Oggi ricorre un’altra volta quel 20 febbraio del 1967
in cui, ad Aberdeen, nello stato di Washington, venne al mondo Kurt Donald Cobain. È una data che ormai si
porta dietro un’aura quasi mitologica, come se la nascita di Cobain fosse stata
il preludio inevitabile a una storia destinata a bruciare in fretta, ma a
lasciare un segno profondo e indelebile.
Eppure, se ci si ferma un attimo, la sua vicenda non inizia
affatto sotto il segno del mito. Aberdeen non è Seattle, non è la città del
fermento culturale, non è il luogo dove ci si aspetta che nasca un artista
capace di cambiare il corso della musica popolare. È una cittadina periferica,
piovosa, economicamente depressa, dove la vita scorre lenta e spesso senza
prospettive. È proprio da lì, però, che Cobain assorbe quella miscela di
malinconia, rabbia e vulnerabilità che diventerà la sua cifra espressiva.
Riletta oggi, la sua storia sembra quasi una parabola
americana al contrario… non l’ascesa verso il successo come coronamento di un
sogno, ma un successo che arriva come un peso, come un rumore di fondo troppo
forte per chi ha sempre vissuto in punta di nervi. Cobain non ha mai nascosto
il disagio, l’inadeguatezza, la fatica di stare al mondo. E forse è proprio
questo che continua a renderlo così vicino, così umano, così irriducibilmente
autentico.
Mentre scorrono gli anni e la sua figura resta sospesa tra
memoria e leggenda, vale la pena ricordare che prima del simbolo c’era un
ragazzo. Un ragazzo che disegnava, che ascoltava i Beatles e i Melvins, che
cercava un modo per dare forma al caos che aveva dentro. Un ragazzo che non
immaginava certo di diventare la voce di una generazione, né tantomeno di
essere trasformato in un’icona tragica.
Il 20 febbraio 1967 nasce un essere umano complesso, fragile,
brillante, contraddittorio. Il mito è stato costruito dopo. E forse, ogni anno,
ricordare quella data significa proprio questo, restituire a Cobain un po’
della sua umanità, sottrarlo alla retorica, riportarlo alla sua dimensione più
vera, quella di un artista che ha saputo trasformare il dolore in bellezza, e
la bellezza in una ferita che ancora oggi non smette di pulsare.

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