Immaginiamo la scena: è il 5 gennaio 1956 e un ragazzo
di ventun anni, con i capelli carichi di brillantina e un'aria un po' spavalda,
entra per la prima volta negli studi della RCA a Nashville. Non è un
giorno qualunque. Elvis Presley ha appena lasciato la piccola etichetta che lo ha
lanciato, la Sun Records, per fare il grande salto. La posta in gioco è
altissima: la casa discografica ha speso una fortuna per averlo e tutti si
aspettano il botto.
E il botto arriva, ma non come se lo aspettavano i
discografici.
Elvis si presenta con una canzone che sembra venire da un
altro pianeta: "Heartbreak Hotel". Non è un pezzetto allegro
da ballare sotto il jukebox; è un brano cupo, quasi spettrale, ispirato alla
storia di un uomo che si era tolto la vita lasciando un biglietto sulla
solitudine.
In studio l'aria è elettrica. Elvis non si accontenta del
suono pulito e perfetto dei professionisti di Nashville. Lui vuole il
"fango", vuole che la sua voce sembri quella di qualcuno che urla il
suo dolore in un corridoio vuoto. Per ottenere quell'effetto di eco che oggi
tutti conosciamo, i tecnici devono fare i salti mortali, spostando microfoni e
cercando angoli strani nello studio.
Il risultato di quel 5 gennaio è un terremoto. Quando il
disco uscirà poche settimane dopo, nulla sarà più come prima. Per la prima
volta, un brano scala contemporaneamente tutte le classifiche: pop, country e
persino quella dei neri, il rhythm & blues.
Quel giorno è nato il Re del Rock and Roll. Prima di allora era solo un ragazzo di Memphis che sapeva muovere bene le gambe; dopo quella sessione di registrazione, è diventato l'icona che ha dato il permesso a milioni di adolescenti in tutto il mondo di essere finalmente "ribelli".
I capi della RCA, dopo aver ascoltato quello che Elvis aveva
inciso proprio oggi, rimasero scioccati e dissero: "Non suona per
niente come Elvis, questa roba è un disastro". Volevano rifarla da
capo perché la voce sembrava troppo cupa. Meno male che non li hanno ascoltati!
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