e proprio per questo ha lasciato un segno indelebile. Muir è stato uno di quegli artisti che non costruiscono la propria eredità attraverso la quantità delle opere, ma attraverso l’intensità di un gesto, di un’apparizione. La sua presenza nei King Crimson fu breve, ma così radicale da cambiare per sempre il modo in cui il rock progressivo avrebbe pensato il suono, il corpo e il rischio.

Quando nel 1972 entra nella band di Robert Fripp, Muir porta con sé un arsenale che sembra uscito da un laboratorio alchemico: catene, lamiere, gong, giocattoli metallici, oggetti trovati per strada. Ogni cosa, nelle sue mani, diventa un’estensione del corpo, un detonatore di possibilità. Non cerca il ritmo, cerca l’imprevisto. Non accompagna la musica, la mette in crisi, la apre, la costringe a respirare in modo diverso. Fripp lo definisce “una forza della natura”, mentre Bill Bruford racconta che lavorare con lui significò disimparare tutto ciò che sapeva. È in questo clima di continua tensione creativa che nasce Larks’ Tongues in Aspic, un disco che ancora oggi vibra di un’energia primordiale. Le percussioni di Muir non sono un colore in più: sono la scintilla che trasforma la musica in rito, in esperienza fisica, in qualcosa che non si limita a essere ascoltato ma che accade.

La sua permanenza nei King Crimson dura pochi mesi. Una caduta sul palco, un infortunio, e poi la decisione di lasciare tutto. Ma non è una fuga: è un atto di coerenza. Muir non ha mai cercato la carriera, né la visibilità. Cercava un modo di vivere che fosse all’altezza della sua sensibilità, e il rock, con le sue dinamiche e i suoi ritmi, non poteva contenerlo. Si ritira, si dedica alla meditazione buddhista, scompare dalla scena musicale con la stessa naturalezza con cui vi era entrato, come se la sua presenza fosse stata un lampo necessario, ma irripetibile.

Eppure, la sua influenza continua a vibrare. Ha ridefinito il ruolo della percussione nel rock progressivo, trasformandola da strumento ritmico a dispositivo performativo, teatrale, quasi sciamanico. Ha mostrato che il rumore può essere linguaggio, che l’oggetto quotidiano può diventare suono, che l’imprevisto può essere una forma di verità. Molti musicisti sperimentali degli anni successivi lo hanno citato come riferimento, anche se lui non ha mai cercato di esserlo. Paradossalmente, proprio la sua assenza lo ha reso un punto di orientamento per chi voleva esplorare territori nuovi.

La sua vita di Muir è stata un attraversamento continuo tra musica e gesto, tra caos e contemplazione, tra palco e meditazione. È stato un lampo, sì. Ma alcuni lampi illuminano più di un sole.






domenica 15 febbraio 2026

16 febbraio 1993 – Black Tie White Noise, il ritorno silenzioso di Bowie

 


Un singolo che segna la rinascita creativa, tra elettronica elegante, soul urbano e una riflessione intima sulle tensioni personali e sociali dei primi anni Novanta.


Nel 1993 David Bowie torna sulle scene con Black Tie White Noise, un singolo che segna una fase di autentica rinascita creativa. Dopo gli anni Ottanta, vissuti tra enormi successi commerciali e un progressivo senso di distacco artistico, Bowie sente il bisogno di rimettere ordine nella propria identità musicale. L’incontro con Nile Rodgers riaccende un dialogo già sperimentato in Let’s Dance, ma questa volta la direzione è diversa: non più il pop scintillante e danzabile, bensì un territorio più intimo, dove elettronica, soul e jazz urbano si intrecciano con naturalezza.

Il brano nasce in un momento biografico e storico molto preciso. Bowie ha appena sposato Iman e, allo stesso tempo, osserva con inquietudine i disordini razziali di Los Angeles del 1992. Da questa doppia tensione - personale e sociale - prende forma un pezzo che riflette sul contrasto, sulla possibilità di armonia tra differenze che sembrano inconciliabili. Il titolo stesso, “cravatta nera, rumore bianco”, suggerisce un gioco di opposti che convivono senza annullarsi. La musica segue la stessa logica: un’elettronica elegante e controllata, mai invadente, accoglie la tromba di Lester Bowie, che introduce una nota di fragilità umana dentro un paesaggio sonoro futuribile. La voce di Bowie, più morbida e riflessiva rispetto al passato, sembra voler raccontare non un personaggio ma un uomo che osserva il mondo con lucidità e un filo di disincanto.

Black Tie White Noise anticipa molte delle direzioni che Bowie esplorerà negli anni successivi. L’elettronica diventa uno spazio emotivo, non solo un insieme di texture; i linguaggi neri - soul, R&B, jazz - dialogano con una sensibilità europea; la scrittura assume un tono più introspettivo, quasi diaristico. Il risultato non cerca l’impatto immediato, ma costruisce un’atmosfera, un clima. È il Bowie adulto, consapevole, che non ha più bisogno di travestimenti per reinventarsi: gli basta la sua voce filtrata attraverso un paesaggio sonoro che guarda avanti senza rinnegare le radici.

In questo senso, il singolo rappresenta l’inizio di una nuova fase della sua carriera: non il Bowie‑icona, ma il Bowie‑autore, capace di trasformare la propria biografia in un laboratorio sonoro. Un ritorno non fragoroso, ma profondamente significativo, che apre la strada a una stagione più matura e coraggiosa.






sabato 14 febbraio 2026

Il 15 febbraio 1965 il mondo della musica perdeva la voce e l'eleganza di Nat King Cole

 

La mattina del 15 febbraio 1965 ci lasciava Nathaniel Adams Coles, noto a tutti come Nat King Cole. A soli quarantacinque anni, un tumore ai polmoni spegneva prematuramente una delle figure più influenti e raffinate del Novecento, un artista capace di muoversi con una naturalezza disarmante tra il virtuosismo tecnico del jazz e la morbida comunicatività del pop orchestrale. La sua morte segnò la chiusura di un capitolo fondamentale per l'integrazione culturale negli Stati Uniti, dove Cole aveva combattuto il pregiudizio razziale con la forza della sua professionalità e di un talento che non ammetteva repliche.

Formatosi come pianista jazz di raro spessore, Cole aveva inizialmente costruito la sua reputazione tecnica guidando il King Cole Trio, una formazione che influenzò generazioni di musicisti grazie a un interplay sofisticato e a un uso innovativo della strumentazione. Tuttavia, fu la scoperta della sua voce baritonale, calda e perfettamente controllata, a trasformarlo in un fenomeno globale. Brani come Unforgettable, Mona Lisa o Nature Boy sono esempi di una precisione stilistica, dove ogni sillaba veniva pesata con cura millimetrica, senza mai sacrificare l'emozione in favore del puro esercizio vocale.

Il suo impatto andò ben oltre le pareti degli studi di registrazione, poiché nel 1956 divenne il primo afroamericano a condurre un proprio varietà televisivo nazionale, il The Nat King Cole Show. Nonostante le difficoltà legate agli sponsor, restii a legare il proprio nome a un conduttore nero in un'epoca di profonde tensioni segregate, Cole mantenne una dignità e un aplomb che divennero il suo marchio di fabbrica. La sua capacità di parlare a un pubblico universale, superando le barriere del colore attraverso una musica che fondeva melodia e tecnica sopraffina, resta ancora oggi una delle eredità più pesanti e significative della storia dello spettacolo.

Al momento della sua scomparsa, Nat King Cole aveva già inciso centinaia di brani e venduto milioni di dischi, lasciando un vuoto che molti avrebbero provato a colmare senza mai riuscire a replicare quell'equilibrio perfetto tra tecnica jazzistica e calore umano. La sua figura continua a essere un punto di riferimento non solo per la perfezione formale delle sue esecuzioni, ma per aver dimostrato come l'arte possa essere uno strumento di cambiamento sociale silenzioso ma inarrestabile, capace di viaggiare sulle frequenze radiofoniche per arrivare dritto al cuore di una nazione divisa.







La metamorfosi di un classico: Aretha Franklin e la riscrittura di “Respect”

 


L'incisione che trasformò una preghiera domestica in un manifesto politico e sociale

 

Il 14 febbraio 1967, negli Atlantic Studios di New York, la storia della musica popolare subì una deviazione irreversibile. Aretha Franklin non si limitò a registrare una cover di un brano già noto di Otis Redding, ma operò una vera e propria decostruzione tecnica e narrativa del pezzo originale. Se nella versione di Redding del 1965 il testo appariva come l'appello di un uomo che, tornando a casa, chiedeva il "rispetto" dovuto al capofamiglia in cambio del sostentamento economico, la rilettura della Franklin ribaltò completamente il punto di vista, spostando l'asse del discorso sul piano dell'autodeterminazione individuale.

Il processo creativo in studio fu caratterizzato da un'intuizione sonora precisa, alimentata dal pianoforte della stessa Franklin e dal supporto ritmico della Muscle Shoals Rhythm Section. L'aggiunta del celebre bridge con lo spelling della parola - R-E-S-P-E-C-T - e l'introduzione dei cori delle sorelle Erma e Carolyn trasformarono la struttura del brano in un dialogo serrato e incalzante. L'uso del termine gergale "sock it to me", ripetuto ossessivamente nei cori, iniettò una dose di energia urbana e contemporanea che distanziò immediatamente il pezzo dalle produzioni soul più tradizionali dell'epoca.

Dal punto di vista dell'impatto culturale, la registrazione divenne in breve tempo molto più di un successo commerciale. Il contesto storico del 1967, segnato dalle tensioni per i diritti civili negli Stati Uniti e dall'emergere della seconda ondata femminista, trovò in quelle note una sintesi perfetta. La richiesta di rispetto non era più confinata alle mura domestiche, ma si estendeva alle strade e alle istituzioni, diventando il simbolo della lotta della comunità afroamericana e delle donne per il riconoscimento della propria dignità.

La forza tecnica della voce di Aretha Franklin, capace di spaziare dal gospel più viscerale a un controllo pop impeccabile, conferì al messaggio una autorevolezza che la versione maschile non poteva possedere. In questo senso, la sessione di registrazione di quel martedì di febbraio non fu solo un atto artistico di alto profilo, ma un momento di rottura politica che sancì la nascita della "Regina del Soul" e fornì un linguaggio nuovo a movimenti che stavano cambiando il volto della società occidentale. Ancora oggi, l'analisi del brano rivela come la combinazione tra una produzione asciutta e un'interpretazione vocale carica di urgenza possa trasformare una semplice canzone in un documento storico permanente.






giovedì 12 febbraio 2026

Il rigore della velocità tra Nora Orlandi e Caterina Valente


Analisi tecnica di un virtuosismo d'archivio sulle note del 

Moto perpetuo


L'immagine storica di Nora Orlandi è indissolubilmente legata alla direzione dei 4+4, una funzione che l'ha consegnata alla memoria collettiva come la coordinatrice infallibile delle armonie vocali per il cinema e la televisione. Tuttavia, il recupero di alcuni filmati d'archivio rivela una realtà solistica sorprendente, capace di folgorare lo spettatore moderno: Orlandi che affronta il Moto perpetuo a una velocità d'esecuzione estrema, accompagnata da un pianoforte altrettanto rapido. Questa performance non rappresenta solo un esercizio di stile, ma una dichiarazione di competenza tecnica che la pone sullo stesso piano dei grandi virtuosi dello strumento voce.

Il confronto più naturale, analizzando una simile agilità nell'articolazione, è quello con Caterina Valente, figura che ha elevato lo scat e il vocalizzo tecnico a vette internazionali insuperate. Entrambe le artiste condividono un approccio alla musica che privilegia la precisione assoluta rispetto all'enfasi emotiva. Se la Valente era capace di competere con le orchestre americane grazie a una duttilità ritmica prodigiosa, Nora Orlandi risponde con una matrice tecnica altrettanto solida, dove la velocità diventa il terreno su cui testare la nitidezza di ogni singola nota. Nel Moto perpetuo, questa affinità emerge con chiarezza: non c'è spazio per le sbavature e ogni sillaba deve essere incastrata con precisione millimetrica nel flusso sonoro.

Mentre Caterina Valente spesso utilizzava il virtuosismo per creare un dialogo giocoso con gli strumenti, l'approccio della Orlandi appare più asciutto, quasi ingegneristico. La sua capacità di mantenere l'intonazione cristallina mentre il cronometro corre è la prova di un controllo del fiato e di una muscolatura vocale fuori dal comune. In questo senso, la Orlandi solista è una scoperta che ribalta il paradigma della "corista": la sua funzione di guida per i 4+4 non era un limite espressivo, ma l'estensione naturale di una padronanza tecnica che le permetteva di dominare qualsiasi complessità ritmica in totale autonomia.

Rivedere oggi queste esecuzioni significa restituire a Nora Orlandi il ruolo di fuoriclasse che le spetta. Il parallelo con la Valente non è dunque un accostamento azzardato, ma la constatazione di una comune eccellenza nel trattamento della voce come puro strumento melodico. Entrambe hanno dimostrato che il talento, quando supportato da una disciplina ferrea, può trasformare una sequenza di note velocissime in una narrazione coerente e affascinante, dove la bravura non è mai fine a sé stessa ma è il risultato di una preparazione tecnica impeccabile.

 

mercoledì 11 febbraio 2026

Il “glissando” che ha cambiato la storia del jazz sinfonico

 


L'evoluzione cromatica e l'urgenza creativa dietro il capolavoro di Gershwin

 

L'idea che Rapsodia in blu sia nata da un errore è una semplificazione affascinante, ma la realtà dei fatti racconta una storia di intuizione e di un'urgenza creativa quasi febbrile. Il celebre inizio del brano, quel lamento del clarinetto che sembra arrampicarsi verso il cielo, non era previsto nella partitura originale. George Gershwin aveva scritto una semplice scala di diciassette note, ma durante le prove del 1924 il clarinettista Ross Gorman decise, quasi per scherzo, di legarle tutte insieme in un unico, fluido glissando "urlato". Invece di restare sorpreso o infastidito, Gershwin ne rimase folgorato e chiese al musicista di rendere quel passaggio ancora più graffiante e viscerale, trasformando un dettaglio tecnico in un simbolo della musica del Novecento.

Questo episodio riflette perfettamente lo spirito con cui l'opera venne alla luce. La composizione non fu il frutto di una lunga meditazione, ma di una corsa contro il tempo iniziata quando Gershwin scoprì da un trafiletto di giornale che il direttore d'orchestra Paul Whiteman aveva già annunciato il concerto per il 12 febbraio. In sole cinque settimane, il compositore dovette tradurre in musica il caos e l'energia di New York. Per farlo, utilizzò una struttura che ricorda molto i brani classici ma la riempì di colori nuovi: i ritmi spezzati del jazz e le melodie malinconiche del blues che si sentivano nei club di Harlem.

Il segreto della Rapsodia in blu risiede proprio in questo equilibrio tra rigore e libertà. Gershwin non si limitò a inserire elementi jazz in una cornice classica, ma cercò di far parlare i due mondi la stessa lingua. Se da un lato il pianoforte segue uno sviluppo quasi virtuosistico, dall'altro l'uso degli ottoni e delle percussioni richiama la vitalità delle strade americane. Questa fusione fu così efficace perché non risultava forzata; la musica fluiva con naturalezza, passando da momenti di grande eleganza a esplosioni sonore quasi selvagge, proprio come accadde con l'intuizione del clarinetto di Gorman.

L'opera divenne così il manifesto di un'epoca, dimostrando che la musica colta poteva nutrirsi della cultura popolare senza perdere la sua dignità. Quel glissando iniziale, nato quasi per caso, divenne il ponte ideale tra la tradizione delle sale da concerto e la modernità dei club notturni, segnando un punto di non ritorno nella storia della musica moderna.








martedì 10 febbraio 2026

Gary Thain, il bassista ombra che teneva in piedi un gigante

 

Gary Thain nasce in Nuova Zelanda nel 1948, lontano da tutto, e forse per questo porta sempre con sé un senso di estraneità. È un ragazzo silenzioso, riservato, con un talento naturale per il basso; non è un virtuoso esibizionista, ma uno che costruisce fondamenta solide e melodiche sotto i piedi degli altri.

Quando entra negli Uriah Heep nel 1972, la band sta vivendo il suo momento d’oro. E lui diventa subito il cuore pulsante del gruppo: linee di basso eleganti, creative, mai banali. È il motore nascosto di album come Demons and Wizards, The Magician’s Birthday, Sweet Freedom. La sua presenza è magnetica ma discreta: non cerca la luce, la sostiene.

Ma dietro quella calma apparente c’è un ragazzo fragile, che non regge bene la pressione, le tournée infinite, l’ambiente tossico del rock anni ’70. Inizia a usare eroina per “reggere”, per anestetizzare l’ansia, per non sentire il peso del mondo. E lentamente scivola in una spirale che non riesce più a controllare.

È il 15 settembre 1974. Gli Uriah Heep stanno suonando a Dallas, uno dei tanti concerti di un tour massacrante. Gary Thain è stanco, pallido, consumato dalle droghe e dalla pressione, ma quando sale sul palco sembra trasformarsi: il basso diventa la sua armatura, il suo rifugio.

A metà concerto succede qualcosa che nessuno dimenticherà mai. Gary tocca un microfono difettoso mentre è collegato al suo basso. Una scarica elettrica violentissima attraversa il suo corpo. Cade a terra, immobile. La band si ferma, il pubblico trattiene il fiato. Per un attimo sembra morto.

Lo portano via, lo rianimano. Sopravvive. Ma quella scossa non è solo fisica… è simbolica. Da quel giorno Gary non è più lo stesso. Ha paura del palco, paura degli strumenti, paura di sé stesso. La sua dipendenza peggiora, la sua salute crolla, la band perde la pazienza.

Quando gli Uriah Heep lo licenziano, Gary vive quel gesto come un tradimento irreparabile. Era la sua famiglia, il suo mondo, l’unico posto dove si sentiva qualcuno. Senza la band, senza un ruolo, senza un futuro, si lascia andare. Muore pochi mesi dopo, in silenzio, lontano dai riflettori.

La scossa di Dallas non lo ha ucciso sul momento, ma ha acceso una crepa che non si è mai più richiusa.







lunedì 9 febbraio 2026

David Bowie, 10 febbraio 1972

 


La prima apparizione di Ziggy Stardust al 

Toby Jug di Tolworth


Esattamente cinquantaquattro anni fa, sul modesto palco del pub Toby Jug a Tolworth, David Bowie diede inizio a una delle trasformazioni più significative della cultura pop del Novecento. Non si trattò di un debutto in grande stile nei teatri del West End, ma di una performance davanti a un pubblico numericamente ridotto, circa sessanta persone, che assistettero alla nascita del personaggio di Ziggy Stardust. Quella sera il musicista londinese abbandonò definitivamente l’immagine del cantautore folk per abbracciare un’estetica aliena, caratterizzata da stivali rossi, capelli tinti e un trucco che annullava i confini di genere allora prestabiliti.

L’importanza di quella data risiede nel superamento del modello tradizionale di rockstar intesa come figura autentica e terrena. Bowie scelse invece la via della teatralità totale, trasformando il concerto in una messa in scena narrativa dove il confine tra interprete e maschera diventava volutamente ambiguo. L'impatto di questa operazione non fu immediato a livello di vendite, ma innescò un processo di decostruzione dell'immagine maschile che avrebbe influenzato la moda e il costume dei decenni successivi.

La scaletta della serata includeva già brani che sarebbero diventati classici, come Starman e Suffragette City, eseguiti con una formazione, gli Spiders from Mars, capace di unire l'irruenza del rock chitarristico a una precisione tecnica quasi meccanica.

Quella performance a Tolworth segnò il passaggio dal glamour ingenuo degli anni Sessanta a una forma di spettacolo più consapevole e critica. Bowie non si limitava a cantare canzoni, ma utilizzava il corpo come uno strumento di comunicazione visiva, anticipando tendenze che oggi consideriamo standard nell'industria dell'intrattenimento.

Analizzando l'evento con distacco tecnico, si percepisce come la gestione dell'immagine coordinata - dai costumi di Freddie Burretti alle pose ispirate al mimo - fosse parte di un progetto artistico integrato, volto a scardinare la staticità del rock britannico dell'epoca.


IMMAGINI DI REPERTORIO...





domenica 8 febbraio 2026

Bill Haley: la fine di un'era il 9 febbraio 1981

 


La scomparsa dell'uomo che ha dato un ritmo nuovo al dopoguerra


Il 9 febbraio 1981, la notizia della morte di Bill Haley giunta dal Texas segnava la chiusura definitiva di una stagione musicale irripetibile. Haley si è spento a 55 anni, lasciando un vuoto che non riguarda solo la cronaca del mondo dello spettacolo, ma che tocca le radici stesse della cultura popolare contemporanea. Sebbene negli ultimi anni la sua figura fosse stata parzialmente offuscata dall'esplosione di icone più giovani e provocatorie, il suo contributo tecnico e stilistico rimane la pietra angolare su cui è stato costruito l'edificio del rock 'n' roll.

Il merito principale di Haley è stato quello di aver intuito, con una precisione quasi scientifica, la possibilità di fondere generi apparentemente distanti. Prima dell'avvento dei Comets, la distinzione tra il country e il rhythm and blues era netta, spesso tracciata da barriere non solo musicali ma anche sociali. Haley, partendo da una formazione legata al western swing, ha saputo accelerare i tempi e accentuare il "backbeat", creando una formula sonora che trovò la sua massima espressione in Rock Around the Clock. Il brano, inciso nel 1954, non fu un successo immediato, ma la sua inclusione nella colonna sonora del film Il seme della violenza lo trasformò nel primo inno di una generazione in cerca di una propria identità.

Dal punto di vista della scrittura e dell'arrangiamento, la musica di Haley non cercava la complessità armonica, puntando tutto su una sezione ritmica implacabile e sull'uso distintivo del sax tenore e della chitarra elettrica, strumenti che dialogavano in modo serrato per mantenere alta la tensione del brano. Questa struttura ha permesso di sdoganare un linguaggio sonoro che fino a quel momento era rimasto confinato in circuiti regionali o di nicchia, portandolo nelle classifiche internazionali e nelle case della classe media.

Con la sua scomparsa si concluse il ciclo dei pionieri che avevano agito da catalizzatori. Se figure come Elvis Presley hanno incarnato l'immagine ribelle del genere, Bill Haley ne è stato il motore metodico e l'ambasciatore globale. La sua estetica, fatta di giacche sgargianti e del celebre ricciolo sulla fronte, appartiene forse a un passato che appare oggi lontano, ma la solidità tecnica dei suoi brani continua a rappresentare il manuale base per chiunque decida di imbracciare una chitarra elettrica.






sabato 7 febbraio 2026

8 febbraio 1969: l'annuncio dei Blind Faith e l'illusione del supergruppo

 


L'unione tra Clapton, Winwood e Baker nel contesto della crisi creativa post Cream

 

L'8 febbraio 1969 la cronaca musicale venne scossa da una notizia che sembrava destinata a spostare l'asse del rock internazionale: l'annuncio ufficiale della nascita dei Blind Faith. Il progetto si presentava come una soluzione tecnica e artistica alle tensioni accumulate nei mesi precedenti, riunendo Eric Clapton e Ginger Baker, orfani della potenza sonora dei Cream, con Steve Winwood, che aveva appena abbandonato i Traffic, e Ric Grech. La critica coniò per loro il termine "supergruppo", una definizione che portava con sé un carico di aspettative sproporzionato rispetto alla reale stabilità della nuova formazione.

Clapton vedeva in questa collaborazione la possibilità di rifugiarsi in un sound più asciutto e strutturato, lontano dalle lunghe improvvisazioni solistiche che lo avevano reso un'icona mondiale ma che lo avevano anche profondamente logorato. L'ingresso di Winwood garantiva una versatilità compositiva che spaziava dal rhythm and blues a suggestioni più marcatamente melodiche, offrendo al chitarrista quella spalla creativa necessaria per esplorare territori meno saturi. Tuttavia, l'annuncio della band non faceva i conti con la pressione mediatica: il pubblico non cercava un'evoluzione, ma una replica aumentata del passato, trasformando ogni concerto in una celebrazione nostalgica delle carriere precedenti.

La gestione tecnica dei Blind Faith fu segnata da una fretta eccessiva. Nonostante la qualità dell'unico album omonimo, le sessioni di registrazione e i successivi tour negli Stati Uniti evidenziarono una mancanza di amalgama strutturale, schiacciata tra la necessità di promuovere il nuovo materiale e l'obbligo contrattuale di riproporre brani dei Cream. Questa instabilità portò alla fine del gruppo già nell'autunno dello stesso anno, dimostrando come la data del loro esordio avesse segnato l'inizio di un esperimento tanto ambizioso quanto fragile.






venerdì 6 febbraio 2026

Steve Bronski e il coraggio dell'elettronica militante

 


L'identità sintetica dei Bronski Beat e il peso di una rivoluzione sonora


Il 7 febbraio del 1960 nasceva a Glasgow Steven Forrest, l'uomo che, sotto lo pseudonimo di Steve Bronski, avrebbe trasformato il sintetizzatore in uno strumento di affermazione politica e sociale. Fondatore dei Bronski Beat, l'artista scozzese ha rappresentato una figura atipica nel panorama pop degli anni Ottanta: un metodico artigiano del suono capace di coniugare il rigore delle macchine con l'urgenza di una narrazione civile esplicita, in un’epoca in cui l’industria discografica tendeva spesso a edulcorare i temi più scomodi.

La sua visione tecnica si concretizzò nel 1984 con la pubblicazione di The Age of Consent, un titolo che già di per sé costituiva una sfida alle leggi britanniche dell'epoca. Bronski non si limitava a programmare basi per la voce iconica di Jimmy Somerville; egli stratificava sequenze elettroniche pulite e minimaliste, creando un'intelaiatura sonora che sosteneva messaggi di resistenza. In brani come Smalltown Boy, la sua gestione dei sintetizzatori analogici riusciva a trasmettere un senso di isolamento e speranza, elevando il synth-pop da semplice musica di consumo a colonna sonora di un cambiamento culturale necessario.

A differenza di molti contemporanei, Bronski mantenne un approccio asciutto alla produzione, evitando eccessi barocchi per concentrarsi sulla forza del ritmo e sulla nitidezza delle armonie. Dopo l'uscita di Somerville dalla formazione, Steve continuò a guidare il progetto attraverso diverse evoluzioni, esplorando le sonorità della Hi-NRG e della dance europea, mantenendo però sempre fede a quell'estetica sintetica che lo aveva reso un punto di riferimento per i produttori di musica elettronica dei decenni successivi.

La traiettoria di Steve Bronski si è interrotta tragicamente nel dicembre del 2021, all'età di 61 anni. L'artista è rimasto vittima di un incendio divampato nel suo appartamento di Soho, a Londra, una fine solitaria che contrasta dolorosamente con l'energia collettiva che la sua musica ha saputo sprigionare nelle arene e nei club di tutto il mondo. Nonostante l'epilogo silenzioso, la sua eredità rimane custodita nei circuiti di quei brani che hanno dato voce a chi, fino a quel momento, era rimasto ai margini della cronaca e delle classifiche.






giovedì 5 febbraio 2026

Carl Wilson, 6 febbraio 1998



Una voce cristallina nel cuore dell'inverno


Oggi ricorre l'anniversario della scomparsa di Carl Wilson, avvenuta il 6 febbraio 1998, un momento che invita a riflettere sull'eredità lasciata dal nucleo emotivo e tecnico dei Beach Boys. Wilson non era soltanto il fratello minore del geniale Brian, ma l'uomo capace di dare una forma vocale concreta a visioni sonore altrimenti inafferrabili, agendo come un collante indispensabile per la stabilità della band.

La sua figura resta indissolubilmente legata a God Only Knows, un brano che rappresenta ancora oggi un vertice di perfezione nell'ambito della produzione pop. In quella registrazione del 1966, l'interpretazione di Carl si distingue per una pulizia timbrica e un controllo del fiato che rasentano l'impeccabile, evitando ogni eccesso per lasciare spazio alla pura melodia. Questa capacità di trasmettere vulnerabilità attraverso una tecnica rigorosa è ciò che ha reso il suo stile un riferimento per intere generazioni di musicisti.

Oltre al contributo vocale, Carl Wilson ebbe un ruolo determinante nell'evoluzione del suono del gruppo, guidando la transizione dalle atmosfere spensierate del surf verso le sperimentazioni psichedeliche più mature. Quando le fragilità del fratello Brian resero difficile la gestione delle sessioni in studio, fu proprio Carl a farsi carico della direzione artistica, garantendo la continuità di una ricerca sonora che ha cambiato la storia della musica moderna.

La sua parabola umana e artistica si interruppe prematuramente a soli 51 anni a causa di un tumore ai polmoni, una malattia che spense la voce più pura della California proprio mentre cercava di mantenere vivo lo spirito originale del gruppo.





mercoledì 4 febbraio 2026

Ringo Starr e i Beatles, 5 febbraio 1962

 


La sostituzione di Pete Best e il debutto di Ringo Starr con i Beatles


Il 5 febbraio 1962, la storia dei Beatles visse un passaggio tecnico e umano apparentemente minore, ma destinato a diventare la chiave di volta per la coesione futura della band. Al Cavern Club di Liverpool, Ringo Starr sedette per la prima volta dietro i tamburi del gruppo, sostituendo temporaneamente Pete Best che non poteva esibirsi a causa di un’influenza.

All'epoca Ringo Starr, all’anagrafe Richard Starkey, era già un musicista professionista stimato nel circuito locale, militando nei Rory Storm and the Hurricanes. La sua presenza sul palco con Lennon, McCartney e Harrison non fu un evento pianificato dai manager, quanto piuttosto una necessità logistica che permise ai quattro di testare un'affinità ritmica diversa da quella consueta. Mentre lo stile di Best era caratterizzato da un approccio più essenziale e talvolta rigido, Starr portava con sé un senso del tempo più fluido e una capacità di adattamento che colpì immediatamente i restanti membri del gruppo.

Questo episodio non rappresentò l'ingresso ufficiale di Ringo nella band, che sarebbe avvenuto solo nell'agosto dello stesso anno, ma servì a incrinare l'equilibrio interno al gruppo originale. Il contrasto tra la tecnica di Starr e quella di Best divenne un argomento di discussione frequente tra i tre soci fondatori, i quali iniziarono a percepire come il contributo ritmico di Ringo potesse elevare la qualità delle loro composizioni. La performance di quel 5 febbraio agì dunque da catalizzatore silenzioso, innescando una serie di valutazioni critiche che portarono infine al licenziamento di Best, una decisione sofferta che scatenò non poche proteste tra i fan della prima ora a Liverpool.

L'impatto di questo cambio di formazione andò ben oltre la semplice esecuzione dei brani dal vivo, poiché permise alla band di trovare quella quadratura sonora necessaria per affrontare le imminenti sessioni di registrazione negli studi di Abbey Road. L'inserimento di un batterista con la sensibilità di Starr trasformò i Beatles in una macchina musicale più solida, capace di spaziare tra generi diversi con una naturalezza che lo stile precedente faticava a garantire.





martedì 3 febbraio 2026

4 febbraio 1991: l'ultimo atto in studio di Freddie Mercury

 


Un'analisi tecnica e narrativa di Innuendo

 

La pubblicazione di Innuendo, avvenuta il 4 febbraio 1991, rappresenta un momento di particolare densità nella storia della discografia rock, non solo per il valore artistico intrinseco ma per le condizioni produttive in cui l'opera venne portata a termine. Il disco arrivò dopo un periodo di intensa attività negli studi Mountain di Montreux, dove i Queen cercarono di recuperare una dimensione più complessa e stratificata, allontanandosi parzialmente dalle sonorità pop degli anni Ottanta per riabbracciare strutture che richiamavano il rock progressivo degli esordi. Questa scelta stilistica è evidente sin dalla title track, un brano di oltre sei minuti che alterna tempi diversi e integra un intermezzo di chitarra flamenca, per il quale Brian May si avvalse della collaborazione di Steve Howe degli Yes. La costruzione del pezzo riflette una ricerca armonica ambiziosa, capace di legare sezioni orchestrali a momenti di puro hard rock, mantenendo una coesione che molti critici dell'epoca interpretarono come un ritorno alla maturità compositiva della metà degli anni Settanta.

Nonostante il progressivo deterioramento delle condizioni di salute di Freddie Mercury, la sua prestazione vocale nell'album non mostra segni di cedimento tecnico, anzi si distingue per un'estensione e una potenza che in alcuni passaggi, come nel brano “All Dead, All Dead” o nella stessa “Innuendo”, raggiungono vette di precisione assoluta. Il lavoro in studio fu meticoloso e mirato a ottimizzare le sessioni di registrazione, con i restanti membri della band impegnati a fornire tappeti sonori rigorosi su cui innestare le linee vocali. Brani come “I'm Going Slightly Mad” mostrano un uso sapiente delle tastiere e degli effetti sintetizzati, contribuendo a creare un'atmosfera sospesa e quasi surreale, mentre “Headlong” mantiene un approccio più diretto e lineare, basato su un riff di chitarra granitico tipico dello stile di May.

L'album si conclude con “The Show Must Go On”, una traccia che sul piano tecnico mette in luce una gestione magistrale della dinamica e del crescendo sonoro. La base ritmica di Roger Taylor e John Deacon sostiene un arrangiamento di sintetizzatori che simula una sezione d'archi, creando una struttura imponente sopra la quale si sviluppa una delle performance vocali più complesse della carriera di Mercury. La capacità di “Innuendo” di spaziare tra generi diversi, dalla ballata intimista di “These Are the Days of Our Lives” fino alle derive quasi heavy di “Hitman”, rende l'opera un compendio della versatilità del gruppo. Alla sua uscita, il disco ottenne immediatamente il primo posto nelle classifiche britanniche, confermando come la band fosse riuscita a sintetizzare vent'anni di carriera in un lavoro che, pur essendo l'ultimo registrato con la formazione originale al completo, evitava facili nostalgie preferendo un'esecuzione tecnica asciutta e di alto profilo.




lunedì 2 febbraio 2026

Fred Buscaglione, 3 febbraio 1960

 


La fine del fenomeno swing tra le strade di Roma e l'eredità di un linguaggio nuovo

 

All'alba del 3 febbraio 1960, l'incidente stradale in cui perse la vita Fred Buscaglione segnò una frattura netta nella storia dello spettacolo italiano. Lo scontro tra la sua Ford Thunderbird e un autocarro nei pressi di via Paisiello, a Roma, non fu soltanto un fatto di cronaca nera, ma la scomparsa prematura di un innovatore che a 38 anni aveva già scardinato i canoni della canzone melodica nazionale. L'impatto fu talmente violento da rendere inutili i soccorsi, portando alla morte l'artista proprio nel momento di massima espansione della sua popolarità.

Il contributo di Buscaglione alla musica leggera si distinse per una precisione tecnica derivata da una solida formazione polistrumentale, che gli permise di importare lo swing e il jazz americano in un contesto ancora legato a schemi tradizionali. Insieme al paroliere Leo Chiosso, aveva creato un universo narrativo coerente, popolato da personaggi ispirati alla letteratura noir e al cinema di genere. La sua maschera da "duro", caratterizzata dal baffo sottile e dall'immancabile sigaretta, era sostenuta da arrangiamenti orchestrali sofisticati che guardavano con intelligenza a quanto accadeva oltreoceano, senza mai scadere nella mera imitazione.

La data della sua morte coincise con una fase di profonda mutazione del costume italiano. Buscaglione era riuscito a intercettare il desiderio di modernità di un Paese in pieno fermento, proponendo un modello di intrattenimento che mescolava ironia e rigore esecutivo. La sua capacità di recitare le proprie canzoni, rendendole quasi delle sceneggiature concentrate in pochi minuti, aveva anticipato modalità comunicative che sarebbero diventate standard solo molti anni dopo. La fine del suo percorso privò la scena artistica di un interprete capace di muoversi con naturalezza tra la discografia, la televisione e il cinema, dove stava iniziando a consolidare una presenza significativa.

Oltre al mito dell'uomo vissuto con la stessa intensità dei suoi personaggi, resta l'analisi critica di un repertorio che ha influenzato generazioni di musicisti. Buscaglione fu un professionista che seppe applicare la disciplina del jazz alla struttura della canzone pop, mantenendo un equilibrio costante tra la narrazione goliardica e la qualità dell'esecuzione. La sua scomparsa lasciò un vuoto tecnico incolmabile, cristallizzando per sempre l'immagine di un'Italia che cercava, attraverso il ritmo, una propria via verso l'internazionalità.







domenica 1 febbraio 2026

Tommy Ramone: nasceva il 2 febbraio il battito primordiale del punk

 


Nel giorno della sua nascita, il ritratto di un musicista che ha definito un suono


Il 2 febbraio 1949 nasceva a Budapest Tamás Erdélyi, conosciuto come Tommy Ramone, primo batterista dei Ramones e figura centrale nella definizione del punk newyorkese. In un periodo in cui il rock tendeva verso strutture sempre più elaborate, Tommy contribuì a riportare l’attenzione su un linguaggio diretto e immediato. Il suo nome rimane legato a un modo di fare musica essenziale e privo di artifici.

Tommy non iniziò come batterista. Proveniva dal mondo della produzione e del lavoro in studio, e questa formazione influenzò profondamente il suo approccio. Quando si trovò a suonare con i Ramones, adottò uno stile asciutto, basato su un tempo costante e su figure ritmiche ripetute. Questa scelta contribuì a definire l’identità sonora della band e, più in generale, di una scena musicale che stava nascendo proprio in quegli anni.

Oltre al ruolo dietro il kit, Tommy fu determinante anche come produttore. Lavorò ai primi album dei Ramones con l’obiettivo di restituire su disco la stessa energia dei concerti. Evitò sovrastrutture e interventi superflui, privilegiando un suono compatto e riconoscibile. Questa impostazione influenzò molte band successive e contribuì a fissare un modello produttivo che avrebbe avuto lunga durata.

All’interno del gruppo, Tommy svolse anche funzioni organizzative e gestionali, soprattutto nei primi anni. La sua presenza contribuì a mantenere un equilibrio in una fase in cui la band stava definendo la propria identità e cercando spazio nella scena newyorkese. Quando lasciò il ruolo di batterista nel 1978, continuò comunque a collaborare con il gruppo e a partecipare al loro percorso artistico.

Ricordare Tommy Ramone il 2 febbraio significa ripercorrere la storia di un musicista che ha avuto un ruolo concreto nella nascita del punk. Il suo contributo, sia come batterista sia come produttore, ha lasciato un’impronta riconoscibile e continua a essere un riferimento per molte formazioni che si muovono in ambito rock e alternative.