West Virginia

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Buckhannon, West Virginia dicembre 1996

lunedì 23 febbraio 2026

24 febbraio 1968: il debutto dei Fleetwood Mac che non ti aspetti

 

 

Il primo volto della band: un tuffo nel blues ruvido e viscerale che diede origine alla lunga storia dei Fleetwood Mac


Il 24 febbraio 1968 i Fleetwood Mac pubblicarono il loro omonimo album di debutto, un disco che oggi sembra appartenere quasi a un’altra band rispetto a quella che, un decennio più tardi, avrebbe dominato le classifiche mondiali con Rumours. Eppure, in quel primo LP c’è già tutto: l’urgenza, la personalità, la chimica istintiva di un gruppo nato per suonare il blues con una dedizione quasi religiosa.

La formazione dell’epoca - Peter Green, Jeremy Spencer, John McVie e Mick Fleetwood - rappresentava il cuore della scena blues londinese. Green, reduce dall’esperienza nei Bluesbreakers di John Mayall, era già considerato uno dei chitarristi più espressivi della sua generazione: lirico, malinconico, capace di un fraseggio che sembrava parlare più della sua anima che del suo strumento.

Il disco, registrato in pochi giorni e con un budget minimo, riflette proprio questa immediatezza. Nessuna sovrastruttura, nessuna ricerca di “prodotto”: solo quattro musicisti che suonano come se fossero in un club fumoso di Soho.

L’album è un manifesto del British blues nella sua forma più pura. Jeremy Spencer domina con la sua passione per Elmore James, mentre Green alterna brani originali a interpretazioni che mostrano una maturità sorprendente per un ventunenne.

La produzione è essenziale, quasi documentaria. Si sente ogni vibrazione delle corde, ogni colpo di rullante, ogni respiro tra un fraseggio e l’altro. È un disco che non cerca di piacere: chiede di essere ascoltato.

Il debutto dei Fleetwood Mac è anche la fotografia di un momento irripetibile, l’istante in cui una band ancora inconsapevole del proprio destino mette a fuoco un’identità forte, personale, destinata a evolversi in modi imprevedibili.

È anche il primo capitolo della parabola artistica di Peter Green, figura luminosa e fragile, che in pochi anni avrebbe scritto alcune delle pagine più intense del rock britannico.

Riascoltato oggi, il disco del 1968 colpisce per la sua autenticità. Non c’è ancora la raffinatezza pop, non c’è la complessità emotiva dei Fleetwood Mac “californiani”, ma c’è una verità che non invecchia: quattro musicisti che suonano il blues come se fosse l’unica lingua possibile.

È il punto di partenza di una storia lunga, tormentata e straordinaria. Una storia che, paradossalmente, comincia lontanissima dal mito dorato che tutti conoscono.



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