George Harrison nasce il 25 febbraio 1943, a Liverpool, in una
casa modesta di Arnold Grove, e già questo dettaglio sembra un indizio: le cose
più luminose, a volte, germogliano nei luoghi più discreti. Non c’è clamore
nella sua infanzia, nessun presagio roboante. Solo un bambino curioso, un po’
timido, che ascolta la radio come si ascolta una porta che si apre su un mondo
nuovo.
Quando incontra John e Paul, è il più giovane del gruppo.
Porta con sé una chitarra economica e una determinazione che non ha bisogno di
parole. Non è il più estroverso, non è il più rumoroso, ma ha quella calma che
appartiene a chi sa osservare. E osservando, impara. E imparando, cresce. Così,
mentre i Beatles diventano un fenomeno planetario, Harrison diventa
qualcos’altro: un artigiano del suono, un cercatore di senso, un uomo che vuole
capire cosa c’è oltre il frastuono.
Negli anni della Beatlemania, quando tutto sembra correre
troppo veloce, lui rallenta. Si avvicina alla cultura indiana, alla
meditazione, alla spiritualità come forma di resistenza interiore. Non è una
fuga: è un ritorno a sé stesso. E da quel ritorno nascono canzoni che non
assomigliano a nulla di ciò che lo circonda. Something, Here Comes
the Sun, While My Guitar Gently Weeps: tre titoli che basterebbero
da soli a raccontare una vita intera. Tre modi diversi di dire che la bellezza
può essere semplice, che la luce può arrivare dopo un inverno troppo lungo, che
anche una chitarra può piangere se la suoni con sincerità.
Dopo lo scioglimento dei Beatles, Harrison non si perde. Si
ritrova. All Things Must Pass non è solo un album: è una dichiarazione
esistenziale. È il gesto di un uomo che ha finalmente spazio per respirare, per
scrivere, per essere. E quando organizza il Concert for Bangladesh,
inventa senza saperlo il modello del grande concerto benefico moderno. Ancora
una volta, senza clamore: solo con la convinzione che la musica possa servire a
qualcosa di più grande.
Harrison rimane sempre così: schivo, ironico, profondamente
umano. Non cerca il centro della scena, ma quando ci finisce - perché il
talento, a volte, non può farne a meno - lo abita con una grazia che pochi
hanno saputo imitare.
Il 25 febbraio, ogni anno, non celebriamo solo la nascita di
un musicista. Celebriamo l’arrivo di una voce che ha insegnato a milioni di
persone che la dolcezza non è debolezza, che la profondità non ha bisogno di
rumore, che la luce può essere una melodia.
George Harrison è stato il “quiet Beatle”, certo. Ma il
silenzio, quando è pieno di significato, può risuonare più forte di qualsiasi
amplificatore.

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