Dalle sessioni infinite agli Olympic Studios di Londra fino al riconoscimento definitivo del Menestrello: cronaca di una cover nata per superare l'originale e ridefinire i confini della chitarra elettrica
Il 21 gennaio 1968, all'interno dei London Olympic
Studios, si consumò uno dei "furti" artistici più spettacolari e rispettosi della
storia della musica: quello in cui Jimi Hendrix trasformò un brano folk
di Bob Dylan in un’apocalisse sonora senza precedenti. Hendrix era
letteralmente ossessionato dall'album John Wesley Harding, che Dylan
aveva pubblicato solo poche settimane prima; ne portava sempre una copia con sé
e, tra tutte le tracce, All Along the Watchtower lo aveva colpito
per la sua struttura enigmatica e la sua urgenza narrativa. Quel giorno a
Londra, Jimi decise di entrare in studio per inciderne la sua versione, dando
vita a una sessione di registrazione tanto caotica quanto geniale.
L’atmosfera negli studi di Barnes era elettrica e non priva
di tensioni. Hendrix, noto per il suo perfezionismo maniacale, spinse i
musicisti presenti oltre i propri limiti. Tra gli ospiti c'erano Dave Mason dei
Traffic e un Brian Jones dei Rolling Stones piuttosto annebbiato dagli eccessi,
il cui contributo al pianoforte fu scartato dallo stesso Hendrix per essere
sostituito da un più semplice tocco di percussioni. Quando il bassista
ufficiale Noel Redding abbandonò lo studio per la frustrazione dovuta ai continui
rifacimenti, Jimi non si diede per vinto: imbracciò lui stesso il basso,
registrando una linea melodica e dinamica che divenne il cuore pulsante del
pezzo. Quello che emerse fu un arrangiamento rivoluzionario, dove la chitarra
elettrica non si limitava ad accompagnare, ma urlava e piangeva attraverso
quattro distinti segmenti di assolo, ognuno caratterizzato da un uso magistrale
di wah-wah, slide e feedback.
Il risultato fu così potente da riscrivere il destino della
canzone stessa. Quando Bob Dylan ascoltò la versione di Hendrix, rimase
letteralmente folgorato, ammettendo con una rarissima umiltà che Jimi aveva
trovato all'interno del brano elementi che lui stesso non sapeva di aver
scritto, portandolo a una dimensione spirituale e sonora superiore. Da quel
momento in poi, lo stesso Dylan smise di suonare la versione originale nei suoi
concerti, adottando stabilmente l'arrangiamento hendrixiano. Ancora oggi, quella
registrazione del 21 gennaio è celebrata come il punto più alto mai raggiunto
da una reinterpretazione, il momento perfetto in cui la visione poetica di un
cantautore e l’estro sovrannaturale di un chitarrista si sono fusi per creare
un capolavoro immortale.

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