Ci sono incontri che sembrano scritti in anticipo, come se
due traiettorie musicali destinate a incrociarsi aspettassero solo il momento
giusto. Il 27 febbraio 1981, in uno studio di registrazione, Paul McCartney e
Stevie Wonder
trasformarono quell’incrocio in una canzone che avrebbe fatto il giro
del mondo: “Ebony and Ivory”.
Non era un semplice duetto, ma l’incontro tra due artisti
che, pur provenendo da universi diversi, condividevano una stessa idea di
musica come linguaggio universale. McCartney arrivava dal decennio post‑Beatles,
in piena fase Wings, con la voglia di tornare a un pop più diretto e
comunicativo. Wonder, reduce dagli anni Settanta più creativi della sua
carriera, portava con sé un bagaglio di soul, funk e spiritualità che aveva
ridefinito la musica afroamericana.
La scintilla nacque da un’immagine semplice: i tasti del
pianoforte, bianchi e neri, che convivono in armonia per creare qualcosa di più
grande della loro somma. McCartney aveva già abbozzato il brano, ma sentiva che
mancava una voce capace di incarnare davvero quel messaggio. Stevie Wonder fu
la scelta naturale: non solo per la sua statura artistica, ma per la sua
capacità di trasformare ogni melodia in un gesto di empatia.
La sessione di registrazione fu sorprendentemente fluida. I
due si muovevano con naturalezza, come se avessero sempre suonato insieme.
McCartney raccontò più volte quanto fosse rimasto colpito dalla rapidità con
cui Wonder trovava armonie e controcanti, quasi “a occhi chiusi”, nel senso più
poetico del termine. Wonder, dal canto suo, parlò di Paul come di un musicista
“istintivo, generoso, capace di ascoltare”.
Quando “Ebony and Ivory” uscì, nel 1982, il mondo la accolse
come un inno. Non era un brano politico in senso stretto, ma arrivava in un
momento in cui il tema dell’integrazione razziale era tutt’altro che risolto.
La canzone offriva un’immagine semplice, quasi scolastica, ma proprio per
questo immediata: la musica come metafora di convivenza. E funzionò. Il singolo
raggiunse il numero uno in mezzo mondo, diventando uno dei successi più
riconoscibili degli anni Ottanta.
Riascoltata oggi, “Ebony and Ivory” conserva quella sua
innocenza disarmante. Non è un manifesto, non è una dichiarazione programmatica,
piuttosto un invito, un gesto di fiducia nella possibilità che le differenze,
come i tasti di un pianoforte, possano trovare un equilibrio. E forse è proprio
questa la sua forza: la capacità di ricordarci che, a volte, la musica sa
essere più chiara delle parole.

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