I VIDEO A SEGUIRE SONO STATI REALIZZATI CON UN CELLULARE, CON POCA LUCE E IN CONDIZIONI AMBIENTALI PRECARIE, E QUINDI NON RENDONO GIUSTIZIA AL LIVE, MA RIMANE IL RICORDO...
Da molti anni mi sono dato una regola semplice: commentare
ogni concerto o evento musicale a cui assisto, senza distinzioni. Che si tratti
di un grande gruppo in una piazza gremita o di una piccola band locale in un
circolo, cerco sempre di raccontare ciò che vedo e ciò che sento con lo stesso
spirito. E, per onestà, devo aggiungere un dettaglio: nonostante la musica sia
il mio pane quotidiano, non mi sono mai occupato davvero de Le Vibrazioni. Ho una certa idiosincrasia
per il pop-rock italiano - una forma di intransigenza che non considero un
merito, ma che riconosco come un dato di fatto. Anche per questo, forse, mi
interessava osservare la serata con occhi liberi da aspettative.
Ritrovarsi in una piazza piena per un concerto vero è stata
una sensazione quasi dimenticata. E, paradossalmente, pur avendo visto una
marea di concerti dagli anni ’70 a oggi, era la mia prima volta a Capodanno.
Forse anche per questo l’impatto è stato ancora più forte: un mare di persone,
un’energia collettiva che si percepiva già prima che le luci del palco si
accendessero.
Le Vibrazioni hanno portato un rock solido, diretto, costruito su una
presenza scenica che non ha bisogno di artifici. Al di là dei brani più noti,
ciò che ha colpito è stata la scelta di restituire al concerto elementi che nei
live moderni sembrano quasi scomparsi: assoli veri, suonati con gusto e senza
fretta. Il momento per me più sorprendente è arrivato con la parte dedicata
alla batteria, aperta con l’inconfondibile incipit di Baba O’Riley,
subito sfumato, come un omaggio rapido ma chiarissimo. È bastato quel frammento
per evocare gli Who e il loro modo di intendere il palco - energia pura,
spettacolo, una furia controllata che appartiene a un’altra epoca ma che, per
un attimo, è sembrata riaffiorare in piazza Sisto.
Il pubblico ha risposto con entusiasmo crescente, soprattutto
nei pezzi più conosciuti - Dedicato a te, Vieni da me. In quei momenti la piazza ha
letteralmente alzato il volume, trasformandosi in un coro unico che avvolgeva
il palco e restituiva alla band un’energia amplificata.
Francesco Sarcina ha saputo instaurare un rapporto immediato con la folla,
giocando con i tempi, con le parole, con l’energia del momento. Verso la fine
ha persino chiamato sul palco la moglie, visibilmente imbarazzata ma
sorridente mentre salutava il pubblico: un gesto semplice, quasi domestico, che ha aggiunto una nota di
umanità alla serata.
Qualche passaggio verbale è risultato a mio giudizio superfluo,
soprattutto quando il discorso si è allontanato dalla musica, o quando sono stati rimarcati più volte certi
riferimenti ai nuovi e uniformati modelli vocali (vedi Auto-Tune), cosa peraltro pienamente condivisibile, ma sono dettagli che
non hanno scalfito il cuore dell’evento. Perché ciò che resta, alla fine, è la
sensazione di aver assistito a un concerto autentico, suonato con mestiere e
con passione, capace di scaldare la piazza nonostante il gelo che arrivava dai
piedi.
Un inizio d’anno che ha avuto il suono del rock, quello vero.

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