Il primo volto della band: un tuffo
nel blues ruvido e viscerale che diede origine alla lunga storia dei Fleetwood
Mac
Il 24 febbraio 1968 i Fleetwood
Mac pubblicarono il loro omonimo album di debutto, un disco che oggi sembra appartenere quasi a un’altra
band rispetto a quella che, un decennio più tardi, avrebbe dominato le
classifiche mondiali con Rumours. Eppure, in quel primo LP c’è già
tutto: l’urgenza, la personalità, la chimica istintiva di un gruppo nato per
suonare il blues con una dedizione quasi religiosa.
La formazione dell’epoca - Peter Green, Jeremy Spencer,
John McVie e Mick Fleetwood - rappresentava il cuore della scena blues
londinese. Green, reduce dall’esperienza nei Bluesbreakers di John Mayall, era
già considerato uno dei chitarristi più espressivi della sua generazione:
lirico, malinconico, capace di un fraseggio che sembrava parlare più della sua
anima che del suo strumento.
Il disco, registrato in pochi giorni e con un budget minimo,
riflette proprio questa immediatezza. Nessuna sovrastruttura, nessuna ricerca
di “prodotto”: solo quattro musicisti che suonano come se fossero in un club
fumoso di Soho.
L’album è un manifesto del British blues nella sua forma più
pura. Jeremy Spencer domina con la sua passione per Elmore James, mentre Green
alterna brani originali a interpretazioni che mostrano una maturità
sorprendente per un ventunenne.
La produzione è essenziale, quasi documentaria. Si sente ogni
vibrazione delle corde, ogni colpo di rullante, ogni respiro tra un fraseggio e
l’altro. È un disco che non cerca di piacere: chiede di essere ascoltato.
Il debutto dei Fleetwood Mac è anche la fotografia di un
momento irripetibile, l’istante in cui una band ancora inconsapevole del
proprio destino mette a fuoco un’identità forte, personale, destinata a
evolversi in modi imprevedibili.
È anche il primo capitolo della parabola artistica di Peter
Green, figura luminosa e fragile, che in pochi anni avrebbe scritto alcune
delle pagine più intense del rock britannico.
Riascoltato oggi, il disco del 1968 colpisce per la sua
autenticità. Non c’è ancora la raffinatezza pop, non c’è la complessità emotiva
dei Fleetwood Mac “californiani”, ma c’è una verità che non invecchia: quattro
musicisti che suonano il blues come se fosse l’unica lingua possibile.
È il punto di partenza di una storia lunga, tormentata e
straordinaria. Una storia che, paradossalmente, comincia lontanissima dal mito
dorato che tutti conoscono.

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