Icona di stile, leggenda del palco e
cuore scozzese. A 81 anni, Rod 'The Mod' Stewart resta l'ultimo grande dandy
del rock, capace di unire il graffio del blues all'eleganza del pop...
Oggi, 10 gennaio 2026, Rod
Stewart compie 81 anni. Se c’è un artista che incarna
perfettamente il paradosso della rockstar - un mix inafferrabile di talento
grezzo, umiltà operaia e un amore spudorato per il lusso e la vanità - quello è
senz'altro "Rod the Mod".
Nato a Londra nel 1945, il giovane Rod non sembrava destinato
ai riflettori, o almeno non a quelli del palco: il suo primo grande amore fu il
calcio (fece anche un provino per il Brentford FC) e per sbarcare il lunario
lavorò persino come becchino. Ma la musica premeva forte.
È proprio in questo periodo di formazione che le nostre
storie si intrecciano. Prima di diventare il biondo rubacuori da milioni di
dischi, Rod faceva parte di quel laboratorio di talenti incredibile chiamato Steampacket.
In quella band, Stewart condivideva il microfono con Julie Driscoll, Long John
Baldry e Brian Auger. Era una sorta di "supergruppo" prima ancora che
il termine esistesse, un’orchestra soul e R&B che girava l’Inghilterra sui
furgoni scassati degli anni '60. Mentre Julie portava il mistero e la
modernità, Rod portava il "soul bianco": una voce che sembrava aver
mandato giù un bicchiere di carta vetrata e uno di bourbon.
Dopo l'esperienza con gli Steampacket e il passaggio
fondamentale nel Jeff Beck Group (dove insieme a Ron Wood ridefinì il
concetto di hard-blues), Rod Stewart esplose negli anni '70. Brani come "Maggie May" o "Da Ya Think I'm Sexy?" lo hanno
trasformato in un titano delle classifiche.
Il suo segreto? Una capacità straordinaria di adattarsi. È
passato dal folk-rock acustico alla disco-music, fino ai classici dell'American
Songbook, senza mai perdere quell'aria da "ragazzo della porta
accanto" che ha appena vinto alla lotteria.
Arrivato a 81 anni, Rod Stewart resta un personaggio unico.
Non ha mai rinnegato la sua passione per le auto sportive, per le bionde famose
e per il suo amato Celtic, ma ha sempre mantenuto un'autoironia rara. È una
delle poche leggende che può permettersi di indossare un completo di lamé
dorato e, un momento dopo, parlare con estrema commozione delle sue radici
scozzesi o della sua numerosa famiglia.
Oggi non festeggiamo solo un cantante da 250 milioni di
dischi, ma l'uomo che ha dimostrato che si può essere anche un “becchino” e
finire per scrivere la colonna sonora di mezzo secolo.

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