Non esiste - almeno per ora - un libro di poesie di Marina Zilio. Esistono le poesie. Tante. Sincere,
verticali, luminose, scritte nel tempo e custodite con pudore. E forse questa
copertina, nata quasi per gioco e per affetto, può essere un piccolo segno, un
buon auspicio. Perché un sogno, quando è pronto, merita di diventare forma.
Merita di essere raccolto, stampato, letto, tenuto tra le mani. Merita di
esistere.
La nostra conoscenza è nata per caso, attraverso una persona
che ha avuto la delicatezza e l’entusiasmo di donarmi le tantissime poesie di
Marina, che forse non sa che ne ho lette molte, non tutte, perché sono davvero
tante, ma avevo urgenza di proporre un mio commento.
Ciò che ho letto mi ha colpito. Non per la tecnica - la cui
valutazione non mi compete - ma per quella forza silenziosa che solo le parole
vere sanno trasmettere.
Non sono un critico letterario, né un esperto di poesia. Mi
avvicino ai suoi testi come farebbe un visitatore inesperto davanti a un
quadro: senza strumenti tecnici, senza categorie, senza pretese. Solo con lo
sguardo e con la pancia. Quello che segue non è un giudizio accademico: è la
mia reazione emotiva, il mio stupore, il mio modo di ascoltare ciò che le sue
parole mi hanno fatto sentire. E forse è proprio questo il modo più onesto per
parlare della poesia di Marina: lasciarla entrare, lasciarla risuonare,
lasciarla fare quello che la poesia dovrebbe sempre fare - toccare qualcosa
dentro.
La voce poetica di Marina Zilio ha maturato lentamente, come
un frutto tardivo che ha bisogno di anni per trovare la sua stagione. Non è una
poesia costruita per compiacere il mercato, né per inseguire mode stilistiche:
è un flusso interiore che finalmente trova il coraggio di affacciarsi sulla
pagina. Marina non ha cercato la poesia: è la poesia che ha cercato lei.
La sua poetica nasce da un gesto semplice e radicale:
guardare. Guardare il mondo, la natura, il cielo, le stagioni, il dolore, la
perdita, la fede. Guardare e poi restituire. Il risultato è una poesia
verticale, meditativa, scandita come un salmo. Le parole scendono sulla pagina
una per volta, come passi lenti, come gocce, come respiri.
La natura è la grande protagonista del suo immaginario:
torrenti, nembi, fronde, uccelletti, fioriture, neve, vento. Ma non è mai
semplice paesaggio. È metafora dell’anima, specchio emotivo, luogo di
consolazione e di rinascita. Il ritornello che attraversa quasi tutte le sue
liriche - “Sì. Io credo. Primavera tornerà!” - è la chiave di lettura
dell’intera raccolta: un mantra, un atto di fede, una promessa che la natura
rinnova e che l’essere umano può fare propria.
Una poesia lieve, quasi infantile nella sua purezza, ma
profondamente adulta nel suo bisogno di pace. È un esempio perfetto della sua
capacità di unire semplicità e profondità.
La poesia di Marina Zilio è un cammino. Un cammino che
attraversa il dolore, la perdita, la memoria, la natura, la fede. Un cammino
che non si arrende mai alla disperazione, perché ogni verso, anche il più cupo,
contiene un seme di luce.
La sua scrittura è semplice, ma non ingenua. È chiara, ma non
banale. È devota, ma non dogmatica. È meditativa, ma non distante.
È una poesia che chiede ascolto, non applausi. E lo merita.
Marina non ha ancora pubblicato un libro, ma ha già compiuto
il passo più difficile: ha aperto il cassetto, ha lasciato uscire le parole, ha
permesso alla sua voce di esistere. E questo è il primo, vero atto di nascita
di ogni poeta.
Sì. Io credo. Primavera tornerà. E con lei, anche la poesia
di Marina Zilio.

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