West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

lunedì 23 febbraio 2026

Presentazione di “Reveries”, di Giacomo Franco



Presentazione di “Reveries”, di Giacomo Franco

(con Athos,Susy, Giulia,Teresa e Roberto)

presso la Libreria delle Paoline - 20 febbraio 2026

 

Un po’ di commento 

Venerdì 20 febbraio 2026, alle ore 17, la Libreria delle Paoline di Savona ha ospitato la presentazione ufficiale di Reveries, il nuovo libro di poesie di Giacomo Franco pubblicato da Marco Sabatelli Editore. L’incontro, condotto da Athos Enrile, ha offerto al pubblico l’occasione di entrare nel laboratorio poetico dell’autore, esplorando la genesi del libro, le sue ispirazioni e l’architettura interna che ne sostiene il percorso.

La sala era gremita, con un pubblico attento, partecipe, composto da lettori abituali, amici, curiosi e appassionati di poesia. L’atmosfera è stata quella delle giornate riuscite, in cui si percepisce il desiderio collettivo di ascoltare, riflettere, condividere. A dare voce ai testi sono state Susy, Giulia, Teresa e Roberto (con il costante pensiero ad Antonella che, malata, non ha potuto partecipare), che hanno alternato le letture creando un ritmo corale e armonioso, mentre Athos ha guidato il dialogo con l’autore senza mai sovrapporsi, mantenendo il ruolo di mediatore e tessitore del discorso.

Reveries è una raccolta che si muove tra sogno e veglia, memoria e immaginazione, articolata in sezioni dai titoli evocativi - Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni brevi sui passaggi del tempo, Controra - e nutrita da una forte componente musicale. John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho e Mike Oldfield sono la colonna sonora ideale che accompagna la scrittura di Franco, una scrittura che nasce spesso nel dormiveglia, nella “risacca dell’inconscio” da cui affiorano immagini, frammenti, intuizioni.

La presentazione ha restituito con chiarezza questo movimento interiore: il rapporto con la luce, la memoria come trasformazione, il dialogo con il mito, la presenza degli affetti e delle dediche, la riscrittura dei testi più antichi, il senso di un percorso che non recupera il passato ma lo rilancia, lo rielabora, lo rimette in circolo.

È stata una serata intensa, intelligente, serena: un incontro con la poesia e con il suo processo creativo, ma anche un augurio per un 2026 ricco di attività culturali, di ascolto e di pensiero condiviso.


SI È PARTITI DA QUI…

FRAMMENTI DI CIELO 

E tu lo sai, non sono questi i suoni

che vorrei sentire, neanche questi i sogni

che voglio disegnare, neppure queste le parole
adatte per domandare più luce al mondo:

non sono questi i suoni del mio cielo. 

Ma tutto quello che io avrei voluto

era una città oscura e fiera dove vorticasse

una nuvola di fuoco, e fosse l'ombra sulla terra,

e che nell'aria incerta oltre il mio cancello

verdeggiassero i prati, ma sulla casa

ardessero frammenti del cielo.

Negli ultimi tempi hai scritto e pubblicato molto, quasi come se stessi riallacciando un dialogo interrotto con la poesia. REVERIES è parte di una sorta di recupero del tempo o una cosa diversa, un passaggio ulteriore?

È sicuramente un passaggio ulteriore, cominciando dall'immagine in copertina, un albero che si rispecchia in una superficie d'acqua, con due universi  uguali, il sopra e il sotto, l'alto e il basso, che si confrontano.
E le poesie sono, come le “macchie di Rorschach”, un gioco complesso di rimbalzi fra la personalità dell'autore e quella di chi ne fruisce: e l'autore si sorprende sempre alla fine, leggendo quello che ha scritto, non perché sia qualcosa di “bello” ma perché ora c'è qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c'era, e lui per farlo ha messo in comunicazione parti diverse della propria anima.

LA PERCEZIONE DEL VUOTO 

Non era più la percezione di un momento.

C'era tutto intorno a noi la luce di fine mese

e anche la sera non voleva più arrivare, anche

le finestre volevano far festa, e la lontananza già

vestiva di azzurro come sempre fa quando ritorna. 

Io vedevo le ombre fuggiasche dilagare nella piazza

e quanto più percepivo la loro presenza, tanto più

svanivano come fanno i ruscelli nel grande fiume

della tenebra: ed era la loro una presenza ormai

dispersa, nel breve abbraccio di un crepuscolo. 

Ma quella presenza aveva una forma di irradiazione

quasi fosse un nuovo modo dell'esistenza: io ero là

immerso in quella lontananza, e un cielo perduto

nel cobalto addormentava i cornicioni, la grande

festa si era smarrita tra le buie mani della notte.


Tu racconti che il tuo libro nasce nel dormiveglia, da quella “risacca che immancabilmente deposita qualcosa sulla riva”.

Come riconosci quando quella risacca contiene qualcosa da salvare?

Se “suona” bene, diciamo, soprattutto all'anima, non solo all'orecchio. Quello della poesia è un “gioco dell'anima” che si accende per emozioni e immagini e che si cerca di “disegnare” e comunicare con le parole.

La musica è una presenza costante, citi John Fahey, Jack Rose, Robbie Basho, Mike Oldfield: che cosa fa la musica alla tua scrittura? È ritmo, paesaggio, detonatore emotivo?

Una vecchia canzone iniziava così: “Music was my first love...”. La musica è una colonna sonora della mia vita e la poesia che scrivo vuol essere un “paesaggio emozionale”, anche questo con una colonna sonora. A proposito, ho conosciuto John Fahey attraverso la colonna sonora di un film che era assai noioso, ma c'era questo pezzo di tre minuti, “Dance of Death” con una sua bellezza strana, incompiuta, quasi sbilenca, che pian piano mi ha preso e non mi ha più mollato! E la sua incompiutezza fa parte del suo fascino: certo, quando qualcosa è (o appare) “perfetto”, noi lo ammiriamo, ma non ci catturerà mai quanto qualcosa che perfetto non è!

Vedi, la musica si alza piano,
scivolando dalla finestra
oltre la scala del buio
e mai non si ferma
per ridiscendere
come pioggia
e come fa l’onda
risalire in silenzio
e poi spegnersi piano
scivolando sull’orizzonte
come fa una stella tra i fiordi.

Molte poesie sembrano come emergere attraverso una soglia, da “un dolce vagabondaggio della mente”: cerchi consapevolmente questo stato, oppure ti ci ritrovi?

Da bambino guardavo le nuvole e ci vedevo delle forme di animali, a volte un drago in volo... molti componimenti dell'adolescenza nascevano così, sognando a occhi aperti; ho poi scoperto che questo vagabondaggio della mente è chiamato “daydreaming” in inglese, “reverie” in francese. Non è una ricerca consapevole di uno stato mentale, è solo la mente che ha bisogno di lasciarsi andare, ma è anche qualcosa di terapeutico, senti che dopo si sta meglio...

I titoli delle varie “Sezioni” (Rapsodie, Risonanze, Riverberi, Relazioni brevi sui passaggi del tempo, Ritorno alla Controra) sembrano le tappe di un viaggio: come hai costruito questa architettura? È nata prima la struttura o prima i testi?

Inizialmente il titolo del libro doveva essere RIVERBERI, che è il titolo dell'ultima poesia della raccolta, poi a titolo del libro ho scelto REVERIES, che suona abbastanza simile a Riverberi: con il titolo nuovo ho esplicitato il rimando a quel dolce vagabondaggio della mente, appunto... “Rapsodie” e “Risonanze” ci rinviano al linguaggio della musica, mentre “Riverberi” a quello dei fenomeni ottici e acustici; sempre utilizzando la lettera R ho trovato RELAZIONI BREVI SUI PASSAGGI DEL TEMPO. RITORNO ALLA CONTRORA era già pronto e rimanda al mio terzo libro, in cui c'era una Sezione intitolata “Poesie della Controra”. Infine, i testi erano in larga parte già esistenti, i titoli delle Sezioni hanno fatto da “guida”, in un certo senso ne sono le cornici.


               PRESTO SOMIGLIER0' AL DIRUPO (per Paul Klee) 

Io attenderò a lungo su un divano di seta

contemplando la morte l'acqua il fuoco

come se fossi indifferente al pensiero

che nei tuoi occhi io sprofondavo. 

E presto somiglierò al dirupo

sarò dove i fiori scottano

una landa di resina

addormentata

e magica. 

Sarò anch'io come sogno verde fra gli alberi

come l'orco fuggiasco nei campi assolati

userò marmo fresco per crear foreste

disegnerò il tuo corpo con la luce.


La luce attraversa tutto il libro: un fantasma di luce, luce meridiana, l'oro che abbaglia: che cosa rappresenta la luce per te? Un simbolo, un linguaggio, una memoria?

La luce ci permette di vivere ma può abbacinarci, il buio può attrarre ma anche far paura, è una metafora dell'ignoto; la nostra vita si svolge in una infinita varietà di universi che stanno fra la luce e il buio, a volte più vicini all'uno, a volte più vicini all'altra. In una sua canzone Leonard Cohen dice “C'è una crepa in ogni cosa ed è così che entra la luce” (There is a crack in everything, that's how the light gets in), un invito ad accettare la imperfezione del mondo e a coltivare la resilienza, la speranza. (“Suonate le campane ancora in grado di suonare e dimenticate le vostre offerte perfette”).

In molte tue poesie la memoria non è nostalgia, ma è trasformazione (“l'ombra che dà vita”). Che rapporto hai con il passato quando scrivi?

Sta all'origine della mia “poesia di risacca”: nella mia poesia (e anche nella mia vita) ogni tanto compare qualcosa che ritorna, che ricorre, che magari mi rincorre... (nel bene e nel male, sono i meandri dell'alba).


I MEANDRI DELL'ALBA 

E mi soffermo in questi tuoi meandri

fra i marciapiedi arsi della malinconia

e i camminamenti liquidi del Tempo

fra i momenti magici della memoria

e l'inevitabile rimozione della marea

fra le antiche muraglie del tramonto

e questo meraviglioso mistero mosso

che ancora oggi mi sommerge e freme. 

(24.1.2024) 

“frammento dell'orizzonte”

l'abbraccio liquido dell'onda

acquamarina luce e sale

perduto nella notte

per incontrare

il cielo


Gli Dèi, Eolo, la Controra, altrove citi Ulisse e Orfeo: come convivono nella tua scrittura il Mito, il quotidiano, l'immaginazione?

I Miti sono “quelle cose che non avvennero mai, ma sono sempre”.

Da ragazzo ero affascinato dalla Mitologia Greca, le “favole” del mondo antico, che davano le coordinate per capire il mondo e indicavano i limiti da non superare; poi da adulto ho approfondito la materia e sono rimasto allibito da “quanta roba” ci si trova dentro... citando Giorgio Ieranò: “Le favole antiche ci permettono di avvicinarci al cuore oscuro della sofferenza umana, noi soltanto attraverso le maschere degli Antichi Dèi possiamo sfiorare verità così tremende e incandescenti”.

Nei tuoi libri convivono componimenti recentissimi e altri di 40 anni fa: come dialogano tra loro? hai sentito la necessità di riscriverli?

Sì, quasi sempre ho sentito la necessità di riscriverli; se oggi affronto un vecchio componimento, vedo se c'è qualcosa da salvare, qualcosa che mi “suona” ancora attuale, e nel caso lo salvo, magari con una cancellata nuova a protezione.
A volte salvo solo poche parole da una pagina intera, è sempre utile avere un “giardiniere” all'opera, soprattutto se è passato un po' di tempo!

Questo libro è dedicato a tua moglie Susy, ai tuoi figli Paola e Davide, a un'amica che non c'è più (Stefania Ponteprimo), come anche ad artisti quali Wallace Stevens, John Fahey e Mike Oldfield. Quale ruolo rivestono gli affetti (familiari, artistici, spirituali) nella tua poesia?

Sono una parte della “risacca”, la parte migliore, per così dire, quella che aiuta ad andare avanti, tutte le cose belle che abbiamo conosciuto e ci forniscono una riserva di ossigeno per i tempi difficili. Poi dal nostro passato emerge anche la parte peggiore, simile ai “mastini infernali” che non davano tregua a Robert Johnson.


 STASERA LE STELLE SONO USCITE PER CERCARE LA LUNA 

stasera le stelle sono uscite per cercare la luna

e più nulla e nessuno saprà portarle indietro

è il saliscendi dei sogni che le ha incantate

perché stasera le stelle sono scese dal cielo

e adesso stanno scivolando sui nostri sentieri

riscoprendo una felicità profonda come il mare 

(17.10.2024) 

“haiku della luce” 

passeggeremo

su strade parallele

di luce e mare


Nella nota a NOW/HERE scrivi “un attimo di bellezza che è adesso e qui, poi sparisce”. È una dichiarazione poetica o una filosofia di vita?

Sostanzialmente è una presa d'atto della realtà, dovuta all'esperienza, spesso le cose belle della vita durano poco e quando restano cambiano di segno, comunque: il mondo è in continuo divenire e nulla è per sempre, è il concetto di “impermanenza” appreso attraverso la poesia “haiku”.

A chi pensi quando scrivi? Immagini un lettore o un destinatario?

Scrivo come mi viene. Sovente c'è un destinatario, a volte sono io stesso, mentre altre volte è un “tu” generico; comunque, dopo che ho scritto rileggo e vedo le modifiche da apportare, anche rispetto al destinatario. Nei libri precedenti ci sono molte poesie “dedicate”, ispirate a quello che molti artisti mi hanno lasciato dentro (da Laurel & Hardy a David Bowie, da Jacques Brel a Domenico Modugno, da Giacomo Leopardi a Donovan). 


RIVERBERI (per Wallace Stevens) 

Non era stata una processione degli alberi
a risvegliare i sensi, e neanche i labirinti

disegnati dal volo degli uccelli in cielo,

ma il silenzioso cammino delle stelle

viandanti sotto la luna, quanto più ora

il giorno muoveva verso il suo splendore. 

E fino dove lo sguardo poteva perdersi

si stendeva un paradiso bagnato dal sole,

un continente d'erba, una forma spettrale

densa dell'immobilità donata dalla nebbia,

mille voci graffianti che uscivano dal velo

bianco, per poi sparire. E io andavo piano

a schiudere la porta di un mondo dorato,

l'erba bianca incorniciata dai ranuncoli

nel saluto luminoso del nuovo giorno:

e come tutto adesso dormiva nella luce

in un piccolo lampo che attraversava

i giardini distesi della mia infanzia. 

Io capivo che non era quello un tempo

anarchico della mente, era riverbero

dell'anima, rosso come un vulcano,

stratificato e scuro come la notte,

era dolce magia di ondeggianti figure

apparse in gioventù a uno sguardo cieco.








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