Il 13 gennaio 1968 il re del country
sfidò le convenzioni registrando un album storico tra i detenuti della prigione
californiana
Immaginiamo il freddo pungente di una mattina di gennaio in
California, dentro le mura grigie e opprimenti del carcere di Folsom, dove
l’aria è densa di una tensione che potresti tagliare con un coltello. È il 1968
e Johnny Cash
non sta attraversando il momento migliore della sua vita perché le
droghe e i fallimenti personali lo stanno trascinando a fondo, rendendolo un
rischio per chiunque lavori con lui. Eppure, in quel preciso istante, mentre
cammina verso il palco improvvisato nella mensa del penitenziario, sta per
compiere il gesto più folle e geniale della sua carriera.
Quando si posiziona davanti al microfono e pronuncia con
quella voce baritonale e ferma il suo iconico saluto di presentazione, la
reazione non è quella di un pubblico comune ma quella di centinaia di uomini
che la società ha deciso di dimenticare. Cash non è lì per giudicarli o per
fare la morale, ma per cantare la loro stessa disperazione e la loro rabbia. Lo
fa scegliendo pezzi crudi e sinceri come la celebre ballata in cui ammette di
aver sparato a un uomo a Reno solo per vederlo morire, un verso che scatena
un’energia elettrica in tutta la sala, anche se i detenuti restano composti
sotto lo sguardo vigile delle guardie armate.
Il momento forse più incredibile di quella giornata avviene quando Cash decide di suonare una canzone scritta proprio da uno di loro, un detenuto di nome Glen Sherley che si trova tra il pubblico e che non può credere alle sue orecchie nel sentire la sua opera interpretata dal "Re del Country". Quell'album, registrato dal vivo tra rumori di sbarre, risate amare e applausi scroscianti, non si limita a scalare le classifiche mondiali superando colossi come i Beatles, ma trasforma definitivamente Johnny Cash nel "Man in Black", l'uomo vestito di nero che sceglie di stare dalla parte degli ultimi. Quella performance a Folsom resta ancora oggi un manifesto di empatia e ribellione, il racconto di come la musica possa abbattere le mura di una prigione anche solo per la durata di un concerto.

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