Dalle prime urla nei juke-box al
trionfo di Sanremo: scompare il pioniere che portò il rock’n’roll nella melodia
italiana
Oggi l’Italia della musica perde uno dei suoi pionieri più
audaci, un uomo che non si è limitato a cantare canzoni, ma ha letteralmente
cambiato il modo in cui un intero Paese ascoltava e viveva la musica. Con la
scomparsa di Tony Dallara, al secolo
Antonio Lardera, si ammutolisce una delle voci più iconiche di quella stagione
degli "Urlatori" che, tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio dei
Sessanta, ebbe il coraggio di rompere con la tradizione del "bel
canto" per abbracciare l'energia vibrante che arrivava dall'America.
Tutto ebbe inizio nel 1957. L'Italia era in pieno boom
economico, le case si riempivano di elettrodomestici e nelle piazze arrivavano
i primi juke-box. In questo scenario, un giovane ragazzo che lavorava come
fattorino in una casa discografica decise di incidere un brano destinato a
diventare leggenda: "Come prima". Non fu solo un successo
commerciale da milioni di copie; fu una scossa elettrica. Mentre i cantanti
della vecchia guardia stavano fermi davanti al microfono, Tony si muoveva,
alzava il volume, usava la voce come uno strumento a percussione. Era l'urlo di
una gioventù che voleva uscire dal dopoguerra e iniziare finalmente a ballare.
Il momento d'oro arrivò nel 1960, un anno cruciale per la
cultura italiana. Sul palco del Festival di Sanremo, Dallara portò "Romantica"
in coppia con il grande Renato Rascel. Fu un trionfo simbolico: la melodia
classica italiana si fondeva con la potenza vocale del nuovo corso. Tony
dimostrò al mondo che si poteva essere "moderni" pur restando nel
solco della grande tradizione melodica.
Il cinema non tardò ad accorgersi di lui. Divenne il volto
dei "musicarelli", quei film nati per promuovere le canzoni,
recitando accanto a icone come Mina e Celentano. Titoli come I ragazzi del juke-box restano oggi testimonianze preziose di un'Italia ingenua e
bellissima, che vedeva in Tony il simbolo di un futuro radioso.
Ma Tony Dallara non era solo musica. Chi ha avuto modo di
seguirlo negli ultimi decenni sa che la sua creatività non conosceva confini.
Quando i riflettori dei grandi palchi si sono leggermente attenuati, Tony ha
trovato rifugio nella pittura. Le sue tele, cariche di colore e di una forza
espressiva quasi astratta, erano lo specchio fedele della sua voce: mai banali,
sempre piene di vita.
Negli anni della maturità, è diventato un ospite fisso e
amatissimo della televisione italiana. Con la sua ironia e la capacità di non
prendersi mai troppo sul serio, raccontava aneddoti di un'epoca in cui le
canzoni si scrivevano al bar e i sogni si inseguivano a bordo di una Vespa. Non
ha mai smesso di sentirsi un artista, continuando a esibirsi finché le forze
glielo hanno permesso, sempre con quella capacità di "bucare lo
schermo" che è propria solo dei grandi.
Oggi lo ricordiamo non solo per i suoi acuti o per i suoi
successi internazionali (che lo portarono a scalare le classifiche anche
all'estero, fatto rarissimo per l'epoca), ma per la sua autenticità. In un
mondo musicale che oggi corre velocissimo e spesso dimentica i propri padri,
Tony Dallara resta una colonna portante.
Ci lascia le sue canzoni, certo, ma ci lascia soprattutto il ricordo di un sorriso che non si è mai spento e di una voce che, ancora oggi, sembra dirci che la vita va vissuta a pieno volume. Se ne va l'uomo, ma resta l'eco di quell'urlo che, tanti anni fa, ci ha resi tutti un po' più liberi e un po' più felici.

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