West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

martedì 24 febbraio 2026

George Harrison – 25 febbraio 1943

 


George Harrison nasce il 25 febbraio 1943, a Liverpool, in una casa modesta di Arnold Grove, e già questo dettaglio sembra un indizio: le cose più luminose, a volte, germogliano nei luoghi più discreti. Non c’è clamore nella sua infanzia, nessun presagio roboante. Solo un bambino curioso, un po’ timido, che ascolta la radio come si ascolta una porta che si apre su un mondo nuovo.

Quando incontra John e Paul, è il più giovane del gruppo. Porta con sé una chitarra economica e una determinazione che non ha bisogno di parole. Non è il più estroverso, non è il più rumoroso, ma ha quella calma che appartiene a chi sa osservare. E osservando, impara. E imparando, cresce. Così, mentre i Beatles diventano un fenomeno planetario, Harrison diventa qualcos’altro: un artigiano del suono, un cercatore di senso, un uomo che vuole capire cosa c’è oltre il frastuono.

Negli anni della Beatlemania, quando tutto sembra correre troppo veloce, lui rallenta. Si avvicina alla cultura indiana, alla meditazione, alla spiritualità come forma di resistenza interiore. Non è una fuga: è un ritorno a sé stesso. E da quel ritorno nascono canzoni che non assomigliano a nulla di ciò che lo circonda. Something, Here Comes the Sun, While My Guitar Gently Weeps: tre titoli che basterebbero da soli a raccontare una vita intera. Tre modi diversi di dire che la bellezza può essere semplice, che la luce può arrivare dopo un inverno troppo lungo, che anche una chitarra può piangere se la suoni con sincerità.

Dopo lo scioglimento dei Beatles, Harrison non si perde. Si ritrova. All Things Must Pass non è solo un album: è una dichiarazione esistenziale. È il gesto di un uomo che ha finalmente spazio per respirare, per scrivere, per essere. E quando organizza il Concert for Bangladesh, inventa senza saperlo il modello del grande concerto benefico moderno. Ancora una volta, senza clamore: solo con la convinzione che la musica possa servire a qualcosa di più grande.

Harrison rimane sempre così: schivo, ironico, profondamente umano. Non cerca il centro della scena, ma quando ci finisce - perché il talento, a volte, non può farne a meno - lo abita con una grazia che pochi hanno saputo imitare.

Il 25 febbraio, ogni anno, non celebriamo solo la nascita di un musicista. Celebriamo l’arrivo di una voce che ha insegnato a milioni di persone che la dolcezza non è debolezza, che la profondità non ha bisogno di rumore, che la luce può essere una melodia.

George Harrison è stato il “quiet Beatle”, certo. Ma il silenzio, quando è pieno di significato, può risuonare più forte di qualsiasi amplificatore.







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