Mentre il mondo si stava ancora abituando all'idea che i
Beatles non esistessero più, il 26 dicembre 1970
accadde qualcosa che ribaltò completamente le gerarchie del pop. Non
fu il genio istrionico di McCartney o la ribellione di Lennon a piazzare la
prima bandierina sulla vetta della classifica americana, ma il tocco spirituale
e la chitarra slide di George Harrison.
Con la pubblicazione di "My
Sweet Lord", Harrison compì un sorpasso silenzioso ma
micidiale. Per anni era rimasto bloccato nel ruolo del "fratello
minore", con le sue canzoni spesso relegate a riempitivi negli album dei
Fab Four. Ma quel sabato di dicembre, il "Quiet Beatle" si prese
tutto: la sua preghiera in musica scalò la Billboard Hot 100, rendendolo il
primo dei quattro ex compagni a conquistare il numero uno da solista.
L'impatto del brano fu dirompente. Prodotto insieme a Phil
Spector, "My Sweet Lord" non era solo una canzone, ma una
celebrazione sonora che mescolava la tradizione corale occidentale con i mantra
orientali. Harrison riuscì in un'impresa che oggi sembrerebbe impossibile:
trasformare una preghiera esplicitamente religiosa in una hit mondiale da
discoteca e da autoradio.
Il brano, caratterizzato da quella chitarra slide che sarebbe
diventata il suo marchio di fabbrica, era il biglietto da visita del
mastodontico triplo album All Things Must Pass. In quelle tre ore
di musica, George svuotò i cassetti di anni di frustrazioni e composizioni
scartate, dimostrando che il suo talento era stato ingiustamente compresso dal
binomio Lennon-McCartney.
Il fascino di "My Sweet Lord" risiedeva nella sua capacità di unire. Alternando l'ebreo-cristiano "Hallelujah" all'induista "Hare Krishna", Harrison cercava di abbattere le barriere tra le religioni, puntando a una spiritualità universale. Tuttavia, questo successo globale portò con sé una lunga ombra legale: la causa per "plagio inconscio" intentata dai detentori dei diritti di He's So Fine, delle Chiffons. Un processo che durò anni, ma che non riuscì mai a scalfire l'amore del pubblico per il brano.
Quel primato non fu solo un record statistico. Fu il momento
in cui Harrison dimostrò che la sua "liberazione" artistica era
completa. Mentre i critici si aspettavano che i singoli Beatles valessero meno
della somma delle loro parti, George dimostrò che, a volte, il talento più puro
ha solo bisogno di spazio per esplodere.
Conquistando la vetta proprio nel giorno di Santo Stefano,
Harrison regalò alla storia della musica un inno alla ricerca interiore che, a
distanza di decenni, non ha perso un briciolo della sua forza luminosa. Fu la
prova definitiva che il "Beatle tranquillo" aveva finalmente trovato
la sua voce, e che quella voce era potente quanto quella dei suoi compagni, se
non di più.

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