West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

martedì 30 dicembre 2025

Il Surf Rock prende vita: i "Beach Boys" debuttano al Long Beach Memorial Concert


Long Beach, California – 31 dicembre 1961 – Una ventata fresca e salata ha soffiato stasera al Long Beach Memorial Concert, dove un nuovo gruppo ha fatto il suo ingresso sulla scena musicale, promettendo di ridefinire i suoni della California. Fino a ieri conosciuti come "The Pendletons", i cinque giovani musicisti hanno scelto questa serata di fine anno per presentarsi ufficialmente al pubblico con il loro nuovo, evocativo nome: The Beach Boys.

L'atmosfera era elettrica, con gli spettatori curiosi di scoprire cosa avrebbero proposto questi ragazzi di Hawthorne. E non sono rimasti delusi. Guidati dalla brillantezza compositiva del giovane Brian Wilson, affiancato dai fratelli Dennis e Carl, dal cugino Mike Love e dall'amico Al Jardine, i Beach Boys hanno portato sul palco un sound completamente nuovo.

Il loro set, breve ma intenso, ha dimostrato un talento innato per melodie orecchiabili e armonie vocali impeccabili. Il pubblico ha accolto con entusiasmo i loro brani, che parlano di spiagge assolate, di auto veloci e, naturalmente, di surf. È evidente che questi ragazzi hanno intenzione di catturare l'essenza della cultura giovanile californiana e trasformarla in musica.

"Vogliamo che la nostra musica faccia sentire alle persone l'emozione di cavalcare un'onda, la libertà di una macchina scoperta sull'autostrada costiera", ha dichiarato un entusiasta Brian Wilson, il principale compositore della band, dietro le quinte. "Abbiamo lavorato sodo per creare qualcosa di autentico, qualcosa che rappresenti chi siamo e dove viviamo."

Il cambio di nome, deciso all'ultimo minuto, sembra aver dato nuova linfa al gruppo. La scelta di "The Beach Boys" è un manifesto della loro identità musicale e un chiaro segnale della direzione che intendono intraprendere. Non più solo un gruppo di ragazzi con chitarre, ma i portavoce di un intero stile di vita.

Il pubblico ha risposto con grande calore, ballando e cantando sulle note delle loro canzoni. Dennis Wilson, l'unico vero surfista del gruppo, ha portato sul palco un'energia contagiosa, mentre Carl e Al hanno fornito le solide basi strumentali. La voce inconfondibile di Mike Love ha completato il quadro, rendendo i Beach Boys un'esperienza sonora completa.

Con un singolo di debutto, "Surfin'", già in rotazione su alcune radio locali e un album in lavorazione, il futuro si prospetta luminoso per i Beach Boys. Se questa esibizione è un'indicazione di ciò che verrà, possiamo aspettarci che il loro sound diventi la colonna sonora delle prossime estati.

La musica pop sta per cambiare, e questi cinque ragazzi della California sono pronti a cavalcare l'onda. Il 1962 potrebbe essere l'anno del surf rock, e i Beach Boys ne saranno i re indiscussi.






lunedì 29 dicembre 2025

30 dicembre: auguri a Patti Smith, la sacerdotessa del rock che non ha mai smesso di sognare...

 


Il 30 dicembre del 1946 nasceva una donna capace di unire la rabbia del punk alla dolcezza della poesia: ritratto di un'icona immortale


Se c’è una voce che può competere con il vento gelido di questo 30 dicembre, quella è sicuramente la sua. Mentre fuori l'anno si prepara a congedarsi, oggi festeggiamo il compleanno di una donna che non ha mai chiesto permesso per entrare nella storia: Patti Smith, nata proprio in questo giorno nel 1946.

Immaginiamola nella New York degli anni '70: una figura sottile, quasi un’ombra, con i capelli spettinati e un’intensità nello sguardo che sembrava bruciare la pellicola delle macchine fotografiche. Patti non è mai stata "solo" una cantante; è arrivata sulla scena come una poetessa che aveva troppa energia per restare confinata nelle pagine di un libro, decidendo così di urlare i suoi versi sopra il rumore di una chitarra elettrica.

Festeggiare Patti Smith oggi significa celebrare la libertà. Il suo capolavoro, Horses, si apre con una frase che è diventata un manifesto: "Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non per i miei". Non era una bestemmia, era una dichiarazione d'indipendenza. In un mondo che voleva le donne confinate nel ruolo di "cantanti pop" graziose, lei si presentò sulla copertina del suo disco con una camicia bianca da uomo, una giacca sulla spalla e la sfida negli occhi.

Ma dietro quella corazza punk, c'è sempre stato un cuore immenso. La sua storia con il fotografo Robert Mapplethorpe, raccontata con una dolcezza infinita nel suo libro Just Kids, ci ricorda che Patti è prima di tutto un’anima sensibile, capace di trovare la bellezza in un hotel sgangherato o in un vecchio taccuino di poesie.

C’è qualcosa di magico nel fatto che compia gli anni proprio a un passo dal Capodanno. È come se la sua energia servisse a darci la spinta per l'anno che verrà. Le sue canzoni, da Because the Night alla potente People Have the Power, non sono invecchiate di un giorno perché non parlano di mode, ma di sogni, di rivolte e di amore universale.

Vederla oggi, con le sue lunghe trecce grigie e la stessa grinta di cinquant'anni fa, è una lezione per tutti noi: ci insegna che si può invecchiare restando fedeli a sé stessi, senza mai smettere di essere curiosi o di emozionarsi davanti a un tramonto.

In questo penultimo giorno dell'anno, il mio consiglio è quello di ritagliare un momento per mettete su un suo disco, lasciare che la sua voce roca racconti una storia e sentire come, all'improvviso, il freddo naturale di questi giorni faccia un po' meno paura.





Marianne Faithfull, nata il 29 dicembre 1946: ritratto di un’icona

 


Marianne Faithfull: una voce che attraversa il tempo

 

Ci sono artisti che sembrano appartenere a un’epoca precisa, e altri che invece attraversano le epoche come se fossero stanze di una stessa casa. Marianne Faithfull è una di queste presenze rare: una figura che non si può rinchiudere in un solo decennio, in un solo ruolo, in una sola immagine. Oggi, nel giorno del suo compleanno, è impossibile non ripensare al percorso straordinario – e spesso doloroso – che l’ha resa ciò che è: un’icona fragile e indistruttibile allo stesso tempo.

Nata il 29 dicembre 1946, Marianne entra nella scena musicale come un’apparizione: elegante, luminosa, con quella grazia un po’ aristocratica che sembrava uscita da un romanzo inglese. La Swinging London la accoglie come una creatura perfetta per il suo immaginario: giovane, colta, magnetica. As Tears Go By la porta subito in alto, e il mondo la osserva come si osserva una stella nascente.

Ma Marianne non è mai stata solo una “bella presenza” nel panorama rock. Dietro quella figura eterea c’era una mente curiosa, una sensibilità inquieta, un’intelligenza che non si accontentava di essere musa di nessuno. Anche quando la stampa la inseguiva per la sua relazione con Mick Jagger, lei stava già costruendo un linguaggio tutto suo, un modo di stare nella musica che non imitava nessuno.

Poi arrivano gli anni difficili, quelli che avrebbero spezzato chiunque. E invece, paradossalmente, è proprio da lì che nasce la Marianne Faithfull che oggi ricordiamo con più forza. La voce cambia, si incrina, si scurisce. Diventa una voce che non chiede più il permesso di piacere: racconta, confessa, graffia. È una voce che ha vissuto.

Quando nel 1979 pubblica Broken English, il mondo capisce che Marianne non è tornata: è rinata. E quella rinascita non è un episodio isolato, ma l’inizio di una lunga stagione di sperimentazioni, collaborazioni, poesia, teatro, rock, jazz, spoken word. Una carriera che non ha mai smesso di sorprendere, fino agli ultimi anni.

Marianne Faithfull è stata tante cose: cantante, attrice, scrittrice, simbolo della controcultura, sopravvissuta. Ma soprattutto è stata una donna che ha trasformato la propria fragilità in arte. Ogni sua interpretazione porta con sé un mondo intero: la Londra degli anni Sessanta, le cadute, le risalite, le notti difficili, la lucidità feroce, la dolcezza inattesa.

Nel giorno del suo compleanno, ricordarla significa riconoscere quanto la sua voce – quella voce roca, spezzata, inconfondibile – abbia lasciato un segno profondo nella musica e nella cultura. Una voce che non ha mai cercato la perfezione, ma la verità. E forse è proprio questo che la rende immortale.

Marianne Faithfull ci ha lasciati il 5 aprile 2025, portando con sé una storia intensa e irripetibile che continua a risuonare nella sua musica.





domenica 28 dicembre 2025

L'ultimo tramonto a Saint-Tropez: l'addio a Brigitte Bardot

 

Se ne è andata in silenzio, nella sua amata Madrague, circondata da quegli animali che per oltre cinquant'anni sono stati i suoi unici e fedeli compagni. Con la morte di Brigitte Bardot, a 91 anni, scompare l’ultima grande "divinità" del Novecento, una donna che ha avuto il coraggio di distruggere il proprio mito per ritrovare sé stessa.

Era il 1956 quando, con i piedi nudi e i capelli spettinati dal vento, B.B. apparve sugli schermi in E Dio creò la donna. In quel momento, il mondo cambiò. Non era solo bellezza: era una forza della natura che rompeva gli schemi della società bigotta del dopoguerra. Brigitte non recitava la sensualità, la incarnava con una naturalezza che faceva paura ai moralisti e innamorare i poeti.

Eppure, dietro quella facciata di icona globale, c’era una donna profondamente insofferente alle catene della fama. Nel 1973, con una mossa che lasciò il mondo sotto shock, fece quello che nessuno aveva mai osato fare: a soli 39 anni, nel picco della sua bellezza, disse addio al cinema. Non voleva invecchiare sotto le luci dei riflettori, non voleva essere un oggetto da scrutare.

Da quel giorno, la sua vita divenne una battaglia. Si rifugiò a Saint-Tropez e trasformò il suo nome in uno scudo per chi non aveva voce. La sua dedizione agli animali non è stata il capriccio di una diva annoiata, ma una missione viscerale, a tratti feroce, che l'ha portata a scontri durissimi e a un isolamento scelto con orgoglio. Ha preferito le rughe naturali ai bisturi dei chirurghi e la solitudine della sua villa alle passerelle di Cannes.

Certo, negli ultimi anni era diventata una figura spigolosa, spesso contestata per le sue posizioni politiche e le sue dichiarazioni taglienti. Ma anche in questo, Brigitte è rimasta terribilmente autentica. Non ha mai cercato di piacere a tutti i costi; ha vissuto con la stessa selvaggia libertà con cui ballava il mambo sulla spiaggia di Pampelonne da ragazza.

Oggi la Francia e il mondo intero la piangono. Ma forse, più che piangerla, dovremmo immaginarla finalmente libera dal peso di quel nome, B.B., che l'ha resa prigioniera per metà della sua vita. Se ne va una donna che ha saputo dire "no" al mondo per dire "sì" a sé stessa.





sabato 27 dicembre 2025

L'ultimo tuffo del vero Beach Boy: il tragico addio a Dennis Wilson

 

Il 28 dicembre 1983 le gelide acque di Marina del Rey, in California, inghiottirono l'anima selvaggia, tormentata e più autentica dei Beach Boys. Dennis Wilson (39 anni) il batterista che non sapeva stare alle regole, moriva annegato a pochi metri dalla sua barca, segnando la fine di una parabola umana tanto luminosa quanto distruttiva.

Ironia della sorte, in una band che aveva costruito un impero commerciale cantando il surf, le ragazze e le spiagge, Dennis era l'unico a saper surfare davvero. Se Brian era il genio rinchiuso in camera a comporre armonie angeliche, Dennis era il corpo cinetico del gruppo, il biondo ribelle che viveva la vita spericolata descritta nei testi del fratello.

Tuttavia, sotto l'immagine del sex symbol da copertina, pulsava un cuore inquieto. Dennis era un autore sensibile, capace di scrivere ballate struggenti come quelle contenute nel suo capolavoro solista del 1977, Pacific Ocean Blue, un album che rivelò al mondo una profondità artistica spesso oscurata dai successi pop della band.

Gli anni precedenti la sua morte furono segnati da un declino fisico e psicologico spaventoso. Abuso di alcol, droghe e la frequentazione (anni prima) della "famiglia" di Charles Manson avevano lasciato cicatrici indelebili. Nel dicembre del 1983, Dennis era un uomo senza fissa dimora, allontanato dai Beach Boys a causa della sua inaffidabilità e ridotto a vivere su yacht di amici o in hotel economici.

Quel pomeriggio del 28 dicembre, dopo una giornata passata a bere, Dennis decise di tuffarsi nelle acque del porto per recuperare alcuni oggetti che aveva gettato in mare anni prima dal suo amato yacht, il Harmony, che era stato costretto a vendere per debiti. Fu un gesto simbolico e disperato: cercare di riprendersi pezzi del proprio passato da un fondale fangoso. Non riemerse vivo.

La sua morte lasciò un vuoto incolmabile, non solo per i fratelli Brian e Carl, ma per l'intera cultura rock.

Per un privilegio speciale concesso dall'allora presidente Reagan (solitamente riservato ai veterani della Marina), il corpo di Dennis fu sepolto in mare al largo della costa californiana.

Fu il ritorno definitivo all'elemento che lo aveva reso celebre e che, alla fine, lo aveva reclamato. Dennis Wilson non è stato solo il battito ritmico dei Beach Boys, ma il promemoria vivente che dietro il sole della California si allungano sempre ombre profonde, e che la bellezza più pura nasce spesso dal tormento.





venerdì 26 dicembre 2025

27 dicembre 1980: John Lennon e l'ultimo amaro primato di Double Fantasy.

 


Era il 27 dicembre 1980. Erano passati solo diciannove giorni da quella notte gelida davanti al Dakota Building di New York, ma il tempo sembrava essersi fermato in un eterno, malinconico presente. Mentre le luci di Natale iniziavano a spegnersi, la musica compiva l’ultimo, amaro miracolo: Double Fantasy, l’album del ritorno di John Lennon e Yoko Ono, aveva appena raggiunto il numero uno nelle classifiche americane.

Era un primato che portava con sé un peso insostenibile. Solo un mese prima, si parlava di questo disco come del "ritorno del casalingo": John che riemergeva da cinque anni di silenzio, passati a infornare pane e a veder crescere il piccolo Sean. Lo si ascoltava con la curiosità di chi ritrova un vecchio amico finalmente in pace con sé stesso. Oggi, quel primo posto in classifica diventava il pianto corale di un mondo che non voleva lasciarlo andare.

C’era un’ironia crudele in tutto questo. John aveva intitolato l’album Double Fantasy ispirandosi a un tipo di fresia vista alle Bermuda, un nome che evocava una visione condivisa, un amore ritrovato. Eppure, ascoltare oggi brani come (Just Like) Starting Over fa male. Quella che doveva essere la celebrazione di una "nuova partenza" diventò, nel giro di poche ore, un testamento involontario.

Le cronache ci dicono che l’album resterà in vetta per otto settimane. Ma la statistica non racconta ciò che accade nelle case, dove i giradischi facevano girare quel vinile senza sosta. Sentire la voce di John che canta Beautiful Boys o la dolcezza domestica di Watching the Wheels regalava l'illusione che lui fosse ancora lì, a osservare il mondo che gira frenetico mentre lui ha finalmente trovato il suo ritmo lento.

È un numero uno postumo che brucia. È il tributo di milioni di persone che, comprando questo disco, stavano cercando di dire "grazie" o forse "scusa". Mentre il 1980 volgeva al termine, portandosi via uno dei sognatori più grandi del secolo, Double Fantasy restava lassù, in cima a tutto, a ricordarci che mentre la vita è ciò che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti, la musica è l'unica cosa capace di sopravvivere anche a quegli stessi progetti interrotti.







giovedì 25 dicembre 2025

Il riscatto del "Beatle tranquillo": quel 26 dicembre in cui George Harrison superò tutti.

 


Mentre il mondo si stava ancora abituando all'idea che i Beatles non esistessero più, il 26 dicembre 1970 accadde qualcosa che ribaltò completamente le gerarchie del pop. Non fu il genio istrionico di McCartney o la ribellione di Lennon a piazzare la prima bandierina sulla vetta della classifica americana, ma il tocco spirituale e la chitarra slide di George Harrison.

Con la pubblicazione di "My Sweet Lord", Harrison compì un sorpasso silenzioso ma micidiale. Per anni era rimasto bloccato nel ruolo del "fratello minore", con le sue canzoni spesso relegate a riempitivi negli album dei Fab Four. Ma quel sabato di dicembre, il "Quiet Beatle" si prese tutto: la sua preghiera in musica scalò la Billboard Hot 100, rendendolo il primo dei quattro ex compagni a conquistare il numero uno da solista.

L'impatto del brano fu dirompente. Prodotto insieme a Phil Spector, "My Sweet Lord" non era solo una canzone, ma una celebrazione sonora che mescolava la tradizione corale occidentale con i mantra orientali. Harrison riuscì in un'impresa che oggi sembrerebbe impossibile: trasformare una preghiera esplicitamente religiosa in una hit mondiale da discoteca e da autoradio.

Il brano, caratterizzato da quella chitarra slide che sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica, era il biglietto da visita del mastodontico triplo album All Things Must Pass. In quelle tre ore di musica, George svuotò i cassetti di anni di frustrazioni e composizioni scartate, dimostrando che il suo talento era stato ingiustamente compresso dal binomio Lennon-McCartney.

Il fascino di "My Sweet Lord" risiedeva nella sua capacità di unire. Alternando l'ebreo-cristiano "Hallelujah" all'induista "Hare Krishna", Harrison cercava di abbattere le barriere tra le religioni, puntando a una spiritualità universale. Tuttavia, questo successo globale portò con sé una lunga ombra legale: la causa per "plagio inconscio" intentata dai detentori dei diritti di He's So Fine, delle Chiffons. Un processo che durò anni, ma che non riuscì mai a scalfire l'amore del pubblico per il brano.

Quel primato non fu solo un record statistico. Fu il momento in cui Harrison dimostrò che la sua "liberazione" artistica era completa. Mentre i critici si aspettavano che i singoli Beatles valessero meno della somma delle loro parti, George dimostrò che, a volte, il talento più puro ha solo bisogno di spazio per esplodere.

Conquistando la vetta proprio nel giorno di Santo Stefano, Harrison regalò alla storia della musica un inno alla ricerca interiore che, a distanza di decenni, non ha perso un briciolo della sua forza luminosa. Fu la prova definitiva che il "Beatle tranquillo" aveva finalmente trovato la sua voce, e che quella voce era potente quanto quella dei suoi compagni, se non di più.






Addio a George Michael: l’ultima, tragica ironia di un Natale senza più musica



Il 25 dicembre 2016 il mondo della musica si risvegliò sotto shock, colpito da una notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere. Mentre le radio di tutto il pianeta trasmettevano a ripetizione quella melodia che dal 1984 accompagnava le nostre feste, la realtà stava scrivendo il più triste dei finali: George Michael se n'era andato. Il leggendario cantante britannico, nato Georgios Kyriacos Panayiotou, si era spento serenamente nella sua casa di Goring-on-Thames, nell'Oxfordshire, a soli 53 anni. L’annuncio, arrivato dal suo portavoce con una nota che raggelò i fan, confermava con grande tristezza che l’amato figlio, fratello e amico George era passato a miglior vita proprio durante il periodo natalizio.

C’era un’ironia crudele, quasi cinematografica, nella data della sua scomparsa. Da oltre trent'anni, il Natale era diventato indissolubilmente legato alla sua voce grazie a Last Christmas, il successo mondiale inciso con gli Wham!. Quel ritornello che recitava "L'ultimo Natale ti ho dato il mio cuore, ma il giorno dopo l'hai portato via" assunse improvvisamente un significato profetico e straziante: per lui, quello era stato davvero l'ultimo Natale.

George Michael, però, non era stato solo l'icona degli anni '80 con gli shorts e il ciuffo biondo dei tempi degli Wham!, ma anche un artista tormentato, un genio della scrittura e una delle voci soul più belle della sua generazione. Già nel 1987, con l'album Faith, aveva dimostrato al mondo di poter dominare le classifiche globali, arrivando a vendere oltre 100 milioni di dischi in carriera. Nonostante il successo, la sua vita fu segnata da battaglie legali con le case discografiche e da una difficile gestione della propria immagine pubblica; eppure, proprio attraverso queste lotte, era diventato un simbolo di libertà individuale e un generoso filantropo, capace di donare milioni in beneficenza sempre nel più assoluto anonimato.

La sua morte mise il sigillo su un anno terribile per la musica internazionale. Dopo aver pianto David Bowie a gennaio, Prince ad aprile e Leonard Cohen a novembre, quel Natale sottrasse al mondo un altro gigante che aveva definito il pop moderno. Mentre fuori dalla sua residenza londinese i fan iniziavano a lasciare fiori e candele, sui social il cordoglio dei colleghi fu unanime. Tra i tanti, spiccò il ricordo dell'amico Elton John, che lo salutò descrivendolo come l'anima più gentile e generosa, oltre che un artista geniale. Quella sera, ascoltando i rintocchi dei campanelli che aprivano la sua hit natalizia, il mondo intero si sentì improvvisamente un po' più solo.







martedì 23 dicembre 2025

Oltre il viaggio lisergico: Jorma Kaukonen e quegli 85 anni spesi bene


Mentre il mondo si ferma per la vigilia di Natale, quello della musica sta ancora brindando a un traguardo speciale tagliato proprio ieri. Il 23 dicembre, Jorma Kaukonen ha compiuto 85 anni. Non è solo un numero tondo, ma la misura di una coerenza artistica che ha pochi eguali nella storia del rock e del blues americano.

Ieri, sui social e nelle stazioni radio, è stato un fiorire di riff di "Somebody to Love" e arpeggi di "Embryonic Journey". Ma festeggiare Jorma Kaukonen il giorno dopo significa riflettere su quanto la sua impronta sia ancora profonda. Se oggi il blues acustico e il fingerstyle godono di una salute di ferro, gran parte del merito va a questo instancabile mago delle sei corde che, dai palchi di San Francisco degli anni '60, non è mai sceso veramente.

La parabola di Kaukonen è affascinante perché inversa rispetto a molti suoi colleghi. È partito dal rumore bianco della psichedelia con i Jefferson Airplane per approdare alla purezza del legno e dell'acciaio con gli Hot Tuna.

Con il fido compagno Jack Casady al basso, Jorma ha dimostrato che il blues non è un pezzo da museo, ma una materia viva. Chi lo ha visto suonare dal vivo, anche in anni recenti, sa che non c’è spazio per la nostalgia: c’è solo la ricerca del tono perfetto e quel modo unico di pizzicare le corde che sembra far parlare la chitarra.

A 85 anni, Kaukonen non è solo un’icona, ma appare come un mentore. Attraverso il suo celebre Fur Peace Ranch in Ohio, ha trasformato l'insegnamento della chitarra in una missione di vita. Ha passato gli ultimi decenni a tramandare i segreti di Reverend Gary Davis e dei maestri del Piedmont blues a migliaia di studenti, garantendo che quella fiamma non si spenga con la sua generazione.

"Non si smette mai di imparare a suonare", ama ripetere. E guardandolo oggi, con i capelli bianchi e lo sguardo ancora acceso di chi sta cercando la nota successiva, gli crediamo sulla parola.

Se ieri è stato il giorno degli auguri e delle celebrazioni ufficiali, oggi è quello dell’ascolto. Mettiamo sul piatto un vinile di Quah o l'omonimo degli Hot Tuna, alziamo il volume e lasciamoci trasportare da quella tecnica impeccabile che sa di terra, di strada e di stelle.

Buon compleanno (di nuovo), Jorma. Grazie per averci insegnato che la musica è un viaggio che non ha bisogno di destinazione, purché il ritmo sia quello giusto.





lunedì 22 dicembre 2025

“Jannacci e dintorni” al Teatro Franco Parenti: un po' di commento

 


 “Jannacci e dintorni” al Teatro Franco Parenti

Una sorpresa di autentica milanesità natalizia 

19 dicembre, Milano


Ci sono spettacoli che si scelgono quasi per caso e altri che sorprendono perché riescono a dare molto più di quanto ci si aspettasse. Jannacci e dintorni, visto il 19 dicembre al Teatro Franco Parenti di Milano, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Mi aspettavo un omaggio affettuoso a Enzo Jannacci; ho trovato invece un viaggio teatrale e musicale di rara intensità, capace di restituire il sapore più autentico della milanesità natalizia: quella fatta di ironia, malinconia, umanità e piccoli lampi poetici che solo Milano, in questo periodo dell’anno, sa evocare.

Il cuore dello spettacolo è il suo ensemble, composto da interpreti che riescono a muoversi con naturalezza tra recitazione, musica e racconto. Secondo le informazioni ufficiali del Teatro Franco Parenti, il cast è formato da Simone Colombari e Max Paiella.

Entrambi portano in scena non solo la voce, ma anche i volti molteplici dell’universo jannacciano: il bar di periferia, il Milan che pareggia zero a zero, i personaggi stralunati, le figure marginali che Jannacci ha sempre saputo trasformare in poesia.

Anche i musicisti — sempre indicati nelle note ufficiali del teatro — meritano una menzione speciale:

  • Attilio Di Giovanni – pianoforte e direzione musicale
  • Leonardo Guelpa – chitarra classica ed elettrica
  • Alberto Botta – batteria e percussioni
  • Flavio Cangialosi – basso e fisarmonica
  • Mario Caporilli – tromba e flicorno
  • Claudio Giusti – sax tenore e contralto


La loro presenza è apparsa come una colonna sonora viva, capace di restituire la libertà ritmica, la sgrammaticatura poetica e la dolce follia che caratterizzavano Jannacci. La direzione musicale di Attilio Di Giovanni tiene insieme tutto con eleganza e misura.

Lo spettacolo riesce a evocare una Milano che oggi si vede sempre meno, ma che nel periodo natalizio riaffiora con forza: la Milano delle osterie, dei personaggi ai margini, dei sogni piccoli e delle verità spiazzanti. È una città che Jannacci ha raccontato come nessun altro, e che qui rivive senza nostalgia, con un affetto asciutto e ironico.

“Jannacci e dintorni” non è un tributo museale, né un esercizio di imitazione. È un abbraccio teatrale e musicale che restituisce la complessità, la tenerezza e la comicità del suo mondo. Sono uscito dal teatro con la sensazione di aver assistito a qualcosa di prezioso: uno spettacolo che non solo celebra Jannacci, ma lo fa rivivere con una sincerità rara.

Un’esperienza che non mi aspettavo così bella, e che ha reso ancora più speciale l’atmosfera del Natale milanese.




Accadde oggi: il 22 dicembre nascono le voci leggendarie di Robin e Maurice

 


Oggi è il 22 dicembre, una data che nasconde un segreto musicale significativo: nel 1949, proprio oggi, nascevano due gemelli che avrebbero letteralmente cambiato il modo in cui il mondo intero scuote il bacino. Parlo ovviamente di Robin e Maurice Gibb, i due terzi dei Bee Gees.

È incredibile pensare a come questi due fratelli, insieme al "fratellone" Barry, siano partiti da un’isola sperduta nel Mare d'Irlanda per finire sul tetto del mondo.

Robin era quello con la voce che ti faceva venire i brividi; quel suo vibrato un po' tremulo, quasi fragile, che però quando partiva ti arrivava dritto allo stomaco, Massachusetts e I Started a Joke, sono due buoni esempi! Era l'anima emotiva, quello che ci metteva il cuore (e spesso qualche lacrima).

E poi c’era Maurice, il genio silenzioso. Lo chiamavano "the man in the middle" (l'uomo nel mezzo), non solo perché stava fisicamente tra i due fratelli sul palco, ma perché era lui che teneva tutto in piedi. Suonava di tutto — basso, tastiere, chitarra — ed era lui a creare quelle armonie vocali che sembrano prodotte da un unico, gigantesco strumento. Senza Maurice, la magia dei Bee Gees si sarebbe sgretolata in un attimo.

Limitare Robin e Maurice alla Disco Music è come dire che la pizza è solo margherita...

Questi due hanno scritto canzoni che hanno fatto la fortuna di mezza Hollywood e di leggende come Barbra Streisand. Avevano questo dono pazzesco: riuscivano a scrivere melodie che ti entravano in testa al primo ascolto e non ne uscivano più. E il bello è che lo facevano con una naturalezza disarmante, tipica di chi ha la musica nel DNA.

Quindi, oggi è il giorno giusto per mettere su un loro pezzo. Magari non quello più scontato, meglio una ballata, alla ricerca dell’intreccio delle voci di Robin e Maurice. C’è qualcosa di magico nel sentire due fratelli gemelli cantare insieme; è un legame che va oltre lo spartito.

Oggi avrebbero compiuto gli anni. Non ci sono più, è vero, ma finché c'è qualcuno che alza il volume quando parte quel falsetto inconfondibile, beh... Robin e Maurice sono ancora qui a farci ballare.

Tanti auguri, ragazzi. E grazie per aver reso il pop una cosa così maledettamente seria e divertente allo stesso tempo.






domenica 21 dicembre 2025

Frank Zappa: il genio che ha insegnato al rock a non prendersi troppo sul serio



Il 21 dicembre si ricorda la nascita di Frank Zappa, un artista che è stato un vero e proprio "terremoto" culturale.

Nato a Baltimora nel 1940, Zappa ha trascorso la vita a demolire confini, barriere di genere e, soprattutto, la stupidità umana, armato di una chitarra elettrica e di un’ironia tagliente come un rasoio.

Definire Zappa è un’impresa quasi impossibile: è stato un compositore d’avanguardia, un chitarrista virtuoso, un agitatore politico e un regista. Ma sopra ogni cosa, è stato un uomo libero.

Per Zappa, la musica era materia da plasmare. Non esistevano distinzioni tra la complessità della musica classica contemporanea (amava follemente Igor Stravinskij e Edgard Varèse) e l'immediatezza del doo-wop o del rhythm and blues.

Con i suoi Mothers of Invention, ha trasformato il rock in un laboratorio di sperimentazione. Album come Freak Out! (1966) non erano solo raccolte di canzoni, ma manifesti politici e sociali che sbeffeggiavano l'ipocrisia della società americana e, contemporaneamente, la superficialità della cultura hippy.

Nonostante l’aspetto dissacrante e i testi spesso surreali o satirici, Zappa era un datore di lavoro inflessibile e un perfezionista maniacale. Suonare nella sua band era considerato il "master" definitivo per ogni musicista: le sue partiture erano di una difficoltà leggendaria, richiedendo una precisione matematica.

Come chitarrista, ha sviluppato uno stile unico, fatto di assoli lunghi e improvvisati che lui definiva "sculture d’aria". Non seguiva le mode; creava un linguaggio proprio, spesso dissonante, sempre sorprendente.

Negli anni '80, Zappa divenne una figura centrale nella lotta contro la censura musicale negli Stati Uniti. Si oppose con fermezza al PMRC (Parents Music Resource Center), l'organizzazione che voleva etichettare i dischi con il bollino "Parental Advisory".

La sua testimonianza al Senato degli Stati Uniti resta una delle più lucide difese della libertà intellettuale mai pronunciate da un artista:

"La decorazione di un centro commerciale è una cosa, l'arte è un'altra. Se volete che l'arte sia controllata dal governo, allora non chiamatela più arte."

Frank Zappa ci ha lasciati prematuramente nel 1993, ma la sua immensa discografia (oltre 60 album pubblicati in vita e decine di postumi) continua a influenzare chiunque cerchi una strada alternativa al "mainstream".

Oggi lo ricordiamo non come una reliquia del passato, ma come un monito per il presente: l'invito a dubitare sempre, a studiare molto e a non aver mai paura di essere la voce fuori dal coro. Come diceva lui: "Senza deviazione dalla norma, il progresso non è possibile".





giovedì 18 dicembre 2025

Édith Piaf: l'anima di Parigi nata tra i lampioni

 


Oggi è il 19 dicembre e, per chi si trovasse a passeggiare per Parigi, l’aria sembrerebbe vibrare in modo diverso. È il compleanno di Édith Piaf, ed è impossibile non pensare a lei come a quel 'passerotto' che, nato proprio in questo giorno del 1915, ha finito per inghiottire il mondo intero con una voce che sembrava venire direttamente dalle viscere della terra."

Immaginiamo la scena: un freddo cane tra i vicoli di Belleville, un quartiere che all'epoca era tutt'altro che chic. Si dice che sia nata letteralmente per strada, sotto un lampione, su un mantello da poliziotto. Magari è solo una leggenda, ma è la leggenda perfetta per una donna che ha passato la vita a trasformare il fango in oro, la sofferenza in arte pura.

La cosa pazzesca della Piaf non era solo come cantava, ma come viveva. Era minuscola, poco più di un metro e quaranta di ossa e nervi, sempre vestita di nero perché diceva che il pubblico non doveva distrarsi dal canto. Eppure, quando apriva bocca, diventava un gigante.

Ha amato uomini famosi, pugili campioni del mondo come Marcel Cerdan (il suo grande amore perduto tragicamente), ha lanciato carriere di giganti come Aznavour, e ha vissuto mille tragedie, ma ogni volta tornava sul palco.

Oggi, 19 dicembre, è il giorno perfetto per rimettere su Non, je ne regrette rien. È una canzone che oggi suona quasi come un manifesto: "No, non rimpiango nulla". Nonostante i dolori, la solitudine finale e la salute fragile, lei rivendicava ogni singolo secondo della sua vita spericolata.

Quindi, se oggi capiterà di ascoltare un po' di musica francese alla radio o in un bar, sarà bene pensare al compleanno della donna che ci ha insegnato che si può vedere la vita "in rosa" anche quando tutto intorno sembra grigio.





mercoledì 17 dicembre 2025

Gilbert Bécaud: l'uomo che diede la scossa alla canzone francese"

 

 


Il battito del cuore di Parigi: ricordando Gilbert Bécaud

 

Il 18 dicembre è un giorno importante per chi ama la musica francese. È il giorno in cui, nel 2001, la tensione elettrica di Parigi sembra essersi abbassata di colpo. Se ne andava Gilbert Bécaud, e con lui se ne andava un modo di stare sul palco che non abbiamo più rivisto: quella miscela esplosiva di eleganza, sudore e un pianoforte trattato come un compagno di lotta.

Lo chiamavano "Monsieur 100.000 Volt", e non era un’esagerazione. Guardare un filmato di Bécaud oggi significa vedere un uomo che non riusciva a stare fermo, che trasmetteva un’energia quasi fisica, capace di far tremare le assi dell’Olympia. Ma dietro quel dinamismo travolgente c’era un artigiano meticoloso, un uomo che sapeva scrivere melodie così perfette da sembrare esistere da sempre.

Pensiamo a "Et maintenant", un brano che parte come un sussurro, un battito di cuore nervoso, per poi crescere fino a diventare un urlo disperato. È diventata What Now My Love nelle voci di Elvis e Sinatra, segno che il talento di Bécaud non conosceva dogane. Lui ha preso la tradizione della chanson francese e le ha dato una scossa moderna, portandola nel mondo con il piglio di una rockstar e la classe di un compositore classico.

E poi c’è "Nathalie", con quel cioccolato caldo al caffè Puškin, una canzone che ha reso la Piazza Rossa un luogo dell'anima per milioni di persone che non l'avevano mai vista. Bécaud aveva questo dono: sapeva trasformare un momento intimo in un inno universale.

Oggi, ventiquattro anni dopo quel triste addio sulla sua casa-barca lungo la Senna, resta il silenzio di chi ha dato tutto. Ma basta far girare un disco, chiudere gli occhi e aspettare quel primo accordo di pianoforte per sentire di nuovo la corrente che riprende a scorrere. Gilbert è ancora lì, con la sua cravatta a pois e il suo sorriso contagioso, a ricordarci che, dopotutto, "l'importante è la rosa".







martedì 16 dicembre 2025

Addio a Joe Ely: scompare a 78 anni il "fuorilegge" del Texas rock

 

Il mondo della musica piange la perdita di Joe Ely, uno degli artisti più autentici e influenti della scena texana. Il cantautore è deceduto nella sua casa di Taos, nel New Mexico, a causa di complicazioni legate al morbo di Parkinson, alla demenza a corpi di Lewy e a una polmonite. Al suo fianco, come confermato dai familiari, c'erano la moglie Sharon e la figlia Marie.

Nato ad Amarillo nel 1947 e cresciuto a Lubbock, Ely ha incarnato lo spirito nomade e ribelle del Texas. La sua carriera ha attraversato oltre cinque decenni, partendo dai primi anni '70 con i The Flatlanders, il supergruppo formato insieme agli amici di sempre Jimmie Dale Gilmore e Butch Hancock.

Ciò che ha reso Ely una figura di culto è stata la sua capacità di mescolare il country più tradizionale con l'energia del rock and roll e del blues. Questa attitudine lo portò a stringere un'amicizia leggendaria con i The Clash: alla fine degli anni '70, Joe Strummer e soci rimasero folgorati dalla sua musica, invitandolo ad aprire i loro concerti a Londra e negli Stati Uniti. Ely prestò anche la sua voce per i cori della celebre Should I Stay or Should I Go.

Non solo i Clash: Joe Ely era profondamente stimato da colleghi del calibro di Bruce Springsteen, con cui ha condiviso il palco in numerose occasioni (memorabili i loro duetti), e dai Rolling Stones. Springsteen stesso lo ha spesso descritto come un artista capace di trasmettere un'emozione profonda e autentica, paragonandolo per intensità a Johnny Cash.

Nonostante la malattia, annunciata pubblicamente lo scorso settembre per sensibilizzare i fan sul tema, Ely non aveva mai smesso di fare musica. Solo a febbraio di quest'anno aveva pubblicato il suo 29° album solista, "Love and Freedom", a testimonianza di una creatività che non si è mai spenta.

Tra i suoi brani più amati restano pietre miliari come Honky Tonk Masquerade, Fingernails, Dallas e la sua celebre interpretazione di The Road Goes on Forever.





lunedì 15 dicembre 2025

La melodia scomparsa: ottantuno anni senza Glenn Miller, il re che volò via

 

C’è una data nel calendario della musica che suona con una malinconia particolare: il 16 dicembre. È il riflesso del giorno precedente, quel fatale 15 dicembre del 1944 in cui il mondo vide svanire uno dei suoi personaggi più amati: Alton Glenn Miller.

Ottantuno anni dopo, il suo nome evoca ancora un sorriso, una voglia irrefrenabile di ballare e, soprattutto, un grande, irrisolto mistero.

Immaginiamo l'America degli anni '30 e l'Europa in guerra nei primi anni '40. In mezzo al tumulto, c'era un suono che garantiva ottimismo e ordine, una melodia pulita e immediatamente riconoscibile. Era il “Glenn Miller Sound”: un clarinetto che guidava la sezione di sassofoni, sostenuto da ottoni precisi. Era musica che ti prendeva l'anima e ti sollevava i piedi da terra, regalandoci capolavori come l'ipnotico In the Mood e la dolcissima Moonlight Serenade.

Miller, oltre ad essere un direttore d’orchestra, era un perfezionista, un artigiano del ritmo che aveva trovato la formula per rendere lo Swing elegante e universale.

Poi arrivò la Seconda Guerra Mondiale. Miller, un vero patriota, decise che la sua musica poteva fare di più che riempire le sale da ballo: poteva confortare i soldati. Si arruolò, diventando Maggiore, e mise la sua musica al servizio della causa alleata con la Army Air Forces Band.

Eravamo nel dicembre del 1944. La neve cominciava a cadere sull'Europa e Miller si preparava a raggiungere Parigi, liberata da poco, dove avrebbe dovuto suonare per migliaia di truppe americane. Era la vigilia del suo trionfo europeo.

Il 15 dicembre, a bordo di un piccolo aereo Noorduyn Norseman, decollò da Londra diretto in Francia. Il tempo era pessimo, il cielo era plumbeo e la Manica gelida. L'aereo non arrivò mai a destinazione.

Il mondo musicale rimase in silenzio. Non ci furono detriti, non ci fu traccia, solo un vuoto agghiacciante. Il 15 dicembre fu il giorno in cui Glenn Miller divenne una delle più grandi leggende della guerra.

Fu colpito da fuoco amico? È l'ipotesi più straziante, quella secondo cui il piccolo aereo sia finito per errore sotto le bombe dei bombardieri alleati che tornavano alla base. Oppure fu un tragico incidente meteorologico?

Non lo sapremo mai. E forse è proprio questo mistero a rendere la sua musica immortale.

Oggi, 16 dicembre 2025, mentre ascoltiamo la sua musica, ci commuoviamo per l'artista geniale che ha scelto il dovere sopra la fama. E mentre i suoi brani continuano a risuonare, ci ricordano che a volte, le melodie più belle sono quelle che si interrompono troppo presto, lasciando dietro di sé non solo un'eredità, ma anche un eterno, malinconico punto interrogativo.





domenica 14 dicembre 2025

"Emozioni": la consacrazione di Lucio Battisti nel 1970

 

Il 15 dicembre 1970 segnò l'uscita di Emozioni, il terzo album in studio di Lucio Battisti. Quest'opera, pur non essendo un album di materiale completamente inedito (raccoglieva infatti singoli di grandissimo successo pubblicati tra il 1969 e il 1970), si affermò immediatamente come uno dei vertici artistici e commerciali della coppia Battisti-Mogol, trasformando una raccolta in un'esperienza d'ascolto omogenea e fondamentale.

In questo periodo, Battisti era già una star, ma con "Emozioni" superò la fase di semplice interprete di hit per elevarsi a vero e proprio autore di un canzoniere sentimentale. Le musiche, curate dal chitarrista e cantante reatino, erano al tempo stesso immediate e sorprendentemente complesse, mescolando sapientemente la melodia all'italiana con influenze provenienti dal pop anglosassone, dal beat e da arrangiamenti orchestrali sofisticati. La produzione non si limitava al canonico schema della canzone pop, ma utilizzava archi, fiati e strumenti non convenzionali per creare atmosfere ricche e stratificate.

A fare da contraltare alla genialità musicale di Battisti c'era la penna di Mogol, il cui lirismo raggiunse qui una delle sue massime espressioni. I testi abbandonano la cronaca spicciola per esplorare l'universo emotivo dell'uomo comune con una semplicità e una profondità disarmanti. Le "emozioni" non erano più solo gioia o dolore, ma sfumature sottili, come la malinconia di un addio alla stazione ("7 e 40"), la nostalgia di un ricordo fugace ("Mi ritorni in mente") o la frustrazione di un amore in crisi ("Fiori rosa fiori di pesco").

Il brano che dà il titolo all'album, "Emozioni", è forse il manifesto di questa operazione: un testo quasi filosofico che riflette sul come nascono e si manifestano i sentimenti, cementando l'idea di Battisti come colui che riusciva a mettere in musica l'anima di un'intera generazione.

La pubblicazione di "Emozioni" non solo dominò le classifiche, ma contribuì a ridefinire il concetto di "musica leggera" in Italia. Dimostrò che era possibile creare un prodotto popolare e accessibile, mantenendo al contempo un'alta qualità artistica e una notevole ambizione compositiva. L'album cementò il ruolo di Battisti non solo come venditore di dischi, ma come icona culturale, la cui influenza si sarebbe estesa ben oltre il decennio, plasmando il modo in cui il pop e il cantautorato italiani avrebbero approcciato il tema dell'amore e del sentimento. È per questo che "Emozioni", a distanza di decenni appare come un vero e proprio capitolo della storia musicale italiana.






Buon Compleanno, Abbe Lane! La "Regina Esotica" che Fece Ballare il mondo (e l'Italia)



14 dicembre 2025 — Il mondo della musica e dello spettacolo ricorda oggi il compleanno di Abbe Lane (New York, 14 dicembre 1932), una figura iconica degli anni '50 e '60 che incarnò come poche altre l'essenza del fascino esotico, della sensualità e del mambo-craze che travolse l'America e l'Europa.

Nata Abigail Francine Lassman, Abbe Lane, oltre ad essere una cantante e attrice di talento, fu un vero e proprio fenomeno di costume. La sua carriera decollò in modo esplosivo grazie al matrimonio, nel 1952, con il celebre bandleader e direttore d'orchestra spagnolo Xavier Cugat, l'indiscusso "Re del Mambo".

Nonostante la notevole differenza d'età, la loro unione professionale e sentimentale divenne leggendaria. Cugat la lanciò come la sua musa, trasformandola in una pin-up dai lineamenti perfetti e dal carisma incandescente. Abbe Lane divenne nota per le sue performance audaci, in cui non si limitava a cantare, ma "cantava con il corpo" (come è stata spesso descritta), attraverso balli mozzafiato e un abbigliamento – per l'epoca – particolarmente rivelatore. Era la perfetta incarnazione della "Signora in Rosso" (The Lady In Red), titolo di uno dei suoi album più noti.

Abbe Lane e Xavier Cugat portarono il cha-cha-cha, il mambo e il ritmo latino sui palcoscenici e sugli schermi internazionali, con una trionfale tournée che la consacrò a livello globale.

In Italia, la coppia divenne estremamente popolare grazie alla televisione. La trasmissione "Casa Cugat" (1955-1956) e il successivo "Controcanale" (1960), entrambi trasmessi sulla Rai, fecero di Abbe Lane un appuntamento imperdibile. La sua presenza in Italia fu così forte che lavorò anche nel cinema, partecipando a numerosi film accanto a star come Totò (in "Totò, Eva e il pennello proibito" e "Totò, Vittorio e la dottoressa") e Alberto Sordi. Eseguì inoltre versioni in italiano di brani celebri, come la sua interpretazione di "Roma bella".

Ciò che ha reso Abbe Lane un'icona duratura è il suo stile: una fusione di glamour hollywoodiano con la vitalità esotica della musica latina. La sua voce spaziava dal jazz sensuale alle arie più ritmate, collaborando anche con giganti come Tito Puente.

Oggi, nel giorno del suo compleanno, Abbe Lane è ancora tra noi e la ricordiamo come artista straordinaria, ma anche come una donna che ha contribuito in modo significativo a definire l'immaginario della sensualità nel dopoguerra, rendendo la musica latina un fenomeno di massa e lasciando un segno indelebile anche nella cultura popolare italiana.