West Virginia

West Virginia
Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

giovedì 17 aprile 2014

La mia città


Scrivevo un pò di tempo fa...

L'arrivo del Natale ci fa riscoprire la città e le sue luci migliori.
L'aria che si respira e' per taluni festosa, per altri un po' meno, ma il cuore cittadino pulsa come mai accade nel corso dell'anno.
Sono quei momenti in cui mi ritrovo a dire:"Ma è proprio bella Savona!", e in questa affermazione risiede la consapevolezza di conoscerla poco e di viverla ancor meno.
Passeggiando con i miei piccoli mi ritrovo a dire:"Vedi, qui un tempo avevamo paura al solo pensiero di passarci, ed ora la vecchia Darsena è un luogo tra i più vissuti e affascinanti!"
Girare in questo periodo mi intristisce, e molto, ma colgo questa occasione per "omaggiare la mia città, rispolverando vecchie fotografie, che per me sono cariche di significati.

Il tutto condito da "Imagine" di Lennon.





Citazione del giorno.
"La forma d'una città cambia, ahimè, più in fretta del cuore di un mortale."(Charles Baudelaire)


mercoledì 16 aprile 2014

Geografia di vita

Elaborazione grafica di Francesco Pullè

Geografia di vita

Non ero più soddisfatto e, giunto alla maturità, mi pareva fosse un obbligo scoprire il segreto che si nasconde dietro ad ogni angolo.

Avevo perso troppo tempo, ma per fare il balzo in avanti serve coraggio, o forse solo l’occasione giusta.

L’acqua azzurra, la sabbia fine e il sole tiepido non avevano più valore… da sempre a mia disposizione e ormai parte di una noiosa routine.

Ho iniziato il mio gioco, il mio viaggio senza meta apparente, ma in realtà l’obiettivo di una vita.

Un lungo percorso, passo dopo passo, giorno dopo giorno, con il blu negli occhi e nella mente, un colore che incominciava a mancarmi mentre la pioggia si alternava ai miei passi sempre più grevi.

Dietro ad ogni curva una nuova curva, dopo ogni facile discesa una ripida salita, senza toccare mai un segnale di piena luce, anche se l’esperienza, solitamente, illumina.

Un giorno, un mese, un anno, e senza accorgermi del tempo volato sono tornato al punto di partenza.

Mi giro su me stesso mentre la scena muta, e tutto appare come nuovo, e mentre inizio ad apprezzare ciò che ho sempre avuto, l’immagine si schiarisce, prende forma e apre la mia mente: avevo già quello che serviva, ma non più gli occhi per vedere.

Un viaggio, una fotografia, una riflessione, possono condurre ad una fetta di verità… un buon punto di partenza.


I “Little Planet” sono immagini di grande impatto che vengono create partendo da fotografie a 360°, che verranno poi trasformate geometricamente attraverso apposite tecniche. Fedeli agli originale nei contenuti, i Little Planet propongono prospettive e punti di vista inusuali e intriganti.


lunedì 14 aprile 2014

Football allo stadio... un altro mondo!



Nel recente passato ho potuto constatare di persona come un grande evento sportivo di massa passa essere vissuto come la maggior parte delle persone lo vorrebbe: una festa per le famiglie, nessun pericolo nascosto, ovvia competizione, colore, rumore, musica, momento di relax da passare in piena comunione.
Era il 2009 e nell’occasione del fine settimana, al termine di un breve periodo di lavoro in South Carolina, ci veniva proposta una domenica allo stadio, per assistere ad una partita di Football Americano tra la squadra del Clemson e … non ricordo il nome dell’antagonista.
E’ uno sport che non amo, e l’averlo vissuto in diretta non mi ha fatto cambiare idea, ma poter passare alcune ore immerso nella vera cultura americana aveva per me un certo fascino, così come lo avrebbero avuto una partita di Baseball o Basket.
Nella breve esperienza siamo stati quasi guidati per mano da chi si è preoccupato di condurci in auto, dopo aver pensato per noi a indumenti adatti all’imminente pioggia in arrivo.
L’avvicinamento fa parte della comprensione dell’evento, e sapere che annessi ai biglietti ci sarebbero stati anche i posti auto nei vari parking è  stato di per se già sorprendente.
Arrivati sui prati che circondano lo stadio il verde si è trasformato in arancione, quello dei colori dell’equipe di casa.
Ho visto intere famiglie, giunte al mattino, installare le loro strutture mobili, fatte di televisioni, barbecue, tutti i confort che si possono trasferire dall’abitazione alla “strada”.
Ho visto bimbi giocare cercando di emulare i campioni che dopo poco sarebbero scesi in campo, e gruppi familiari vivere una giornata serena, che non verrà guastata dal risultato sportivo negativo.
Ho visto ancora la banda scorrere per le strade circostanti, con l’ostentazione di un folklore che sa di sano e divertente.
Piccolo particolare: partita della massima serie e all’interno dello stadio ci ritroveremo circondati da… 80000 persone… una finale dei mondiali!
Entriamo nell’arena e i numeri sono ancora contenuti. Intanto prendiamo confidenza con le usanze.
Anche lo stadio cambia progressivamente colore e si tinge di arancione, ma… una piccola fetta è blu, il segno distintivo degli avversari e, cosa anomala per la mentalità italiana, sono a contatto tra di loro, divisi da niente, curva nord e sud vicine come fossero amiconi.
Sul green si succedono le manifestazioni, e una serie di majorette ha uno spazio riservato sugli spalti, una sorta di eco a ciò che accade in campo.
Prima dell’inizio va in scena il galà delle celebrità, con tanti ex campioni e persone famose che sfilano davanti ad una folla incandescente, che dimostra di apprezzare con ovazioni ad ogni nuova entrata. Entra sul rettangolo verde la banda e la scenografia esplode, anche se la mia sorpresa personale arriverà quando nella pausa tra i tempi si esibirà con brani dei The Who.
Il match sta per iniziare e il tifo inizia, con standing ovation guidate da quello che alla fine risulterà il massimo incitamento al perseguire la causa “cittadina”: da un grande display si illumina una frase che tradotta significa…” Alzati in piedi e fa più rumore possibile!”.

ALZATI IN PIEDI E FA PIU’ RUMORE POSSIBILE!

Che lezione di civiltà! Ottantamila persone che convivono senza scontri e, sottolineo ancora, il team casalingo, quello che poteva contare sulla stragrande maggioranza di presenti, sarà sconfitto, e nessuno si farà male.
Insomma, qualcosa di invidiabile questi americani ce l'hanno, ed è questo un fatto oggettivo.
Ho provato a riassumere le mie parole nel video a seguire, che ripercorre alla buona il mio racconto.

Tanto per dimostrare che non ho inventato niente!





mercoledì 9 aprile 2014

Un bel ricordo di NIC...



MARZO 2007-Palazzetto dello Sport di Loano

Domenica ho goduto per otto, intensissimi minuti.
Ho goduto guardando mio figlio in un contesto che non conoscevo.
Ho trattenuto il mio entusiasmo per evitare di farmi  “conoscere “da persone che non sanno chi io sia.
Ho finto indifferenza per non passare per il solito papà che si monta la testa proiettando se stesso sui propri prolungamenti, gongolandosi per le meraviglie del figlio, un bimbo di 9 anni.
Una caratteristica positiva, secondo me, di Niccolò, e’ la sua predisposizione allo sport in genere.
Quello che più ama, esercitato sin dai 5 anni, e’ il calcio, che e’ poi il mio amore.
Lo pratica con continuità, con passione, con dedizione, e direi anche con discreto successo.
Vederlo muoversi sul campo e’ per me un grande piacere.
E’ elegante, concreto, leader, desideroso di partecipare e anche di vincere.
A volte mi stupisce per le cose che riesce a fare.
A volte mi fa arrabbiare per certe banalità ed io non perdo occasione per elogiarlo o spiegargli gli errori.
Raccontata così sembra quasi una cosa seria .
Può non essere seria un’attività che si svolge per tre giorni alla settimana, che coinvolge tutti i genitori, che e’ seguita dai fratelli, dalle sorelle, dai nonni?
Nessuno di quei bimbi diventerà un campione, ma cresceranno e si formeranno sapendo cosa significhi far parte di una  squadra,  lavorare in  gruppo,  raggiungere un obiettivo comune.
E poi mi diverto, così come mia moglie, quando butta la palla in rete e corre verso il centrocampo facendo gesti visti in TV, pittoreschi, ma non irriverenti.
Spesso giochiamo assieme e io gli passo tutti i  trucchetti che conosco.
Per lui e’ faticoso ascoltarmi attivamente e mi accorgo che preferisce seguire l’istinto.
E’ esuberante a tal punto che abbiamo dovuto trovargli alternative al calcio, per coprire i vuoti che esistono tra i giorni di allenamento e la partita.
In questo noi genitori c’entriamo poco, anche se potrebbe sembrare una mania di grandezza.
Niccolò ci chiede di spendere energie quotidianamente, di sudare ogni volta che sia possibile, cioè chiede ciò che  io facevo alla sua età  tutti i giorni, all’oratorio.
Ma ora l’oratorio non c’e’ più e bisogna inventarsi alternative.
Dunque, escludendo la domenica dedicata alla famiglia, restano due giorni liberi dal calcio.
Uno lo si impegna col tennis.
Eh si, un’ ora di tennis a settimana .
Il tutto e’ iniziato con una prova nel campo di fronte a casa nostra.
Gli e’ piaciuto e quindi prosegue.
L’ultimo giorno e’ dedicato al Basket.
Nic e’ stato accettato alla scuola di pallacanestro (in fondo basta pagare!) con la formula del …“mi alleno una volta a settimana,  ma non contatemi per le gare”.
Da quindici giorni lui sapeva di una partita, di domenica mattina.
E ha incominciato a martellarmi.
“Ti prego papi, portami almeno una volta a giocare!”
“Ma no Niccolò, dobbiamo andare a messa, tra un po’ farai la Comunione, e poi ci dobbiamo alzare prestissimo per andare a Loano!”
Ma poi a me che importa del Basket!
Ma dire di no e’ difficile … meglio goderseli questi figli, finche si può.
Alle 9.30 siamo davanti al Palazzetto dello Sport, pronti a partire per Loano.
I bambini sono 12 e si gioca in 5.
Ma perchè lo avrà convocato?
Arriviamo e mi seggo defilato, assieme al padre di  un compagno di calcio di mio figlio, nelle stesse condizioni.
Non cerchiamo la confidenza col resto del gruppo  e  ci viene da fare confronti con la nostra compagnia del calcio.
Ci consideriamo occasionali  e snobbiamo l’avvenimento, dando l’impressione di quelli capitati li per caso.
Parlando col mister chiedo il nome della nostra squadra e mi immagino che abbia pensato ad un padre inesistente, che nemmeno conosce il team del suo bambino.
La struttura in cui ci troviamo e’ da professionisti.
Piscine, palestre, bar e mega corridoi.
Di basket non capisco nulla, ma da come si muovono i bambini “avversari” temo il peggio.
Ma non per mio figlio… lui non c’entra con questo sport.
Inizia la partita con la squadra base, penso la più forte possibile.
Ovviamente Nic non c’e’, e mi sembra giusto.
Finiscono i primi 8 minuti quasi tragicamente, con un punteggio pesantissimo, mi pare 35 a  5 per i nostri avversari.
Ma dove sono capitato?!
Il secondo tempo inizia ed entrano altri 5. Ovviamente Nic non c’e’ e mi sembra giusto.
Noi subiamo e basta e non riusciamo a fare  un  solo canestro in 8 minuti.
Loro sembrano dei piccoli Maradona imprestati ad altro sport e ci schiacciano sotto al nostro canestro.
Una tragedia.
55 a 5.
Inizia il terzo tempo.
Il mio vicino mi chiede se voglio un caffè, ma declino l’invito con una scusa.
In realtà voglio vedere cosa sa fare il mio piccolo.
Non mi aspetto molto, al di la del dinamismo, ma sono curioso.
Il mister riunisce tutta la squadra ed il quintetto che ne esce fuori non prevede la partecipazione di Niccolò.
Mi chiedo per quale motivo siamo in quel posto, cosa ci siamo alzati a fare, perchè perdere del tempo!
Soltanto ieri gli ho visto fare una tripletta contro il Ceriale, con un pallonetto da favola!
Quelle sono soddisfazioni!
L’allenatore fa bene a non investire su uno che  e’ li per caso, ma almeno un contentino potrebbe darglielo.
Niccolò, al centro della panchina, ranicchia le ginocchia e ci infila la testa in mezzo.
Si stropiccia gli occhi e intuisco il suo pianto.
Mi si stringe il cuore e vorrei portarlo via di corsa.
Il mister gli si avvicina e lo consola proponendo la sua  razionalità, ma in quel momento e’ un’arma sbagliata.
Mi guarda da lontano, cercando conforto con gli occhi.
Io restituisco e gli faccio intravedere il dito che simboleggia un ok.
E gli mando un bacio.
Come vorrei stringerlo a me e baciarlo, consolarlo, accarezzarlo.
Ma lui sta preparando la sua rivincita, nell’unico modo che conosce.
E carica le batterie in attesa dell’esplosione.
Il terzo tempo finisce col punteggio di 77 a 7.
Chiamo mia moglie e racconto il tutto.
Lei scoppia in riso, più stupito che divertito, quando sente il punteggio.
Ha giocato a Basket in serie B e forse parla con cognizione di causa.
Poi sento il suo dispiacere quando racconto di Nic.
Non e’ la fine del mondo, ci sta tutto e tutto e’ spiegabile.
Ma Niccolò e’ un animale da arena e non riesce proprio a capire la gabbia in cui si trova in quel momento.
Ed ora e’ il suo momento, suo e del suo amico di calcio, che comunque ha già avuto la chance nel secondo tempo, forse perchè prestante fisicamente.
Niccolò e’ tra i più piccoli però tutti spariscono  quando lui entra in campo.
Alla prima azione ruba palla al centro e corre a fare canestro, mentre tutti i genitori applaudono, finalmente, e l’allenatore lo elogia.
Sarà un caso questo canestro?
Lui corre ovunque, difende  come fa normalmente con i piedi, attacca come e’ solito fare su un campo di calcio.
Gli atri bambini sembrano trasformati e lui li guida, spiegando cosa devono fare.
Scappa ovunque senza che qualcuno riesca a fermarlo e segna un altro canestro.
Questo Basket incomincia a piacermi!
Anche il suo amico fa un canestro… questo e’ gioco di squadra.
La tattica consiste nel lanciare lungo verso Niccolò, che si smarca a piacimento e va a canestro.
L’allenatrice in seconda promette un gelato al raggiungimento dei 15 punti .
Gli avversari non esistono più e il quarto tempo si chiude col punteggio di 10 a 2 per noi.
I genitori mormorano tra il contento e l’invidioso.
Io mantengo il distacco che mi sono imposto,  ma dentro sono felice ed orgoglioso.
Un papà mi chiede qualcosa, ma io sottolineo che siamo solo di passaggio e che il basket non e’ affar nostro.
Immagino  il rammarico dell’allenatore che  deve allenare un ragazzino promettente che non potrà mai utilizzare con continuità.
Mentre aspetto l’uscita dagli spogliatoi telefono a mia moglie e racconto.
E’ incredula  e dispiaciuta di non aver partecipato alla trasferta.
Niccolò esce e mi chiede, come sempre: “ Come ho giocato?”
Grande Nic!”.
“Sai papa’ mi e’ venuto un nervoso che ho dato tutto quello che avevo. Hai visto quel canestro fatto col terzo tempo?”
“E che  cos’e’ il  terzo tempo Nic? ”.
“Significa che tu devi…”
Magari non farà più una partita, magari non mi capiterà più di vederlo, magari lascerà ogni tipo di sport per dedicarsi ad altro, ma… quegli 8 minuti non li dimenticherò mai, e probabilmente nemmeno lui.
E intanto  Niccolò aspetta l’allenamento di martedì per pretendere il gelato dei 15 punti, per lui e per la sua squadra.





venerdì 4 aprile 2014

NOTE MAGICHE


NOTE MAGICHE

Sono sdraiato e i miei occhi sono chiusi, e’ molto tardi.
Non riesco a dormire, manca poco alla prima lacrima.
Ho appena finito di leggere e ascoltare una musica nuova.
Le note stringono il cuore,
le parole inteneriscono l’anima,
le note e le parole mi rendono vulnerabile.
I tasti del piano inventano la mia tristezza,
la voce sottile … diventa la mia voce,
le parole mi penetrano nell’intimo, in profondità.
Mi immagino scene che tutti  prima o poi vivono.
Sogno risalite, dopo pesanti cadute.
Momenti indelebili che solo i più sensibili capiscono,
ma tutti, indistintamente, subiscono.
Ed e’ bella questa sensazione, se la si può condividere.
E’ bello sapere che può esserci ancora un sorriso.
E’ bello svegliarsi e sentirsi addosso l’affanno della sera prima..
E’ bella la speranza che dopo la notte buia possa esserci un giorno di sole.
Questa e’ la magia della musica.
in poche note, in poche parole,
qualcosa  che fa parte di ogni individuo,
qualcosa da rivivere ogni volta che le note,
quelle note, cercano di entrare in noi,
e noi apriamo la porta,
ancora una volta sognatori ad occhi aperti.




mercoledì 2 aprile 2014

Dedicato a Federica

Edouard Manet, Ritratto di una giovane donna-1868


Dicembre 2006…

Un anno fa, in una strada molto trafficata, nei pressi di casa mia, una ragazza, vigilessa, svolgendo il proprio lavoro, e’ deceduta. Aveva 26 anni.
La dinamica non la conosco e assume poca importanza davanti ai miei occhi. Ricordo solo che e’ stata massacrata da un camion.
Davide soccombe a Golia.Penso non fosse un problema di velocità … pieno centro, subito dopo una curva… noooo. Forse qualche manovra sbagliata.
Ogni giorno percorro quella strada, al ritorno dal lavoro, ma solo episodicamente i fiori sempre presenti su entrambi i lati mi fanno ripensare a quanto accaduto. Anche loro fanno parte ormai dell’arredamento, come i cartelli stradali, come le auto parcheggiate.
Una cosa a cui siamo ormai  abituati, come un segnale stradale appunto, non fornisce molti elementi di riflessione, e gli stimoli proseguono in automatico, facendoci dimenticare il significato vero delle cose. In questo caso, dei fiori.
La scomparsa e la nascita, la disgrazia e la favola, sono cose che si metabolizzano in fretta , quasi fossero necessarie. E poi capitano sempre agli altri.
 Pochi giorni fa e’ iniziata la kermesse dei saggi a cui noi genitori, a traino dei figli, dobbiamo partecipare  nel periodo natalizio. E a volte e’ un grosso sacrificio.
Uno di questi  miei fioretti e’ risale ai primi giorni di dicembre, quando Elisa ha dovuto /voluto presenziare ad una manifestazione organizzata dal Corpo di Polizia Municipalizzata (tante parole per dire “vigili”). Si trattava di commemorare la povera Federica, e all’interno della manifestazione si e’ trovato lo spazio per un paio di balletti di giovani bimbe di una scuola di danza, quella di mia figlia, appunto. Per il resto, il tema della giornata era molto preciso, e direi originale: la poesia.
L’organizzatrice  aveva pensato di ricordare la giovane donna attraverso un concorso aperto, credo, a tutta Italia, pensato per i lavoratori del Corpo di Polizia, che attraverso la poesia avrebbero dovuto ricordare quel momento, quella ragazza, quella vita andata.
Partecipazione enorme.
L’abitudine a standardizzare i mestieri  e gli uomini che li esercitano ci porta sempre  a pensare che il fornaio possa solo fare del pane, che il carrozziere sappia solo usare mazza e vernice, che un professore di lettere possa solo occuparsi di aspetti umanistici e non di chiodo o martello. In realtà ognuno di noi racchiude aspetti molteplici e la possibilità di esprimersi attraverso la parola e’ cosa che fa parte del nostro DNA.
Ognuno di noi sa essere poeta, perché per scrivere una poesia non bisogna essere un genio, ma occorre essere sensibili e un po’ virtuosi, nel senso che occorre trovare il coraggio di aprirsi e rivelare ciò che si avverte nel proprio intimo.
E chi, in alcuni momenti della vita, non e’ sensibile e virtuoso?
La domanda e’ retorica e reca  in se la risposta, la mia risposta.
E in quei momenti, quelli in cui sentiamo che e’ urgente dire qualcosa, per liberarci, per aiutare, per compensare… beh, se abbiamo la forza di scrivere ciò che stiamo provando, quell’attimo diventerà “per sempre”, vivrà all’infinito, per noi e per chi vuol nutrirsi del nostro pensiero.
Commemorare una giovane donna  utilizzando la poesia e’ un modo per renderla immortale, e anche se per l’uomo della strada  un vigile usa  paletta e fischietto e ci rincorre per scoprire le nostre nefandezze stradali, anche un vigile, come  un architetto, come un  netturbino, come un farmacista, può essere Pascoli e D’Annunzio,  almeno nei contenuti, quando manca la forma. La manifestazione ha avuto un che di pomposo, ovviamente, con tante personalità cittadine  e giuria di qualità, con professionisti veri.
Le poesie si sono rivelate davvero importanti e vedere presenze  così massicce  di persone arrivate da lontano mi ha dato il senso vero della  partecipazione, che non ho scambiato  per  corporativismo, ma  frutto di un dramma davvero toccante… per tutti.
Io ero li per caso, e ho ascoltato con attenzione le emozioni di tutti i partecipanti, riproposte da vera attrice. Mi trovavo al cospetto di persone come me, che utilizzano il mezzo che preferisco per esprimermi, senza pensare troppo al giudizio degli altri.
In questo caso il gradimento era atto necessario per stilare una classifica, ma non era certo il fine ultimo, almeno nella mia percezione.
Io ho pensato poco a Federica, che però e’ passata in secondo piano quando ho visto i suoi genitori. E la sua immagine ha assunto contorni rosa, mentre ci osservava dall’alto, compiaciuta e non più sofferente. Ma i genitori no, non potevo non  considerare la loro funzione di vittime. Sono fermamente convinto che la vita ci prepari a dovere per tutti gli eventi  e anche le scomparse dei nostri cari hanno una loro logica a cui prima o poi ci abituiamo. Ma i figli non possono andarsene prima di noi, perché se  e’ vero che si muore di vecchiaia loro arriveranno  necessariamente dopo di noi.
E quando non e’ così, quando le logiche si sconvolgono, anche la vita non e’ più la stessa, e sicuramente il dolore accompagnerà per sempre  i genitori di Federica.
A loro ho pensato quella mattina, molto più a loro che a Fede, probabilmente  in zona di “pace assoluta”.
Nei giorni a seguire ho sentito l’esigenza di emulare i poeti /vigili e regalare a quel papà e a quella mamma  le mie sensazioni, al di fuori dei concorsi e delle gare.
Non staranno certo meglio per questo, ma la mia necessità di esternare ciò che ho provato potrebbe coincidere con un loro sorriso. Ed e’ quello che posso fare per loro, farli sorridere facendo rivivere la loro Federica, in uno spazio limitato ma infinito, un tempo che inizia e non finisce mai, quello  di una poesia.
Ho cercato un contatto col Corpo dei Vigili . Ho trovato l’indirizzo  mail su internet, indicato in modo generico. Effettivamente fa un po’ effetto contattare i Vigili Urbani per parlare di poesia! L’organizzatrice, gentilissima, mi ha prontamente risposto, garantendomi il trasferimento del mio scritto sino a destinazione, e proponendomi la partecipazione alla seconda commemorazione.
Se potrò ripeterò l’esperienza e magari avrò occasione di proporre le mie parole ed i miei pensieri, che per quanto modesti sono il frutto di quel momento, e quindi me li tengo stretti.

Ecco la mia poesia per Federica.

Federica

Sono tante le cose che vorrei dirti ma…

la situazione mi condiziona.

Sono tante le cose che vorrei dirti anche se… conosco appena il tuo nome.

Sono tante le cose che vorrei dire a te anche se… una divisa rende tutti uguali, nonostante ognuno di noi sia un " pezzo unico".

Potrei navigare nella retorica e inventare frasi di circostanza… in fondo ne esistono per ogni occasione…

Oppure potrei giocare con  le parole per suscitare lacrime e gioia, strappare un sorriso, un cenno di assenso.

Tutti  hanno parlato di te, per spirito di gruppo, per amore vero, per il solo senso della partecipazione.

Io ero li per caso ed e' uscito fuori il mio egoismo e la mia paura.

Ho guardato le tue radici vere, quelle presenti, e ho letto in loro ciò che non vorrei mai vedere allo specchio.

Sono preoccupato dal tempo che avanza, dai minuti che scorrono, dalle ore che si  rincorrono e si raggiungono in un soffio.

Sono terrorizzato dall'idea di scomparire per ultimo.

Ecco cosa davvero mi ha turbato  … guardando gli occhi di una madre, e rivolgendo il mio sguardo a  te ho pensato a chi mi vive accanto .

Ho cercato di immaginare il dolore devastante che la perdita di un figlio reca in se.

Per tutto siamo pronti… la vita ci prepara a dovere.

Nessuno però mette in conto lo scherzo di un asfalto bagnato, troppo bagnato.

Nessuno mette in conto una natura crudele.

Nessuno mette in conto gli errori nostri e di altri.

Nessuno mette in conto che tutto questo possa accadere ai nostri figli.

E' così che ti vedo… una figlia che se ne e' andata…

martedì 1 aprile 2014

Rose e Lyseblå, di Cristina Mantisi

 


Rose e Lyseblå


Il vecchio marinaio giunse nel piccolo paese di Mefjordvær  in una fredda giornata di luglio. Il vento, teso e pungente, spingeva le onde oltre il molo, facendole allungare sulla piccola spiaggia bianca, al di sotto delle piccole case di legno, colorate, per lo più, di rosso. Solo la vecchia fabbrica del pesce, sulla palafitta che si spingeva parallela alla punta del porto, si staccava dalle case per il suo colore bianco. L’odore dei  merluzzi essiccati, appesi tutti in fila ai sostegni di legno, si mescolava al profumo salmastro dell’aria. L’uomo, di nome Johan Christian, posteggiò la sua vecchia roulotte, tirata da una macchina ancora più datata, nel piccolo slargo proprio all’inizio della passeggiata sul molo. Si sarebbe fermato lì finché ne avesse avuto voglia, fino a quando la sua instancabile irrequietudine di nomade senza pace non lo avesse spinto a cambiare zona. A quell’ora le strade erano deserte o quasi. I fari di un’auto si profilarono dalla curva in fondo alla via principale. Era una macchina familiare, di un colore come ormai non se ne vedevano più da anni. Il marinaio si consolò, guardando la sua. Non era il solo a girare con un pezzo d’”antikvitet”! Mentre preparava la lenza, caricando il rocchetto con del filo nuovo,  riguardò in direzione della macchina distrattamente, ma con un  quel poco di  attenzione da permettergli di notare che l’auto era stata fermata da  due bambine. “Saranno parenti venuti in visita”,  pensò tra sé. “Accidenti!”, inveì con gesto di rabbia: il venditore del negozio di Husöy  lo aveva imbrogliato e gli aveva rifilato un filo più sottile. Non avrebbe tirato su che sardine!  La macchina era sempre ferma. Si sarebbe potuto dire, anzi,  che stava cercando di spostarsi  per proseguire, ostacolata dalle due  bambine che continuavano a saltellarle intorno. “Beati i bambini  che han sempre voglia di giocare!”, pensò. Il mare era veramente brutto. Un’onda saltò tanto in alto da superare lo sbarramento dei grossi massi addossati al muraglione del molo. “Non fa niente”, pensò deciso, adocchiando un angolo più riparato,  “per ora proverò a pescare due pesci per la cena; semmai ci tornerò più tardi, se il vento si sarà calmato”. Generalmente dopo la mezzanotte il tempo cambiava decisamente, o in meglio o, anche, in peggio. Anche la punta all’imboccatura della baia avrebbe potuto essere un posto buono per pescare, a patto che il fondo non fosse stato pieno di alghe.  Una raffica di vento, più violenta delle altre, passando tra le due case vicine, soffiò forte come un ululato improvviso  facendolo trasalire. Si diede dello stupido: a lui il vento non aveva mai fatto paura, neppure quando usciva in barca spingendosi al largo. Allora sì che c’era da ridere. C’erano giornate in cui si ballava tanto  forte che, una volta tornati con i piedi per terra, si continuava a camminare come se si fosse ancora sulla gobba dell’onda.

Ecco, la canna era armata, la scatoletta degli ami e il secchio pronti. Avrebbe portato anche il retino. La macchina, intanto, sopraggiunse a velocità piuttosto forte superando di molto il limite dei trenta indicato dal cartello. Sgommando, nello slargo tra le case e la roulotte, eseguì un’ardita inversione di marcia con una sola manovra e, accelerando ulteriormente, ritornò sulla strada da dove era arrivata, sparendo, in un attimo, dietro la curva. L’uomo guardò le nuvole correre rapide, scure e accavallate le une sulle altre.
Correvano tanto veloci che Johan Christian si sentì sbandare, quasi fosse stato lui stesso un corpo in corsa nell’aria burrascosa. Avrebbe indossato  anche la cerata e gli stivaloni di gomma. Sulla strada, intanto,  era apparso un piccolo cane bianco che se ne andava tranquillamente a passeggio come se il resto del mondo non fosse esistito,  soffermandosi, ora vicino al muretto di un giardino, ora sotto un cespuglio o vicino a un palo. Non si curava del vento che gli arruffava il lungo pelo. L’uomo lo chiamò, ma il cane non lo degnò di uno sguardo. La lunga figura allampanata di un individuo gli passò vicino. Da dove era sbucato? Nessuno dei due salutò l’altro, ma quello sguardo gli trapassò l’anima.  Un brivido innaturale lo fece sussultare. Strano, neppure il vento lo aveva mai fatto rabbrividire in quel modo. Dicevano, al suo paese, quando era bambino, che quel brivido era  il diavolo, il freddo della morte che si avvicinava, travestendosi da viandante. Lo guardò allontanarsi lentamente. Come camminava piano! Chissà perché desiderò che accelerasse il passo e sparisse subito dalla sua vista.  Avrebbe aspettato un attimo, poi sarebbe andato a pescare. Si sorprese a chiedersi dove fossero finite le due bambine. Forse la mamma le aveva chiamate per la cena. Entrò nella sua roulotte per indossare un altro maglione, l’ultimo che gli aveva fatto la sua adorata moglie prima di andarsene all’altro mondo. Quanto gli mancava Charlotte! Se l’avesse ancora avuta vicino, non sarebbe diventato un orso solitario sempre alla ricerca di un posto in cui cercare  pace. Mai si sarebbe ridotto a girovagare come uno zingaro, mai… Accarezzò la morbida lana immaginandosi di toccare, con le sue, le mani di Charlotte. Forse, al culmine disperato dell’illusione, le sentì davvero quelle mani, filo dopo filo, in un intreccio di vecchi ricordi. Grosse lacrime gli scivolarono tra le rughe profonde del viso, seguendone il percorso come un ruscello percorre il suo alveo tortuoso. Dei pugni ripetuti e improvvisi alla porta della roulotte lo fecero trasalire. Quasi immediatamente altri due pugni ancora più forti e raccapriccianti. Si asciugò il viso con fare rabbioso e aprì la porta con violenza quasi a voler  cogliere di sorpresa gli autori di quel gesto così maleducato e irrispettoso. Sentì di odiarli ancor prima di averli visti: come  potevano permettersi di violare il suo dolce ricordo? Si sorprese nello scorgere le due bambine proprio lì, vicine alla sua roulotte. Le creature, dall’aspetto tanto innocente, vedendolo, cominciarono a ridere e a muovere un passo di danza come un girotondo infantile. L’uomo scrollò il capo, accennando un sorriso di rimprovero. Una delle due indossava una mantellina  e un berretto a larghe falde in tessuto cerato  color rosa come pure rosa erano gli stivaletti di gomma.  L’altra era tutta vestita di celeste. Entrambe bionde con grandi occhi azzurri. Erano molto graziose, pensò l’uomo, sarebbero sembrate due angeli se qualcosa in quello sguardo non lo avesse messo quasi a disagio. Ridendo vezzosamente risposero al suo saluto e corsero via saltellando e canticchiando un’antica  filastrocca. Quella filastrocca… l’aveva già sentita tanti anni addietro. Trafficò ancora in roulotte cercando un vecchio libro, l’unico libro di fiabe conservato. Dove era andato a finire? Era sicuro di averlo portato con sé. Rovistò nei contenitori sotto il divano, nei pensili, gettando fuori tutto ciò che gli venne tra le mani. Più cose ammassava sui piccoli divani, più sentiva crescere in lui un’ansia febbrile, da farlo star male. Doveva trovare quel libro, doveva leggere di nuovo quelle parole, doveva sapere chi erano le due bambine. Rammentava una storia che da piccolo gli faceva sempre tanta paura; ricordava le notti insonni mentre restava rannicchiato sotto la pesante coperta,  nascosto e fermo, vigile al minimo rumore, cercando quasi di non respirare  La mamma, però, non aveva mai saputo delle sue angosce, la sua voce era così tranquilla mentre  leggeva la sera, seduta vicino al suo letto. Johan Christian sapeva che, se fosse venuta al corrente delle sue paure, la mamma avrebbe smesso di leggergliele. Si guardò intorno: che pasticcio, adesso avrebbe dovuto rimettere tutto a posto. Stupido, si era proprio comportato da stupido, aver avuto di nuovo paura di una canzoncina come quando era un bambino!  Ma che cosa stavano cantando quelle due là fuori? C’era, in quelle voci, qualcosa di strano, avrebbe quasi detto di diabolico. L’uomo stava diventando irrequieto. Quella macchina, prima, non era andata via, no, quella macchina era …  fuggita via!Le onde si erano rigonfiate con più forza e, adesso, si accavallavano tutte sorpassando il molo. Ebbe la tentazione di riagganciare la roulotte alla macchina e scappare. Si diede nuovamente dello sciocco. Qualche anno prima non si sarebbe fatto suggestionare  così da una insensata combinazione d’eventi. Grandi nuvoloni avevano completamente ricoperto le montagne intorno; si erano abbassati talmente da sfiorare i tetti delle case. Adesso ricordava la filastrocca: narrava di due piccole streghe, Rose e Lyseblå, che vivevano sull’isola di Senja. Si presentavano sempre come due bambine dai volti ingenui e sorridenti. Arrivavano saltellando e giocando. Chiunque si fosse fermato ad ascoltarle, sarebbe stato catturato dalle loro voci. “Mio Dio!” esclamò Johan Christian e cadde in ginocchio, facendosi il segno della croce “non voglio morire adesso. Ti prego, salvami, non voglio morire” lo aveva gridato con una forza inaudita, mentre i singulti del pianto gli stavano squassando il petto. Si prese la testa tra le mani. Le sentì, erano dietro la porta della roulotte. Stavano ridendo perfidamente. Bussarono di nuovo con forti pugni ripetuti. 


Com’era raccapricciante quel loro bussare L’uomo si alzò di scatto e spalancò con forza la porta quasi a volerla scardinare. “Allora streghe, cosa volete, dannate! Eccomi, sono qui. Volete la mia anima, volete il mio corpo? Mai: Non mi avrete mai . Sparite subito dalla mia vista. Via! Mi avete sentito?”  La sua voce era un ruggito che prorompeva dalla sua anima tormentata. Il vento la sovrastava e il mare cercava d’inghiottirne  ogni suono. Le case del paese sembravano perdersi dietro il pulviscolo d’acqua che si levava dalle onde. Dov’erano tutte le anime di quel maledetto paese? Rose e Lyseblå lo presero per le braccia tirandolo verso di loro. “Lasciatemi”, gridò con voce sempre più alterata il pover’uomo. Ma le due bambine erano dotate di una forza che non poteva paragonarsi a nulla di umanamente possibile. I loro sguardi si andavano alterando a vista d’occhio e i volti, inizialmente infantili, adesso si erano trasformati, la pelle raggrinzita, i capelli scarmigliati. Le mani che lo tenevano prigioniero, erano diventati artigli dalle unghie ricurve. Risero sguaiatamente, con le bocche deformi, alitandogli addosso un fiato venefico. Johan Christian, al culmine della  disperazione, si liberò con un violento  strattone e corse veloce sul molo, su ciò che ormai del molo era rimasto. Il mare lo aveva  ricoperto quasi del tutto.  Si volse indietro ansimando. Rose e Lyseblå avevano accesso un fuoco e la sua roulotte vi stava bruciando dentro. “Non mi avrete mai” gridò di nuovo,  alzando il braccio in gesto di sfida. Si girò verso il mare andando incontro all’onda che stava sopraggiungendo più alta di tutte e vi si lasciò andare cercandovi l’ultimo respiro di pace. Un sottile raggio di luce  si stava muovendo dietro la punta del capo. Il tempo stava cambiando. A mezzanotte ci sarebbe stato il sole. Due uomini, usciti per strada a scrutare  il cielo, decisero che di lì a poco sarebbero andati a pescare. Il cane passò di nuovo soffermandosi vicino a qualche muretto, annusando l’aria. L’uomo allampanato si fermò un secondo per una rapida occhiata alla carcassa della roulotte e proseguì indifferente. Le due bambine avevano ripreso a correre e a saltellare, ridendo e canticchiando. I fari di una macchina si erano profilati nella curva della strada.