Il 28 febbraio arriva sempre con un’aria un po’
sospesa, come quei giorni che non pretendono nulla ma finiscono per riportarti
a qualcuno. E oggi, inevitabilmente, quel qualcuno è Brian Jones, nato il 28 febbraio 1942: il ragazzo
biondo che, prima ancora che i Rolling Stones diventassero “i Rolling Stones”,
aveva già intuito che il blues poteva diventare una vita intera.
Non serve essere tecnici per ricordarlo. Basta un’immagine:
un giovane inglese che cambia strumenti come fossero umori, che passa dal sitar
all’armonica, dalla slide guitar al dulcimer, senza mai farne una questione di
virtuosismo. Per lui la musica era un modo di stare al mondo, non un esercizio
di bravura.
C’è qualcosa di fragile e luminoso nella sua storia. Brian
non è stato il frontman, non è stato il compositore principale, non è stato il
volto sulle copertine più celebri. Eppure, senza di lui, gli Stones non
avrebbero avuto quella scintilla iniziale, quella fame di suoni nuovi, quella
voglia di mischiare tradizione e inquietudine. È stato il primo a credere che
quel gruppo potesse davvero esistere.
Oggi lo si ricorda spesso come un’icona maledetta, una
meteora. Ma forse è più giusto pensarlo come un apripista: uno che ha acceso la
luce e poi, quando la stanza si è riempita, si è fatto da parte quasi senza
accorgersene.
Il 28 febbraio è un buon giorno per riascoltare qualcosa che
porta la sua impronta - non per nostalgia, ma per gratitudine. Perché ogni
tanto fa bene ricordare che la musica non nasce solo dai giganti, ma anche da
chi ha il coraggio di essere diverso, di cercare, di non accontentarsi.
E Brian Jones, in questo, è stato un maestro.

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