Canzone”, quando il dolore di Samuele
Bersani divenne il capolavoro di Lucio Dalla
C’era un’aria particolare nell’Italia del gennaio 1997.
Non era solo il freddo di un inverno pungente, era l’atmosfera di un Paese che
si svegliava ogni mattina con una melodia precisa in testa. Se accendevi la
radio, se entravi in un bar o se guardavi le classifiche dei dischi, c’era un
nome che metteva d’accordo tutti, dai ragazzi ai nonni: Lucio Dalla.
Proprio in questi giorni di ventinove anni fa, il brano
intitolato semplicemente "Canzone"
toccava il suo apice, trascinando l'album Canzoni verso vette di
vendita che oggi, nell'era dello streaming, sembrano pura fantascienza. Ma
dietro quel successo commerciale clamoroso c’era una storia umana fatta di
lacrime, intuito e una generosità artistica fuori dal comune.
Tutto era nato qualche tempo prima in uno studio di
registrazione, dove un giovanissimo e allora sconosciuto Samuele Bersani
si era presentato col cuore letteralmente a pezzi per la fine di una storia
d’amore. Lucio, che di anime se ne intendeva, lo vide piangere e non gli offrì
solo un fazzoletto, ma un consiglio da maestro: "Capitalizza questo
dolore, Samuele. Scrivi".
Bersani scrisse parole che sembravano preghiere laiche,
affidando alla musica stessa il compito di andare a ritrovare la donna amata.
Quando Dalla lesse quel testo che diceva "Canzone, cercala se
puoi", capì di avere tra le mani un capolavoro. Decise di cantarla
lui, con quella sua voce che sapeva essere sporca e dolcissima allo stesso
tempo, trasformando un pianto privato in un sentimento universale.
Il 12 gennaio 1997, quella "Canzone" era diventata
di tutti. L'album vendeva migliaia di copie al giorno, superando il milione e
trecentomila unità. Era il periodo in cui i dischi si compravano fisicamente e
Lucio Dalla, con il suo zucchetto e il suo sguardo sornione, era diventato il
custode dei nostri sentimenti.
Non era solo una hit estiva o un tormentone passeggero; era
il segno che la grande musica d'autore poteva ancora dominare il mercato.
Insieme a brani come "Tu non mi basti mai" e la struggente "Ayrton",
quel disco ci ha regalato un Lucio Dalla in uno stato di grazia assoluto,
capace di parlarci di amore e di morte con la stessa incredibile naturalezza.
Ancora oggi, se chiudiamo gli occhi e sentiamo l'attacco di
quel pezzo, ci sembra di vederlo lì, mentre ci sussurra che la musica, alla
fine, serve proprio a questo: a portarci dove non riusciamo ad arrivare da
soli.

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